Vasco Rossi, per dire, non è mai arrivato ultimo a Sanremo. È ora di finirla, dai...
Ticino7
01.02.2020 - 14:500

Sanremo o la macchina infernale

Tutto quello che avreste voluto sapere sul Festival (ma non avete mai osato chiedere, forse perché non avevate poi così tanta voglia di saperlo).

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

È il Festival di Sanremo, quella cosa che uno sale sul palco, canta, saluta e se ne va senza tante menate. Funziona così da settant’anni, con ogni tipo di formula. Con le eliminazioni ad alimentare l’acronimo OMG («Oh my God») oppure senza, per quella regola che se a Sanremo arrivi ultimo, forse sei il nuovo Vasco Rossi. A proposito: Vasco Rossi, ultimo a Sanremo non ci è mai arrivato. «Vado al massimo» è ultima solo per l’ordine alfabetico dei titoli di chi non ha vinto (nel 1982 valevano solo i primi tre); e nel 1983 «Vita spericolata» arrivò seconda. Adesso è chiaro?

Per te finisce qui

C’è una sola eliminazione che conta al Festival della Canzone Italiana. Nel 1967, fresco d’innamoramento per l’italo-francese Dalida, il 28enne Luigi Tenco che soffre il pubblico e già medita una carriera da autore fa la piega e porta a Sanremo la sua «Ciao amore, ciao»; polemizza da subito con la stampa per i contenuti di «La rivoluzione» di Gianni Pettenati, passato da «Bandiera Gialla» ai moti insurrezionali. Di quella canzone, Tenco dirà nel presunto biglietto d’addio, scritto (?) prima di spararsi: «(...) Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda in finale ‘Io, tu e le rose’ e una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi». 
Con l’abilità del cantastorie, Francesco De Gregori scriverà nel 1976 in «Festival» (dall’album Buffalo Bill) di quel «piccolo principe che non credeva nella morte», «che aveva debiti», che «era pieno di tranquillanti ma non era un ragazzo cattivo»; con l’abilità del giornalista, nel libro L’ultimo giorno di Luigi Tenco (Giunti, 2015), Ferdinando Molteni dimostrerà che nella stanza 219 dell’Hotel Savoy l’artista vi fu trasportato: nessuno sparo udito, il caricatore sotto il corpo del presunto suicida, le «maldestre indagini» dell’ispettore di polizia, il funerale disertato e il «mondo di sotto» tutto marsigliese che si muoveva in Riviera, parleranno di più dell’inattendibile scena del crimine. «Nella lunga notte di Sanremo – sentenzia Molteni – tutti si preoccuparono di salvare sé stessi. Le proprie carriere, le canzonette, il Festival, il conto in banca. Tanto Tenco era morto. E non si poteva tornare indietro. Pace all’anima sua». 

Datti all’ippica

Le prime edizioni, col voto affidato al pubblico del Casinò, prima sede ufficiale, hanno meccanismi molto elementari: se compro tutti i biglietti della sala, vinco. Di lì in avanti, fino all’introduzione del televoto (compreso), cambiano solo i sistemi, non le polemiche. Escluso da Sanremo 1992, Pupo svela altarini del 1984, quando «Un amore grande» arrivò quarta: «Allora c’era il Totip e ricordo che comprammo le schedine, spendendo io 25 milioni, 25 milioni il mio impresario e altri 25 milioni la Cgd» (poche ore dopo, la smentita). Escluso dai Big nel 1982, Claudio Villa, il ‘Reuccio’, grida al complotto e pretende di sapere dove si trovino le famose giurie demoscopiche (ma le risposte non sono chiarissime).

‘Il Festival l’ho scoperto io’

È difficile scindere l’uomo dal Festival quando l’uomo è il Festival. Pippo Baudo ne ha presentati 13 e ne avrebbe «vinto» uno: quello del 1996. Quell’anno la trasmissione Striscia la Notizia, che già nel 1990 aveva svelato in anticipo i primi tre, annuncia che vincerà Ron. Alla fine, Ron vincerà davvero e gli Elio e le Storie Tese saranno secondi con «La terra dei cachi». «Sarebbe finita così – scrive Elio in Storie bruciacchiate, autobiografia degli Elii – se non fosse accaduto tempo dopo che il giudice mi convocò in tribunale per un interrogatorio. (…) Dalle indagini dei Carabinieri risultava che il Festival l’avremmo vinto noi, ma che non potevo dirlo ai giornali perché l’indagine era ancora in corso». Solo un anno prima, sempre Striscia aveva confutato l’autenticità dell’aspirante suicida che voleva buttarsi dalla galleria dell’Ariston perché disoccupato. Dopo la sceneggiata, lo «sventurato» aveva dichiarato di essere stato pagato dal presentatore in persona. Per poi ritrattare.
Sul Baudo dittatore si pronuncia anche Michele Torpedine, oggi manager del  trio Il Volo, che nel libro Ricomincio dai tre (Pendragon, 2017) ricorda di quando nel ’94 portò l’esordiente Giorgia all’attenzione di Re Pippo: «Lei è bravina, ma la canzone («E poi», ndr) non va. Non ne hai un’altra?» dice il monarca. Torpedine tiene duro: «Lui cede» conclude il manager, «prende Giorgia, ma alla fine mi punisce, facendola arrivare settima».

Mister ‘Quando quando quando’

Sanremo non è soltanto vittorie annunciate, beghe tra primedonne e primiuomini e gossip amorosi (il chiacchierato legame sentimentale tra Nilla Pizzi e il maestro Cinico Angelini, che del Festival dirigeva l’orchestra, risale alle prime edizioni; il «Gigi ti amo» di Anna Tatangelo a D’Alessio arriverà solo più tardi). Ci vorrebbero 298 pagine per scrivere del Festival ‘noir’, non fosse che l’hanno già fatto Romano Lupi e Riccardo Mandelli. È Il libro nero del Festival di Sanremo (Odoya, 2019), che come «Il libro nero del comunismo», «Il libro nero del capitalismo», quello del Vaticano, della Prima Repubblica del governo Berlusconi e tutti gli altri libri neri, pesca tra le opache gestioni di patron-padroni, tra mazzette e tangenti e altro «mondo di sotto». Come il discusso Sanremo 2004 con Tony Renis direttore artistico in era berlusconiana, e sulle pagine di Repubblica Nando Dalla Chiesa, figlio del generale ucciso dalla mafia, che ricostruisce le mai negate amicizie di Mister «Quando quando quando»: «Un paese che mette a capo dello spettacolo più importante della rete più importante della TV pubblica un uomo che rivendica con orgoglio le sue amicizie di mafia (...) è un paese che fa passare un messaggio devastante: essere amici della mafia non è un problema, anzi può essere un vantaggio».
Fra intrecci massonici e macroeconomia del gioco d’azzardo, Lupi e Mandelli dimostrano che la storia d’Italia non è mai banale anche quando «sono solo canzonette». E dunque, per finire con Bennato, «non metteteci alle strette»: almeno fino a domenica 9 febbraio, lasciateci nella bolla della (a volte) buona musica italica. Poi tutto ricomincerà, allo stesso modo, come se non fossimo mai andati a dormire. Come in «50 volte il primo bacio». O come in un incubo. 

SETTE VOCI POLEMICHE (+ bonus track)

1972: Orietta Berti
«Mi hanno esclusa da Sanremo e ce l’hanno tutti con me, magari perché non sono un’intellettuale». 

1978: Rino Gaetano
«Io penso che Luigi Tenco si sia suicidato di noia, perché da ventotto anni Sanremo è sempre uguale».

1982: Claudio Villa
«Le giurie di Sanremo vanno sciolte, perché sono forze occulte come la P2». 

1992: Cavallo Pazzo
«Questo Festival è truccato! Vincerà Fausto Leali!». 

2006: Elio
«Uscii dal tribunale felice, ma al tempo stesso amareggiato: la mia fiducia nel Festival era stata tradita. Maledetto Festival, così pericolosamente attraente». 

1997: Pippo Baudo
«Il Festival è uno spettacolo nazionalpopolare nel senso gramsciano del termine». 

2010: Antonio Ricci
«Sanremo dopo i Jalisse non fu più lo stesso». 

 2017: Gigliola Cinquetti
«Perché, ancora lo fanno?». 

 

 

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