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Joy Division: Peter Hook, Ian Curtis, Bernard Sumner e Stephen Morris
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15.06.2019 - 17:35
Aggiornamento : 06.10.2021 - 09:57

Joy Division. Quei piaceri perduti (e mai ritorvati)

Il 15 giugno 1979 usciva “Unknown Pleasures”. Un album epocale che non smette di sorprendere

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Non ci sarebbe nulla di originale nel raccontare la storia di quattro giovani adulti che nella proletaria e grigia periferia inglese degli anni Settanta formano un gruppo sull’onda del punk che scuote i ragazzi britannici. È il 1976-1977: i Sex Pistols girano il Paese già da un paio d’anni sacramentando contro la Regina e la religione, e rivendicando caos, droghe e sesso. Roba da movimento situazionista, pura provocazione in parte già vista e sentita Oltreoceano. Ma qui il grido di libertà e la voglia di trasgredire paiono trovare substrati più assetati. E i gruppi spuntano come funghi.
I Joy Division, già noti nei club locali col nome di Warsaw – da un brano di David Bowie, si racconta –, nascono da questa spinta anticonformista/iconoclasta e i loro primi brani lo testimoniano. Escono con una manciata di singoli originali e interessanti, e trovano una neonata casa discografica, la Factory Records, pronta a crederci. E a pubblicare un album in parte già fatto, ma che nel 1978 la RCA non si sentì di mettere sul mercato. I ragazzi si demoralizzano, ma ci credono. Nell’aprile del 1979 ritornano in studio con un produttore in gamba e alquanto autoritario (Martin Hannett) ed ecco il disco d’esordio: Unknown Pleasures, un inno alla vita «che si fa fatica», ai piaceri che non ci sono, agli amori che ti deludono, a una società che non ti capisce e che pare non avere spazio per te. Dal Situazionismo all’Esistenzialismo post-punk il passo è breve, visto che l’anarchia e le rivoluzioni invocate da Clash, Buzzcocks e Johnny Rotten tardano a venire.
Ian Curtis, cantante, classe 1956, è un ragazzo dalla salute cagionevole: la figura del rocker, lo stress da tournée e le notti insonni non fanno per lui. L’acuirsi nel corso degli ultimi mesi di una forma di epilessia piuttosto debilitante non lo aiuta, i concerti si fanno faticosi, i farmaci peggiorano le cose. Marito a soli 19 anni (poi si separò) e padre di una bimba, Curtis crolla il 18 maggio 1980 togliendosi la vita. Poche settimane e uscirà il secondo disco, postumo (Closer): bianco, funereo, quasi eccessivo nell’incedere verso il baratro. Un gioco al massacro. E con lui il gruppo svanì.

DAL VIVO
I Joy Division eseguono “Transmission" (brano apparso come 7" e 12” nel 1979, ma nel repertorio del gruppo già dal ’78). Il video è tratto dal live Preston 28 February 1980, uscito come disco nel 1999.

SETTE TRACCE MEMORABILI, TRA MUSICA & POESIA
Disorder
Il lato A del disco (denominato «OUTSIDE»; l’etichetta centrale è bianca) si apre con una raccolta di sensazioni: «I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand / Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?». Ian Curtis è confuso: ha lo spirito giusto, ma la fiducia in sé viene meno.

Day of the Lords
«Where will it end? Where will it end?». Dove finirà, si chiede ossessivamente il cantante. Sconfitta, rassegnazione e delusione sono palpabili. Lo spettro di Jim Morrison e dei Doors (molto amati da Curtis) esce allo scoperto.

Candidate / Insight
«I campaigned for nothing / I worked hard for this / I tried to get to you / You treat me like this». Ciò che dai non è (il più delle volte) quanto quello che torna: l’ipnotico incedere del brano, con quella batteria pulita a dettare legge, racconta di uno squallore metropolitano che ti entra nelle ossa ed è senza via d’uscita. La successiva «Insight» rafforza l’idea del tempo perduto: «But I remember / When we were young». Anche qui tutto si gioca sul binomio crudo e staccato batteria/basso.

New Dawn Fades
Chiude la prima parte del disco, e in fondo è una summa di quanto detto prima. Ma qui la recitazione di Curtis, sostenuto da una chitarra più presente, è meno rassegnata: «Me, seeing me this time / Hoping for something else».

She’s Lost Control
Il lato B («INSIDE»; l’etichetta centrale è nera) si apre con uno dei brani più significativi dei Joy. L’amore per l’elettronica regala i primi frutti e la chitarra – che risente del punk degli esordi – contrasta con una ritmica fredda ma ballabile.

Shadowplay
Omicidio? Stupro? «I let them use you for their own ends, / To the centre of the city in the night, waiting for you»: la città è un luogo pericoloso, o forse è ciò che abbiamo dentro che fa paura.

Wilderness / Interzone
«I traveled far and wide where unknown martyrs died, what did you see there? / I saw the one-sided trials, what did you see there? / I saw the tears as they cried / They had tears in their eyes». Basso, batteria in controtempo e canto recitato: un viaggio nel risentimento a cui fa da contraltare l’esplosività punk di «Interzone». «I Remember Nothing» chiude il disco con dilatazioni psichedeliche e reminescenze doorsiane. This is the End.

LA CURIOSITÀ
«Se metti un disco degli Wham! dentro una copertina dei Joy Division, potrebbe anche funzionare, ma il contrario sarebbe assolutamente privo di senso». (Peter Saville, grafico della Factoy Records; da un’intevista a Vittorio Azzoni; Londra, agosto 1985)

MISS MAGLIETTA
di Jacopo Scarinci (giornalista)

Quando intravedi una liceale con addosso una maglietta decorata dalle celebri onde bianche su sfondo nero della copertina di Unknown Pleasures in centro, a Lugano, nel 2019 – t-shirt acquistata in un noto negozio di vestiti che ha deciso di usare questo brand – puoi fare due cose. Diventare un radical chic intellettuale dal basso dei propri 31 anni e chiederti che deriva abbia preso il mondo se un disco, vecchio ormai quattro decenni, finisce su una maglietta che costa una trentina di franchi, per esempio. Oppure chiederti che cosa di stupendo sia successo nella società, soprattutto nei giovani – non in chi era vivo e cosciente in quel meraviglioso 1979, troppo facile – perché il fenomeno Joy Division sia ancora così ancorato nell’immaginario, nelle passioni, nella quotidianità. La seconda, è chiaro. Per la voce di Ian Curtis? Per la sua figura maledetta finita impiccata cuore e anima, dopo l’ennesimo attacco epilettico, alla rastrelliera della cucina? Per i testi densi di disagio esistenziale, per le corde del basso quasi spaccate da Peter Hook, per quel bagno di ansia e incapacità di vivere che emerge da ogni canzone?
Certo. Ma come è possibile che gli alfieri del post-punk di nicchia siano diventati un brand che finisce sulle magliette o sulle tazze? Come è possibile che un gruppo con due dischi ufficiali, uno uscito dopo la morte di Curtis, e due raccolte sia ancora così presente quarant’anni dopo? Perché siamo sempre più soli. Perché anche nel buio e nella solitudine si ha bisogno di una carezza. Una carezza che può arrivare da chi non ce l’ha fatta, da chi si è arreso. Una carezza che suona come un «magari a te va meglio». Una carezza per trovare, nei momenti più tristi della propria esistenza, qualcuno che ha già tradotto in parole e musica emozioni, dolori, traumi. Questa è la reale presenza dei Joy Division a 40 anni da Unknown Pleasures. Perché tanti sono stati bravi a cantare di tristezza e solitudine. Pochi hanno reso immortale la mortalità e la finitezza delle cose. Sempre «al centro della città dove le strade si incontrano, aspettandoti».

GUIDA AL DISCO
di Christian Leoni (collezionista)

L’immagine per la copertina dell’album (la rappresentazione grafica dell’esplosione di una supernova: «100 consecutive pulses from the pulsar CP 1919») fu una scoperta del chitarrista Bernard Sumner, foto scovata
in un’enciclopedia astronomica. Grafica austera, spartana e nessun (voluto) ritratto del gruppo. La prima stampa fu di 10mila copie, esauritesi nell’arco di soli tre mesi. La caratteristica di questa prima edizione inglese è la copertina in rilievo e strutturata (textured), prodotta da una tipografia il cui nome figura in basso a destra sul retro copertina («Printed and made in Great Britain by Garrod & Lofthouse Ltd.»), busta interna con bordi arrotondati, matrici d’identificazione dei 2 lati gravate a mano sul vinile («FACT - 10 - OUTSIDE | B - THIS IS THE WAY A PORKY PRIME CUT» e «FACT - 10 - INSIDE | A A PORKY PRIME CUT - STEP»). Tuttavia, l’elemento più importante di questa edizione è il colore del vinile, che vira dal classico nero al rosso traslucido se messo sotto una fonte di luce. Questa peculiarità è tipica e unica dei vinili stampati dall’allora fabbrica di dischi Tranco Limited esclusivamente per il mercato inglese, dove una speciale miscelazione del vinile in uso (minore contenuto di carbonio) dava questa tonalità al supporto musicale. Un segno distintivo presente anche in altre prime uscite su vinile dei Joy Division.
Una seconda stampa di ulteriori 10mila copie seguì nell’autunno 1979 e si esaurì verso la metà del 1980. Attualmente (fonte: Discogs, giugno 2019) pare esistano oltre 200 versioni di Unknown Pleasures, dalle prime ristampe inglesi, americane ed europee in vinile alle prime (e introvabili) musicassette prodotte in Italia, alle innumerevoli successive ristampe in vinile e cd, nei formati più eleganti o «deluxe», in tirature limitate, riedizioni rimasterizzate – notevole quella del 2007 curata da Peter Hook, storico bassista del gruppo e in seguito nei New Order –, edizioni ufficiali, solo parzialmente autorizzate o semplicemente «piratate».
Nota a parte per le già citate edizioni italiane, non sempre con crisma di totale ufficialità e in alcuni casi macchiate da refusi, come «Unkown» o «Factori Records». Le edizioni italiane su vinile del 1980 presentano una copertina simile alle prime edizioni inglesi. Per identificarle osservate sul retro il nome dell’etichetta discografica, la Base Record di Bologna: le prime rare edizioni indicano nome e indirizzo («Base Record, Via Castiglione 109, Bologna»), le successive avevano una via diversa ed erano prive, di regola, di una busta interna stampata.

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Ian Curtis 1956-1980
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