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25.04.2020 - 17:300

2020: fuga da New York

Voci da una metropoli duramente colpita dal Covid-19, un minuto prima del lockdown. False certezze e sogni infranti, in attesa del ritorno del grande sogno americano.

Pubblichiamo un contributo apparso in Ticino7, allegato del sabato nelle pagine de laRegione.

“Qui non c’è più niente. Come faccio a pagare l’affitto? Noi abbiamo chiuso prima degli altri perché siamo a Little Korea. La gente associava la nostra cucina al virus, che assurdità!”. N. è un cameriere, la categoria che è stata tra le prime a essere colpita dalle misure volte a far fronte all’emergenza coronavirus. Prima è stata ridotta la capienza di persone all’interno degli esercizi pubblici, poi è stato consentito solamente il delivery/take away. 
J. è fuori dal bar, dove l’ho incontrato tante mattine prima di andare a lavorare; mi guarda e scuote la testa. “Mi vogliono uccidere? Adesso non posso nemmeno andare al bar. NYC senza bar? Fanno prima a raderla al suolo… così ci spengono l’anima!”.
I. è un’agente immobiliare, tranquilla mi spiega: “Noi sono già settimane che facciamo smart working, la nostra company ci ha avvisato molto prima che lo facesse il governo così da almeno un mese abbiamo praticato il lavoro a giorni alterni fino a lavorare tutti da casa”. “NYC è una città veloce com’è veloce fallire. Con la quarantena, oltre alla crisi economica, ci sarà quella sociale”: se non hai da mangiare, te lo devi procurare, per questo dobbiamo prepararci a difenderci”, mi racconta A. titolare di un negozio “99$ ” che per ora fa ottimi affari perché è l’unico nel quartiere ad avere ancora mascherine e disinfettanti. 

Barboni & studenti

“Ti dicono stai in casa, ma lo sai quanti homeless ci sono a NYC? 62’300. Dove li mettiamo? In che casa? In quella del sindaco? Hanno ignorato il problema e ora saranno obbligati a farci fronte”,  S. volontaria della bottega di una Ong che ogni settimana distribuisce cibo a chi una casa non ce l’ha. 
“Se chiudono le scuole tanti bambini non avranno di che mangiare”,  mi dice una signora mentre carichiamo le nostre lavatrici. “Sono molto preoccupata, nel mio quartiere la metà dei bambini mangia grazie alla scuola”. In seguito a questa conversazione le scuole sono state effettivamente chiuse, probabilmente con un po’ di ritardo, proprio per la preoccupazione legata a questo problema che è stato risolto consentendo ai genitori dei bambini bisognosi di andare a ritirare i pasti presso le scuole.
“Sai dovevo vederlo, è quasi un anno che aspetto, avevo già comprato il volo, ma se torno in Corea perdo il visto”. J. è qui con uno student visa: se torna nel suo paese, non saprà se e quando potrà rivedere gli Stati Uniti. Tutti quelli che lo conoscono sanno quanto ha risparmiato e quanto desidera poter vedere suo figlio, è nato quando lui era già partito: “Se perdo il visto, perdo anche la possibilità di dargli un futuro migliore”.

La città che non si ammala?

“È una questione di libertà e per noi la libertà è importante”. “Non mi possono dire dove non andare o di stare in casa, io sono di New York. New York è antiviral”,  che poi è lo stesso slogan che tanti hanno appeso alle vetrine dei bar e ristoranti. Mi trattengo dal replicare, ormai ho imparato a conoscere il mio vicino di casa e le sue opinioni. “Che cosa faremo delle nostre mani? Parlano tanto di pulire e disinfettare le mani, ma nessuno si chiede cosa faranno le mani di tanta gente se tutto verrà chiuso. Nessuno qui è in grado di risparmiare, sei fortunato se arrivi alla fine del mese. Ti dicono non andare a lavorare se sei malato, ma se non lavoro chi mi paga?” mi dice A., un addetto alle pulizie della palestra che ero solita frequentare. “Vado a casa, forse al mio arrivo mi metteranno in quarantena in un dormitorio. A mia mamma non l’ho detto. Le ho detto che sono alle Bahamas. Le mando anche qualche foto del mare. Ieri le ho parlato al telefono, mi ha detto che è da poco che i musulmani possono usare l’alcol per disinfettarsi. Le porterò un disinfettante da qua. È un anno che non torno e questi sono i regali che porto” mi dice C., che in seguito alla chiusura del negozio dove lavorava ha deciso di tornare in Turchia. 

False certezze

Poi c’è T., vent’anni fatti tutti di vitalità e sorrisi, ora però ha molti progetti e sogni infranti, “torno a casa, ma non dai miei, è troppo pericoloso per loro”. “Mi avevano preso a lavorare a Disneyland, a Orlando, mi avrebbero dato anche un visto per un anno, ma non sanno dirmi quando e se riapriranno… Ora è tutto da rifare. Però se torno in Italia starò con mio fratello, non l’ho mai conosciuto bene perché è più grande di me, ma pensa che fortuna: ora conoscerò mio fratello”. Con gli occhi l’abbraccio, perché la sua positività è qualcosa di così saggio e prezioso. “Credimi, i newyorkesi il virus non lo prendono”. “Noi siamo stati attaccati da cose ben peggiori… siamo sopravvissuti all’11 settembre!”, così mi risponde K., un taxista cui ho chiesto perché non si proteggeva nemmeno con una mascherina.
“Sai io sono di Cipro, i miei genitori vivono là. Sono preoccupato per loro, ma penso che qui non arriverà, qui è diverso dall’Europa”, mi dice il commesso, dove usualmente compro il cibo per il mio cane. “Qui noi abbiamo bloccato le frontiere, è qualcosa che riguarda la Cina e l’Europa, non riguarda noi”. Mi viene spontaneo dirgli che le cose non stanno proprio così; e anche lui, malgrado stia in contatto con tante persone, non usa nessuna precauzione.

Mollare tutto

“Ci dicono di stare in casa, ma in momenti come questi mi rendo conto di cosa vuol dire essere un immigrato. So che s’intende la casa come un luogo fisico, ma di fronte a una paura così grande, per stare in casa bisogna tornarci. Sto già facendo attenzione a tutto, la metro non la prendo da settimane, ma non posso più vedere le immagini del mio paese così ferito e sentire i miei cari in pericolo… ho deciso, torno a casa! Non lo faccio per capriccio e non sarà di certo un viaggio di piacere, mi metterò in autoisolamento. Sento però che devo stare più vicino a loro. Non posso immaginare che gli succeda qualcosa e magari trovarmi bloccata qui. Sai, a volte bisogna partire per tornare”. Me lo confessa B., la mia amica italiana i cui genitori vivono in una delle zone più colpite d’Italia e che partendo rinuncia a un’importante esperienza lavorativa nella Grande Mela.
“Finalmente vedo un lato positivo alla mia depressione, ho sempre faticato a uscire di casa. Ora sento che sono come gli altri, anzi devo stare in casa. In una cosa però mi sento diverso e ho paura, io sono cinese e tu parli italiano, quindi puoi capirmi. Ho paura di essere discriminato”. Vorrei dargli torto, ma nelle ultime settimane – in una città tra le più multietniche al mondo – mi sono dovuta spesso giustificare dicendo che ero a NYC da prima che la pandemia raggiungesse l’Europa.

Scene verso l’ignoto

Alla fine decido anch’io di tornare a casa. Rimango stupita del fatto che la maggioranza dei dipendenti dell’aeroporto non utilizzi una mascherina, tanto che preparandomi al lungo viaggio mi ero portata un disinfettante che ho suddiviso in piccoli contenitori così come prescrivono le normative aeroportuali. In quel momento, con grande timidezza, si avvicina un ragazzo addetto all’imballaggio delle valigie e mi chiede: “Posso usarlo?”. Io naturalmente glielo regalo. Prima di imbarcarmi mi raggiunge e sorridendo mi dice “You are very kind”; già provata, quasi mi commuovo, pensando che gli ho dato solamente quella minima protezione di cui già doveva disporre.
In volo tutti i passeggeri indossano le dovute protezioni, all’inizio solo silenzio se non la tristezza che riesce a trasparire anche dalle mascherine. Non stiamo facendo niente di eroico, non siamo medici, non siamo infermieri, ma abbiamo paura. Paura di quello che ci aspetta, paura di quello che stiamo lasciando, e così nel viaggio emergono i racconti di chi sono anni o mesi che non torna in Europa, di chi ha visto i suoi progetti e sogni sgretolarsi e ora si sente perso. Una ragazza a metà del volo ha un attacco di panico, fatica a respirare, ma ha paura di togliere la mascherina. Capisco che quello che ci unisce è l’incertezza di quando si tornerà a NYC e di quello che ci aspetta a casa. Comprendo così che ognuno è protagonista del proprio dolore, ma che davanti alla paura siamo tutti uguali.

È tutto su di noi

Al momento della mia partenza, le misure prese a NYC per far fronte alla pandemia si susseguono, come i dibattiti politici sui danni all’economia, sulla necessità di potenziare gli ospedali, su cosa si poteva fare (meglio). Quando stiamo per atterrare ricordo le parole del mio studente di origine cinese, a cui in questi mesi ho insegnato l’italiano: “Cara amica, siamo testimoni di un evento storico che possiamo combattere solo come umanità, perché come diceva Machiavelli, se c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà”. In quel momento capisco cosa mi stava dicendo, non serve fare polemica, siamo noi, è la nostra volontà, le nostre azioni che faranno la differenza.

© Marianna Meyer
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