Studio di architettura a Rancate, 2016-2019, © Marcelo Villada.
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17.02.2020 - 08:480
Aggiornamento : 10:54

Case. Siamo quello che costruiamo

Quale influenza hanno le scelte dei cittadini sul nostro territorio? Una ricognizione a margini ‘Premio SIA Ticino 2020’ attribuito ai committenti di progetti di valore.

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7 n. 7/2020 del 14 febbraio scorso.

Essendo nata in una famiglia di architetti, col calcestruzzo che scorreva nel sangue insieme alle piastrine, per me è sempre stato difficile capire cosa significasse non essere irradiati fin dalla culla da questa disciplina. Da bambina avevo imparato che una casa bella era immancabilmente di cemento armato a vista e col tetto piano, e solo quando, a scuola, mi era stato chiesto di disegnarne una avevo capito che per i miei compagni – e pure per tanti maestri – quelle caratteristiche non erano esattamente sinonimo di bellezza. 
Così, negli anni mi sono resa conto che tra chi è stato «contaminato» dall’architettura e chi l’ha scampata corre una frattura profonda, ed è difficile trovare un terreno comune tra gli estremi del cittadino che ritiene l’architetto un lusso superfluo e l’architetto che sdegna chi non s’inchina spontaneamente alla sua opera. Mancano oggi, va detto, voci come quella di Tita Carloni, che senza snobismi sapeva illuminare la sua disciplina con poche, giuste parole. Intorno a questa frattura, però, si dà forma al territorio. Nelle pagine seguenti prendo allora spunto dall’assegnazione del Premio SIA Ticino 2020, che cerca di scavalcare l’abisso omaggiando chi commissiona progetti di valore, per chiedermi: cosa cerca chi risiede in Ticino quando acquista o si fa costruire un’abitazione? E cosa dicono questi edifici sugli ideali di vita di chi li abita?

Città diffusa (senza città)

«Oggi la classica famiglia ticinese della classe media, formata da genitori e figli, cerca ancora, come negli anni Ottanta, la casa unifamiliare, situata fuori dal centro ma in zone ben collegate, munite di scuole e servizi». Eccomi negli uffici di Giuseppe Arrigoni, presidente della sezione ticinese dell’associazione immobiliare svizzera SVIT; a parlare è Luisa Neri, direttrice dei servizi immobiliari di Interfida. La mia indagine sui gusti abitativi locali non poteva che iniziare da qui. «Va anche specificato che da noi l’acquisto di appartamenti come residenza primaria è relativamente nuovo: sono stati i cittadini d’origine italiana i pionieri, negli anni Ottanta. Oggi ad acquistare appartamenti in città sono soprattutto le famiglie monoparentali, dove il genitore deve coordinare lavoro e attività dei figli; e poi sono richiesti da chi, raggiunta la pensione, decide di lasciare la periferia. Ma il ticinese tipico continua a prediligere la casa con giardino fuori dal centro».
Dal finestrino del treno questa predilezione è evidente: di fronte a me si spalanca un tessuto di casette che riveste tutta la piana e va ad appuntarsi sulle colline. Ricordo che, da bambina, passando di qui la sera mio padre ne indicava le luci e recitava una frase – a ripensarci piuttosto maliziosa – di Aurelio Galfetti: «La città diffusa è più bella di notte che di giorno».
«Nel contesto ticinese, con città diffusa intendiamo un’unificazione ad intensità diverse di centri abitati che va a sottrarre loro identità» spiega il filosofo Matteo Vegetti, accogliendomi nel suo ufficio all’Accademia di architettura. «Spesso non si accompagna con la creazione di sistemi di viabilità che colleghino le aree, così vengono a mancare quelle infrastrutture che rendono la città un organismo sociale vivente. Insomma, la città diffusa ticinese non è una città, è una conurbazione continua».

C'era una volta in Ticino

Per secoli in Ticino i villaggi sono sorti senza architetti né pianificatori, e ciononostante oggi i loro nuclei vengono protetti e considerati modelli validi e funzionali: come se la forza della necessità, la limitatezza delle risorse, i vincoli del clima avessero plasmato da soli, organicamente, spazi con ordine e senso. Poi nel Novecento le cose sono cambiate: le risorse apparentemente infinite e gli sviluppi tecnici sembravano rendere tutto possibile, e così, mentre la costruzione di edifici, a fronte delle nuove tecnologie, coinvolgeva sempre più specialisti, paradossalmente calava l’aderenza delle costruzioni al territorio – quasi che, in assenza di limiti, il tessuto urbano si sformasse.
Oggi, mentre la Confederazione ha sottoscritto l’impegno a promuovere la cultura della costruzione, il Cantone segnala le conseguenze allarmanti di un’urbanizzazione fatta di casette sia per il dispendio di spazio, sia sul piano energetico; sta cercando allora di correre ai ripari puntando a uno «sviluppo insediativo centripeto» «finalizzato alla concentrazione degli insediamenti e alla valorizzazione degli spazi liberi», dichiara il sito del Dipartimento del territorio. Eppure, come conferma Neri, la casetta resta ambita. Perché? «Nelle radici dell’immaginario» spiega Vegetti «la casa unifamiliare è la casa per eccellenza: è la figura architettonica in cui le mura corrispondono alla famiglia. Il problema di questa concezione, però, è che poggia su un ideale di autarchia, che è pericolosa perché irrelata dal contesto. Così lo sviluppo della casa unifamiliare alla lunga produce sprawl, cancellando l’identità territoriale e portando alla devastazione dell’idea di spazio pubblico tipica della città occidentale».

Un'idea di città

Un’idea di spazio pubblico che riunisce modelli storici e necessità contemporanee si trova sintetizzata a Monte Carasso (oggi quartiere di Bellinzona), pianificato a partire dal 1979 da Luigi Snozzi con l’intento di favorire uno sviluppo urbano razionale, sul modello dei nuclei, ed evitare la dispersione territoriale – e questo in anni in cui di «sviluppo centripeto» si era lungi dal parlare. Lo visito con due architetti «indigeni»: Riccarda e Giacomo Guidotti, che ogni estate qui collaborano a un seminario di progettazione sulla linea tracciata da Snozzi. «La particolarità di Monte Carasso» spiega lui «è che prima del piano regolatore c’è un’idea di città, di utilizzo condiviso dello spazio pubblico. Lo vedi bene nella piazza, con la sua vita sociale fatta di bar, parco, scuola. Ecco, secondo me oggi in Ticino manca quest’idea di città. Se Parigi è bellissima non è solo per la bellezza (o meno) delle sue architetture, è perché il rapporto tra i suoi edifici è chiaro e riflette un’idea precisa di vita comune. Invece quando analizzi le norme vigenti nelle nostre zone periurbane capisci che il loro scopo non è aiutare a costruire una vita collettiva, ma limitare il più possibile i conflitti tra vicini». Insomma, anche le norme si rifanno a un ideale di autarchia. «Già: il fine di regole come l’obbligo di costruire a 3-4 metri dal confine non è altro che la salvaguardia della proprietà privata».
«Concordo solo in parte» interviene Riccarda mentre, slittata una porta scorrevole, ci fa strada nella serenità delle corti interne di Casa Forini: questo cubo di cemento e vegetazione, progettato da lei e Giacomo, è valso ai committenti il Premio SIA Ticino 2012 (quest’anno, invece, un loro lavoro ha ottenuto una menzione). «Sì, i regolamenti sono centrali, ma Monte Carasso è la dimostrazione che anche con un buon piano regolatore possono sorgere edifici di cattiva qualità; e quando sono molti, la città ne soffre. In questo l’architetto ha una grande responsabilità, però anche il committente ha un ruolo enorme, e l’esercita proprio scegliendo il progettista. Ma se la committenza non è preparata come fa a orientarsi? Bisognerebbe formare i cittadini alla cultura della costruzione».
Mi sposto a Stabio: Andrea Nava, architetto e docente al Csia di Lugano nel Corso per disegnatori con indirizzo Architettura d’interni, mi conferma che, salvo per i pochi figli di addetti ai lavori, gli studenti arrivano nella sua aula freschi di medie senza alcuna nozione in tale campo. «Bisogna però dire che tutti, in realtà, ne sanno qualcosa, spesso senza accorgersene: da bambini si assorbono tante cose guardandosi intorno. Peccato che non si venga accompagnati nell’assorbimento, magari durante la scuola dell’obbligo». In effetti è strano che un aspetto universale come l’abitare trovi meno spazio nei programmi delle equazioni di secondo grado… «Vero! E pensare che viviamo in uno spazio dove tutto è disegnato, dal tombino agli alberi del parco… Si può davvero dire che ‘l’architettura è affar di tutti’».

Nucleo condiviso

La mia ricognizione non poteva che concludersi incontrando il protagonista di questo articolo, il cittadino-committente. Lo incarnerà Sandro Ugolini, che nel 2012 ha ricevuto una menzione al Premio SIA Ticino per la ristrutturazione e l’ampliamento, affidati allo studio canevascini&corecco, di un complesso di abitazioni ereditato nel nucleo di Ravecchia. Lo visito in una giornata di sole. Sulla piazza, le case storiche rinnovate sfolgorano di rosso; sul retro, la ristrutturazione ha definito una grande area verde, con al margine due costruzioni nuove in cemento armato. Uno dei motivi che hanno portato la giuria a premiare il progetto, oltre alle qualità architettoniche, è la scelta di Sandro di astenersi da un’operazione speculativa per valorizzare gli spazi comuni. «Bisogna trovarlo un committente che rinuncia a sfruttare completamente il terreno!» esclama Paolo Canevascini. Il suo incarico era cominciato con la semplice ristrutturazione di uno degli edifici; poi, l’interesse con cui i vicini avevano accolto i lavori aveva spinto Sandro ad ampliare il progetto. «Con Paolo ho seguito il motto: ‘A ciascuno il suo mestiere’» racconta. «Parlavamo spesso dei lavori, ma era lui ad avere l’ultima parola; gli ho dato completa fiducia».
«Per il progetto» dice Paolo «ci siamo rifatti al modello del nucleo, dove le case storicamente erano addossate perché il terreno era prezioso: serviva a coltivare. Ancora oggi, lì le norme consentono di costruire molto vicino agli altri edifici, cosa che altrove non si può fare. Di conseguenza, se nei 1’500 m2 di terreno che avevamo a disposizione di solito ci stanno 3 abitazioni, qui sono 7. Al contempo, per noi era importante mantenere libero, al centro, il giardino comune». «Oggi si parla molto di cooperative abitative» aggiunge Sandro «e il progetto andava in quella direzione: l’aspetto comunitario era molto importante».
Sorpresa: chi l’avrebbe detto che l’«idea di città» manifestata dalle cooperative d’oltralpe, che oggi pare avanguardistica, si potesse rivelare tanto affine a quella espressa dal nucleo storico ticinese? Un insediamento all’insegna della vita comunitaria e della mescolanza tra generazioni. E se, allora, in questo modello radicato nel nostro territorio stesse già una risposta all’autarchia della casetta? Nel giardino di Ravecchia i panni stesi oscillano, forse annuendo.

"PREMIO SIA TICINO 2020" - I PREMIATI

Fin dalla nascita, nel 2003, il premio assegnato dalla sezione ticinese della Società Ingegneri Architetti ha valorizzato figure essenziali ma spesso trascurate dell'ambito della costruzione: i committenti, che con le loro scelte «rendono possibile la realizzazione di opere insigni tramite i professionisti del settore», come scrivono nel catalogo del riconoscimento Paolo Spinedi, presidente di SIA Ticino, e Mitka Fontana, coordinatore del Gruppo professionale architettura. La quinta edizione era aperta a opere di architettura, ingegneria e pianificazione urbanistica realizzate tra 2015 e 2019. Una giuria di esperti dei settori ha valutato i 54 candidati, in mostra fino al 27 febbraio all’Accademia di Architettura - USI, Palazzo Canavée, Mendrisio.
Il premio per la miglior opera è andato al Comune di Morbio Inferiore per la Scuola dell'infanzia San Giorgio, di Jachen Könz. Le menzioni, invece, al Municipio di Massagno per il Centro scolastico Nosedo (comunità di lavoro Durisch Nolli Giraudi Radczuweit), alla Fondazione Paolo Torriani per la Casa Torre d’angolo a Mendrisio (Krausbeck Architetto con Santagostino e Margarido), allo studio Stocker Lee per il proprio atelier a Rancate, a Dino Piccolo e Alejandra Lauper per la ristrutturazione di una casa rurale a Mosogno (Buchner Bründler Architekten) e alla comunità ereditaria Umberto Guidotti per la casa ex parrocchiale di Monte Carasso (Guidotti Architetti).

LA RIVISTA ’ARCHI‘ SI FA CATALOGO

Quest'anno per la prima volta a far da catalogo al Premio SIA Ticino è un numero di Archi, rivista svizzera d'architettura, ingegneria e urbanistica (espazium.ch). Nelle sue pagine i progetti premiati sono analizzati dal punto di vista architettonico ed energetico e raccontati attraverso un percorso fotografico; inoltre la rivista prende spunto dal riconoscimento per riflettere sulla situazione dello sviluppo urbano in Ticino e per dar voce alle associazioni dei professionisti dell'edilizia, impegnati per la cultura della costruzione e a sostegno, per le grandi opere, della procedura del concorso, strumento fondamentale per giungere a realizzazioni di qualità.

 

Morbio Inferiore: Scuola dell’infanzia San Giorgio, 2015-2018, dell’architetto Jachen Könz.
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