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© Salvatore Vitale
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10.08.2019 - 14:350
Aggiornamento : 12.08.2019 - 08:12

Il cinema secondo Antonio Prata

Dall'Otello al Film Festival Diritti Umani Lugano, la sua passione per il grande schermo è senza confini

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Federico Fellini, si sa, era un tipo bizzarro e geniale. A un giornalista francese che gli chiese il senso intrinseco dei suoi film, rispose: «Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare». E di grande schermo, far vedere, condividere, Antonio Prata la sa lunga: ha diretto per 14 anni il Cinestar di Lugano, dal 2016 è il direttore del Film Festival Diritti Umani Lugano e dal 2018 è programmatore di sala del Cinema Otello di Ascona. Il cinematografo – come lo chiamavano anni fa – oggi è il Leitmotiv della sua vita, ma non è sempre stato così: no, non pensate a lui come al piccolo protagonista di Nuovo Cinema Paradiso. 
Il futuro distopico esisteva già negli anni Venti, Blade Runner e Matrix affondano le loro radici in qualche angolo del capolavoro Metropolis. La scintilla che ha fatto innamorare Antonio del cinema è scoccata quando lo vide per la prima volta, un momento indelebile per lui. «Non avrei mai immaginato che in quell’epoca si potesse fare un film del genere. Contrariamente a quello che si può pensare l’amore per il cinema è nato mentre lo studiavo, ero abbastanza maturo e in un momento di bisogno. Sono legato visceralmente al cinema, ma non alla sua parte artistica e basta, proprio a tutto quello che è, perché ho avuto la fortuna di attraversare tutti gli stadi: strappare i biglietti all’entrata, proiezionista, montatore fino a dirigere un cinema e a realizzare documentari, linguaggio con cui ti puoi esprimere con molta libertà». Secondo Antonio quello che è successo nella sua vita è un piccolo film, non sarà Nuovo Cinema Paradiso, ma con il tempo ha capito perché si è avvicinato a questo mestiere che tanto lo appassiona. «Forse anche la tua storia in qualche modo ti spinge a dire che se vuoi esprimerti e non sai come fare, puoi provare a farlo con il cinema». Primi anni Ottanta: Antonio, figlio di emigranti trapiantati a Zurigo, scopre la magia di Totò quando, una volta al mese, col babbo va alla Sala Pirandello dove la comunità italiana si ritrova per vedere dei film. «Ho capito soltanto dopo la grandezza e la maestria di Totò. A quelle proiezioni, invece, mi piaceva andare perché mi affascinava osservare le facce delle persone davanti al grande schermo e sentire l’energia che si creava in un momento di condivisione. Ho sempre cercato di capire cosa potessi fare io per mettere insieme tanta gente e far succedere qualcosa per loro». 

L‘indipendenza
Quando si parla del Film Festival Diritti Umani Lugano – la sesta edizione sarà dal 9 al 13 ottobre – Antonio ha un luccichio negli occhi. «Penso ci sia bisogno di un festival così ovunque, è un piacere vederlo crescere piano piano. Ci sono sempre nuove forze che lo alimentano e questo è uno dei motori propulsori che lo rende così vitale e importante. Gestire una sala ce l’hai nel sangue, ti piacerebbe farlo sempre, se oggi mi dovessero chiedere di prendere uno spazio e farne quello che voglio, non esiterei a buttarmi. È fantastico trovare il punto comune che collega te al pubblico in sala, dove in fondo è come trovare un pozzo in cui risiedono idee e sogni comuni». Antonio cura con infinito slancio la programmazione del Cinema Otello ad Ascona, una realtà un po’ in via d’estinzione visto che è indipendente. «Secondo me è una delle poche sale che protegge il concetto di indipendenza. Non basta proporre film indipendenti. È tutto ciò che c’è intorno, l’intero progetto, le persone che coinvolgi, che dovrebbero evitare l’influenza del potere – politico o di mercato –
 che spesso si impone. In troppi usano lo slogan ‘indipendente’ per convenienza, non per condivisione. Qui, come in altre parti del mondo, spesso ci si confronta con questo genere di situazioni. Io ho carta bianca ma, in un mondo in cui il cinema è cambiato radicalmente, non è facile. Oggi c’è una sorta di corsa, quasi isterica, ad accaparrarsi tutti la stessa cosa, lo stesso titolo, come se non ci fosse più la capacità di allargare lo sguardo...». 
Il divano di casa minaccia il cinema, e non perché il genere umano sia diventato pigro. Netflix e altre piattaforme hanno conquistato orde di ex spettatori, che fino a ieri entravano in sala. «La gente non va al cinema perché ci sono altri modi di fruibilità che oggettivamente non si possono paragonare alla sala. L’atmosfera creata dal suono non la potrai mai creare altrove e poi la condivisione di emozioni con altri spettatori te la può dare solo quello spazio davanti al grande schermo». La paura di perdere ulteriore pubblico spesso porta gli addetti ai lavori a fare delle scelte semplici. «Credo invece sia necessario lavorare sulla difficoltà, e in questo senso spesso mi faccio del male; ma non potrei fare altrimenti perché sono riuscito a trovare un punto d’incontro tra passione e dovere, e non voglio uscire da questo paradigma».
E su queste ultime parole mi risuona una sorta di mantra: è nel DNA del genere umano «fare cose» per aggregazione.

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