In questo servizio, Ti-Press ci 'racconta' i grotti
Ticino7
08.06.2019 - 14:400
Aggiornamento : 12.07.2019 - 09:59

Giù, in cantina (al grotto)

Il Gigi fu visto per l’ultima volta verso le tre. Scendeva ai posteggi comunali, sotto la strada che porta alla diga...

Pubblichiamo un racconto apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana.

Sicché dopo un’oretta qualcuno si insospettì. E non solo perché all’ultimo giro di scopa nessuno gridava e sacramentava contro santi e Madonne. «Ma n’do l’è nai...» disse con la solita strafottenza Mauro, più preoccupato di un bicchiere buono che Gigi gli doveva dal giorno prima. Poi a nessuno importò più nulla, forse immaginando che il poverocristo avesse trovato sulla strada qualcuno con cui sparlare del nuovo sindaco e di quella patente ritirata il mese prima. Ingiustamente, a sentire lui.

Tu chiamali ’soci‘

Il pomeriggio proseguì sonnolento fin verso le cinque: a rompere l’apatia di quel tardo luglio secco e ventoso fu proprio il figlio minore di Gigi, Francesco, salito a piedi dalla chiesa per recuperare il suo scooter.
Le parole «avete visto mio padre?» ruppero il mormorio del fogliame, e le ombre dei castagni si fecero stranamente cupe. Quasi fredde. Una manciata di sguardi volarono sopra i tavolini e cercarono di incrociarsi tra loro. Invano. Infine ripiegarono quasi all’unisono verso il ragazzo: «Ma non è giù, al posteggio...?», chiese la Pina, che dall’alto del suo spirito materno e quel certo «sentire» (tutto femminile, si sa) pareva essere la meno disinteressata. Lei, il Gigi, lo conosceva meglio di molti altri, correva voce.
Da lì la serata si fece inaspettatamente movimentata: il telefonino del Gigi suonava a vuoto, e chi era sceso e risalito dal piccolo sentiero non portava né sguardi né notizie rassicuranti. Nel frattempo Francesco era tornato a casa dove, anche lì, nessuno lo vedeva dalla tarda mattinata. «Bé, sparito nel nulla non può mica essere!» era l’unica espressione sensata che risuonava al grotto, mentre la maggiore preoccupazione del Giorgio, compagno di Pina, era apparecchiare il tavolo più grande per una cena di classe: «I dovresa vés in quindas». Arriveranno puntuali alle sette e mezza. Loro sì.

Che si fa?

Alle otto il posteggio si era riempito di auto, mentre Francesco e il fratello Davide cercavano di caricare lo scooter sul carretto: senza chiavi e con lo sterzo bloccato non c’era modo di spostarlo senza fare danni. Il problema più grande adesso era capire come muoversi: dopo la chiamata in Polizia, l’unico consiglio dalle autorità era aspettare almeno sino alla mattina seguente. Gigi non aveva problemi di salute e non assumeva medicinali, e questo ai poliziotti bastava. Del suo amore per la bottiglia al momento era meglio tacere, anche per questo lo scooter – che non avrebbe potuto guidare – lo avevano fatto sparire. Giusto per non complicare le cose, si pensava.
Sempre per non destare troppa curiosità, anche da parte dei clienti, si decise d’interrompere le ricerche per un paio d’ore. Ma non tutti erano d'accordo. E a giusta ragione: «Io me ne sbatto di chi mangia», sbottò Davide, «qui è di mio padre che stiamo parlando, mica di una capra!». Sotto montagna il buio cala prima, ma probabilmente ai più non dispiaceva muoversi nei boschi con la torcia in mano. Beati loro.

La caccia (al bicchiere)

Fu quello strano movimento del carretto con lo scooter sopra a eccitare le lingue in paese. L’Amanda, che aveva l’orto in faccia al garage del Gigi, aveva visto l’arrivo dei due ragazzi, fradici di sudore, con quel carico goffamente coperto da un telo. «Uff, che peso sta legna...» aveva provato a bluffare Francesco. Parole sfortunate, perché dal pianale scendeva un rigagnolo di benzina, che sul selciato caldo regalava un «profumo» e una scia inconfondibili. L’estremità del manubrio, poi, non lasciava dubbi sull’identità del trasporto, che con la legna aveva ben poco a che fare. L’Amanda gettò un sorriso di circostanza. Attese che i ragazzi facessero scivolare il portone e con due falcate già era in cucina: «Tee, è successo qualcosa al Gigi...», sentenziò decisa sulle spalle del fratello Guglielmo, rapito più dal sonno che dalla Champions in tv.
Se su al grotto si era scelta la strada del momentaneo riserbo, tempo un quarto d’ora e tutti in paese sapevano che il Gigi era partito con lo scooter prima di mezzogiorno e che l’unica cosa a tornare era stato un carretto sporco di benzina. Lo spirito «comunitario» non si smentì nemmeno in questa occasione, e verso le nove e trenta al grotto calò il silenzio con l’arrivo del vociare forte di tutto il paese, infanti inclusi, in fila su per il sentiero. Pareva una processione, anche se in testa mancavano don Carlo – assente giustificato perché ricoverato dopo un intervento all’alluce valgo – e due consiglieri comunali. Quell’inattesa prolungata apertura notturna del grotto fu un evento memorabile; si cercava, si chiacchierava, si mangiava e, soprattutto, si beveva. Molto. Ma del Gigi nessuna traccia.
Alle sette e trenta i due agenti della Polizia, saliti con le prime luci del mattino prima di chiudere il loro turno, rientrarono alla centrale con un verbale figlio di cento voci e un paio di certezze.
Il Gigi fu trovato due giorni dopo, per caso. Le piccole chiavi dello scooter infilate in fondo alla tasca dei pantaloni forse non le aveva mai perdute.
Accasciato, in compagnia di una cassa di legno rotta, pareva stesse dormendo. Giù, in quella cantina semibuia.

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Nota della Redazione: l'eventuale presenza nel testo di eventi, luoghi, nomi e personaggi realmente accaduti e vissuti è da ritenersi puramente casuale.

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