Mattia Vogini - © Ti-Press / Alessandro Crinari
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06.11.2019 - 11:170

Indagine sull'ultimo saluto

La vita professionale di un impresario delle pompe funebri inizia quando quella degli altri giunge al capolinea. E qui arriva "il bello"...

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana "lungo".

Sono tanti i professionisti che iniziano a lavorare quando gli altri finiscono: il guardiano notturno, il panettiere, lo storico. Uno solo però comincia quando gli altri finiscono tout court: l’impresario di pompe funebri. Quel rapporto con la fine così diretto, così fisico e spesso improvviso desta inevitabilmente curiosità morbosa, timore reverenziale e numerosi scongiuri. «A volte quando mi vedono si toccano», conferma Mattia Vogini, titolare delle Onoranze Funebri Rossetti di Biasca. Ma lui non se ne fa un gran cruccio. Non perché sia un cinico, semmai il contrario: lo vedi subito che il suo ruolo ‘lo sente’, che i suoi modi sereni e misurati non hanno nulla a che vedere con la freddezza. Quello che gli fa amare il suo mestiere è «il piacere di aiutare il prossimo in un momento difficile», un momento in cui «le persone si mettono a nudo». 
«I momenti dolorosi ci sono. Specie quando muore un giovane o un amico, o quando bisogna andare a recuperare un corpo da qualche incidente». L’importante è stare accanto alla famiglia, «fare tutto come si deve». Poi, certo, «quando è tutto finito può capitare di dover piangere, per sfogarsi». Resta la consolazione di avere fatto tutto il possibile in quello che «è l’ultimo momento per salutare una persona». Tanto che uno dei complimenti più significativi gli arriva quando gli dicono, come fece una signora del Malcantone: «Tu non fai un lavoro, svolgi una missione». Così anche mentre recupera corpi, li lava e li riveste, mentre mostra ai congiunti urne e bare o guida il carro funebre fino al cimitero, agisce «in modo che quando mi rivedono si ricordino di me come Mattia, non come ‘quel che l’ha metü via el me poro pà’». 

Ninna nanna
Per riuscirci senza inciampare nei singhiozzi è importante seguire un iter ben stabilito, studiato nei minimi dettagli, dalle pratiche amministrative alle questioni logistiche. Anche a costo di sviluppare qualche deformazione professionale che è Mattia il primo ad ammettere, nonostante la sua istintiva timidezza: «Le bare standard sono da un metro e 92, con te che sei così alto avrei dei problemi». E poi, un’ottava sotto: «Scusa eh, è che a certe cose finisci per pensarci subito». (In deposito, comunque, ne ha anche di extralarge, dette «fuori misura»; la cosa mi rasserena).
Dietro alle pompe funebri, d’altronde, c’è un mondo di incombenze e dettagli che da fuori si fa fatica ad immaginare; ma sono proprio le cose delle quali non vogliamo doverci occupare in certi momentacci. I messaggi da leggere in occasione della cerimonia, per esempio: «Aiuto la famiglia e propongo io stesso di scrivere un ricordo. Spesso lo leggo anche. Cerco di non andare troppo sul personale però, mi parrebbe di infierire. Magari utilizzo qualche citazione da Tiziano Terzani, William Blake, Ken Wilber, Richard Bach, il Piccolo Principe, solo per citarne alcuni». Anche le musiche variano in continuazione: «Una volta ci si fermava all’Ave Maria o a Partirò, adesso le richieste sono sempre più personali: mi è capitato che i nipotini del defunto chiedessero la Ninna nanna del contrabbandiere di Van De Sfroos» («Ninna nanna, dorma fiöö / el tò pà el g’ha un sàcch in spala / e’l rampèga in sö la nòcc...»). Se poi serve, il carro funebre di Mattia – un Mercedes che «da nuovo può arrivare a costare 140mila franchi» – ha anche delle casse acustiche installate sotto al pianale. 
Per imparare a gestire tutto esistono anche dei corsi, «io ne ho fatti alcuni, uno a Modena per imparare meglio il linguaggio non verbale con cui comunicare durante il servizio, per impostare meglio i miei interventi, ma anche per organizzare la cerimonia senza tempi morti». Si accorge del gioco di parole involontario e sorride, ma col garbo trattenuto di chi sta sempre attento a non ferire nessuno: «Bisogna starci attenti. Io ad esempio dico sempre ‘salve’, mai ‘buondì o buongiorno’, per paura che qualcuno mi risponda giustamente ‘bondì un par da ball, gh’é pena mort el me pà». Mentre lo ascolto noto che il suo linguaggio è misurato e rispettoso, ma mai ipocrita: parla di «rapporto con i dolenti», ma non utilizza quegli odiosi eufemismi come «spirare» o «spegnersi» (suppongo che la sua consuetudine col mistero della morte gli impedisca di trattare le persone come lampadine).

Lasciate che i pargoli
L’impegno e l’attenzione arrivano fino a fargli consigliare alle persone «letture per elaborare il lutto, anche a seconda delle loro idee e convinzioni. Alcuni suggeriscono cose semplici, come tenere in tasca un piccolo oggetto legato al defunto: quando comincia a dare ‘fastidio’, vuol dire che si è pronti a staccarsene». Altri introducono a riflessioni più articolate. 
Certi testi illustrati servono addirittura per aiutare i bambini a relazionarsi con la morte. «I bambini secondo me non devono essere tenuti lontani, perché vedono la morte diversamente e hanno molto da insegnarci. Ricordo che una volta, dopo una disgrazia, una nipotina disse al nonno ‘non preoccuparti, adesso la nonna sta bene, lo ha detto a me!’». A un funerale «dei fratellini si misero a rincorrersi attorno alla bara della nonna, e i genitori li hanno lasciati fare: l’ho trovato molto bello, un modo per vivere il lutto in modo più naturale». Anche la figlia di Mattia «è sempre venuta qui fin da piccola, a vedere il mio lavoro». Né lui si scandalizza per quell’usanza svizzero-tedesca di tenere un banchetto dopo le esequie: «È un modo per ricordare, per ricreare un legame». Quanto alle preferenze dei ticinesi, oggi l’85% preferisce farsi cremare (vedi più in basso). Le ceneri poi finiscono al cimitero, in casa oppure disperse, «per esempio su un monte o in un laghetto al quale si era legati». Solo una metà sceglie un rito religioso, «sempre meno la Messa. Più spesso, quando ti dicono ‘era di Chiesa ma non troppo’, una semplice benedizione».

Guardare avanti
Ci sono numerose persone che dispongono tutto per filo e per segno ben prima di morire, dalla bara agli annunci sui giornali («i più belli spesso sono quelli che parlano in prima persona, con la voce del defunto»). Non ci si deprime, a organizzare il proprio funerale? «Anzi, una volta una signora, dopo aver concluso un accordo, mi ha detto: ‘Non puoi sapere quanto sto bene adesso’. È un modo per mettersi l’anima in pace, vuoi perché la persona è sola o perché così facendo non lascia incombenze ai familiari, e in più decide lei stessa come desidera il suo addio. È anche un modo per risolvere quel che si può, come quando certi malati tengono duro fino a vedere tutti i nipoti, o a far riconciliare i figli».
Mattia lavora da solo, con qualche aiutante occasionale, ha un locale di preparazione, una cella frigorifera e una camera ardente nella sua impresa. Con suo padre e suo fratello gestisce un laboratorio di pietra naturale; anche lui è passato dalle lapidi, prima di rilevare l’azienda da Roberto Lüthy nel 2012, dopo qualche anno ‘a bottega’. «Pensano tutti che con le pompe funebri si diventi ricchi, ma non è il mio caso. Le spese sono parecchie: i carri funebri e l’auto di servizio, per il primo intervento e per l’allestimento delle camere ardenti, costano, bisogna mantenerli e si usano veramente poco; poi ci sono l’affitto, gli stipendi e tutti gli oneri che ne conseguono, per non parlare delle spese professionali». 
Il marketing poi non fa per lui: «Mi riesce più facile essere discreto». Anche se questo non significa rinunciare all’inventiva: «Quando è morto un mio caro amico che era anche mio aiutante, un attimo prima di morire mi ha detto: “Voglio aiutarti anche quando non ci sarò più, cerca in qualche modo di ‘usarmi’ per fare qualcosa da proporre alla gente”. Così ho preso un po’ delle sue ceneri e le ho messe in un quadro». Me lo mostra: le ceneri sono incastonate in una cornice più spessa del normale, sull’illustrazione il volto del defunto spunta con linee sfumate dalla sagoma del Cervino. Poi, quasi sottovoce, ricorda: «Quella volta mi sono stupito io stesso di come il servizio fosse andato emotivamente alla perfezione. Poi però sul carro mi sono fatto Riazzino-Biasca in lacrime».

Vivere meglio
Con gli amici, Mattia ha imparato a condividere anche i momenti un po’ comici che inevitabilmente fanno parte del mestiere. Come l’uomo con la bandiera in testa al corteo, al quale scivolarono giù i pantaloni. O quel personaggio sempre presente fuori dalla chiesa, con le lacrime agli occhi, che appena terminato di spostare il carro chiede: ‘Quant’ol düra ol funeral?’. Poi ti dice: ‘Ah bon, alora a fò mo in temp a na a bev quaicos’».
Eppure «la morte non diventa mai una routine». È «un cerchio che si chiude», d’accordo, ma spesso troppo presto o in modo inaspettato, sicché «non sai neanche più cosa dire». Allora a Mattia serve «qualche fuga nel mio mondo, dove mi immagino tutto solo, in un bel campo pieno di luce e di fiori». Serve il supporto incondizionato di chi ti sta vicino, perché «quando ti chiamano» – espressione ricorrente nel mestiere, che in tre parole dice tutto – bisogna andare. «E se ne fanno di rinunce! A volte quando sono con mia figlia, a una festa o durante i momenti di svago, devo lasciare tutto e andare al lavoro. Chi mi è vicino, capisce. Tutto questo però non mi pesa affatto». 
Serve soprattutto uno stoicismo da non confondere col fatalismo: «Sarà anche un mio appiglio personale, ma credo che alla fine stia scritto da qualche parte quando deve venire il nostro momento». È inutile «essere troppo maniaci del controllo, dire ‘se faceva così era ancora qui’, o rimpiangere di non essere stati accanto a qualcuno quando è morto: le persone poi tendono a cercare di essere sole, quando muoiono». 
Ma a fare un lavoro del genere come si pensa alla propria, di morte? «La morte mi ha sempre intrigato, fin da piccolo. Non mi fa paura. Semmai mi fa paura la malattia, il modo in cui ti trasforma. Se non facessi questo mestiere credo che troverei un altro modo per aiutare la gente, lavorerei nel sociale, ma mai nell’assistenza ai malati terminali o in ambulanza». In ogni caso, dieci anni di lavoro nelle pompe funebri «mi hanno aiutato a non prendermela per le stupidaggini, a vedere cosa è importante davvero. Mi hanno insegnato a vivere meglio».

 

LA CREMAZIONE
Sul sito dell’Associazione Ticinese di Cremazione si legge che «i primi propugnatori della cremazione in Ticino furono lo scultore Vincenzo Vela, il poeta G. B. Buzzi, il colonnello Costantino Bernasconi e Augusto Mordasini, il quale ne proponeva l’introduzione nel 1866, in occasione di una sessione di Gran Consiglio». Solo nel 1916 però – ottenuto il via libera su forte spinta dei Liberi Pensatori – si potrà attivare a Lugano il primo crematorio ticinese. Bisognerà attendere il 1966 perché la Chiesa, superate le schermaglie con il fronte ‘anticlericale’, ammetta ufficialmente la cremazione. Essa è scelta oggi da circa l’85% dei defunti ticinesi. Adagiata su dei binari, la bara viene fatta scorrere verso la camera preriscaldata, poi una porta meccanica sigilla l’accesso. Resistenze elettriche, bruciatori a gas o una fiamma diretta permettono di raggiungere una temperatura di 900-1'000 gradi. Il sito luttoememoria.it spiega che «appena la bara brucia il corpo si asciuga per mezzo del calore, bruciano la pelle e i capelli, i muscoli si contraggono, e i tessuti molli verranno vaporizzati, mentre le ossa saranno calcificate dal calore». Alla fine del processo, «il corpo viene ridotto in frammenti.
Esso viene poi raccolto in un vassoio e lasciato raffreddare per qualche tempo. Spesso i resti contengono anche oggetti preziosi non consumati dal calore oppure viti, chiodi, cerniere o altre parti della bara. Inoltre, la miscela sovente contiene apparecchi dentali, oro dentale, viti chirurgiche, protesi. Questi oggetti vengono rimossi con l’aiuto di forti magneti. (…) Dispositivi meccanici, pacemaker in particolare, vengono rimossi in precedenza perché potrebbero esplodere a causa del calore intenso e danneggiare l’attrezzatura di cremazione. Infine si arriva al momento della polverizzazione in cui i frammenti di ossa secche vengono ulteriormente trasformati in sabbia fine di consistenza omogenea. La macchina utilizzata per questa polverizzazione è chiamata cremulator. In media, ci vogliono circa 1-3 ore per cremare un corpo umano», che si riduce in media a 2,5 chili di ceneri.

BLACK MARKETING E FUNERAL PLANNERS
Anche nel settore delle pompe funebri la concorrenza si è fatta sempre più agguerrita. Non stupisce allora che alcune imprese abbiano rotto il tradizionale riserbo e puntato su una comunicazione pubblicitaria esplicita, spesso provocatoria. A Lugano sono note le inserzioni dei funeral planners, che fanno il verso ai più tradizionali wedding planners, ma qualche anno fa girava anche lo slogan «Sulla strada vai piano: noi ti aspettiamo… il più tardi possibile».
In Italia è celebre l’attività sui social della romana Taffo Funeral Services, che per farsi conoscere punta sullo humour nero: «Siamo un’agenzia con le pale»; «Purtroppo per voi siamo aperti anche di domenica»; «Italiani, vi aspettiamo alle urne». Quest’estate ha perfino lanciato una canzone interpretata da Romina Falconi, titolo: Magari muori. Il milanese Outlet del funerale, invece, offre pacchetti tutto compreso – da quello «Anticrisi» al più completo «Vip Gold» – e offerte speciali come «paghi oggi e muori quando vuoi». Altrettanto bislacca, dando una scorsa a siti e cataloghi, è la comunicazione di chi fornisce prodotti e servizi alle onoranze funebri. Sul sito di un’officina che trasforma le auto in carri funebri, per esempio, si legge: «L’autofunebre Maserati Ghibli nasce per offrire agli operatori del settore un carro funebre prestigioso e allo stesso tempo sportivo, per andare anche incontro alla nuova generazione». Una ditta australiana offre a 660 franchi una bara in vimini «amica dell’ambiente (nessun costo aggiuntivo per le maniglie)». Un rivenditore di urne italiano invece assicura: «I nostri prodotti sono ormai diventati un vero e proprio must». E ormai col carbonio estratto dalle ceneri – a temperature di migliaia di gradi – è perfino possibile produrre un diamante. 

 

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