(Jos Schmid)
Ticino7
15.04.2019 - 13:220

Daniella, ticinese internata per volere dello Stato

Un libro e un incontro a Bellinzona riportano l'attenzione sugli internamenti amministrativi: una testimonianza

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, disponibile anche nelle cassette di 20 Minuti per tutto il fine settimana. Mercoledì 17 aprile alle ore 18.30 alla Sala del consiglio comunale di Bellinzona si terrà una conferenza sul tema dell'internamento amministrativo, e a Piazza del Sole sarà possibile visitare una mostra ad hoc. Qui maggiori info

Ho incontrato Daniella Schmidt per la prima volta il 16 marzo 2017. Lei ha quasi 73 anni e non può ricevermi in casa. Passo a prenderla e ci dirigiamo verso un posto tranquillo, adatto all’intervista. Arrivati a destinazione, avvio il registratore e lascio la parola a Daniella. Per me inizia l’ascolto di una storia intensa e travolgente. È la storia di una delle tante bambine ticinesi cresciute senza i propri genitori e prese a carico dalle autorità di tutela del Canton Ticino. È la storia di Daniella Schmidt.

«Öh, ce ne sono di cose da raccontare», premette Daniella. Nata il 13 giugno 1944 a Mendrisio, viene abbandonata dai genitori che non sono sposati: «Mia madre non la conosco. Appena in fasce, mi ha messo nella tutoria e assistenza». Secondo il Codice civile svizzero (Ccs) dell’epoca, Daniella è una bambina «illegittima» (art. 311). La Delegazione tutoria del comune di origine decide di collocarla presso la «Culla San Marco» di Faido, dove trascorre i primi sei anni di vita. Ricorda i metodi educativi severi delle suore. Ricorda anche il buio, quel terribile buio che tornerà sempre: «Mi mettevano in castigo, molto in castigo […]. C’erano di quelle vasche per lavare i panni grandi, erano grandi così, io ero una trappolina. Mi buttavano dentro […]. Mi mettevano nel buio, ma proprio buio in cantina».

La famiglia affidataria: violenze e abusi

Compiuti i 6 anni, una famiglia prende la bambina in affido. Si tratta della famiglia S., «erano pensionati, vecchi, già vecchi». Ora finalmente Daniella ha una famiglia che si prende cura di lei. In realtà, però, la quotidianità della bambina è scandita da regole, divieti, castighi e punizioni molto violente. Descrive così l’arrivo nella famiglia affidataria: «Da lì ha cominciato tutto male. Mi pestavano. C’era... la principale era la frusta, fatta di betulle, il battipanni, la cinghia, gli scarponi e il bastone. Se non era la frusta, era il bastone. Se non era la frusta o il bastone, era la cinghia. Tutto così era. Tutto».

Gli S. sono violenti, persino sadici: «Per Natale mi regalavano una nuova frusta, con la betulla. Ogni anno, ogni Natale, ogni Natale. Quello era il mio regalo.» Daniella è picchiata così spesso che gli S. regalano una nuova frusta anche per il compleanno. Sono passati più di 60 anni, ma questi «regali» hanno lasciato il segno: «Il Natale […] lo detesto ancora adesso. Lo odio! Lo odio perché ho sempre preso fruste!».

Una disattenzione, un’imprecisione, una regola infranta, basta poco a far scattare la brutalità degli S. Daniella deve seguire una disciplina ferrea. Tra le altre cose ha il compito di curare le capre, pulire la stalla e l’orto, «fare» il fieno. La bambina vive nella costante paura di commettere errori. Le punizioni sono terribili. «Mi mettevano tante volte giù in cantina che c’era un bidone di grano per le galline che c’erano i topini che mi venivano su. Io avevo paura nè? Urlavo. Ma sì, questi qui se ne fregavano. Allora avevo paura del buio, no?».

Maltrattata, picchiata, sottomessa, denutrita: «Io ero così, un baccalà», perché «non mi davano quasi niente da mangiare. […] Quante cene ho saltato io! Quante colazioni ho saltato!». A volte per nutrirsi è costretta a rovistare nella spazzatura, di nascosto: «Mangiavo la pelle di banana, la pelle dell’arancio, […] le ossa che avevano delle galline e dei conigli, raspavo fuori […] dall’immondizia e li mangiavo».

Senza genitori: nessun aiuto

A scuola ottiene ottimi risultati fino alla terza elementare. L’anno seguente viene bocciata: «Dalla quarta in avanti sono diventata la più scema di tutti. Sai perché? A furia di darmi botte in testa! Non ero più capace di fare uno più uno». I compagni di scuola deridono Daniella per il suo aspetto magro e trascurato, la chiamano «la scheletra». Per la maestra di prima elementare Daniella fa parte di quei bambini che, spesso e volentieri sminuiti, quasi annientati nella loro persona e nel loro diritto di esistere, vengono chiamati «figli di nessuno». Giustamente Daniella mi fa notare: «Ma io avevo i genitori, però se si son disinteressati, mica è colpa mia, no?».

Gli abitanti del paese «sapevano tutto eh!». Qualcuno talvolta accoglie la bambina per qualche ora di tregua. Nessuno interviene in modo decisivo. Solo una supplente delle scuole elementari avverte l’Autorità di vigilanza sulle tutele (Avt) e organizza un incontro con Daniella. La bambina ha circa 10 anni. È piena di lividi. L’Avt ammonisce gli S. promettendo di allontanare Daniella in caso di nuovi maltrattamenti. La bambina vive qualche giorno di tranquillità, poi tutto riprende come prima. L’Avt non mantiene la promessa.

I collocamenti in Svizzera tedesca: tentativi di sottomissione e tentativi di ribellione

Nel 1956, dopo sei lunghissimi anni, Daniella può finalmente lasciare la famiglia affidataria. Non conosce il motivo della sua partenza. Ha 12 anni quando viene collocata dapprima al «Kinderheim Uri», nel comune di Altdorf (UR) e poco tempo dopo allo «Schweizerisches Erziehungsheim für katholische Mädchen» di Richterswil (ZH). Daniella è trattata bene, ma non vuole rimanere.

Decide di fuggire. Per questo motivo viene collocata al «Guten Hirten» di Altstätten (SG), istituto educativo tra i più severi della Svizzera. Ordine, disciplina, preghiere e lavoro. Daniella ha circa 14 anni e impara a cucire. Le piace lavorare, ma non sopporta la rigidità imposta dalle suore: «Io non voglio più stare a vedere le monache lì perché sono stufa nera». Si sente imprigionata. A volte viene rinchiusa per davvero nelle celle punitive di cui è dotato l’istituto. È determinata a non sottomettersi più e tenta di conquistare la propria libertà fuggendo. Incapaci di piegare Daniella alla loro volontà, le autorità ticinesi decretano un ulteriore collocamento.

L’internamento amministrativo all’Onc: contenzione fisica e psicofarmaci

Il tutore ufficiale ritiene che il posto adatto a Daniella sia l’Ospedale neuropsichiatrico cantonale (Onc) di Mendrisio. Al momento dell’ammissione, il 28 settembre 1960, ha solamente 16 anni. Il tutore non informa la sedicenne delle ragioni dell’internamento: «Mi hanno portato dritto giù là per nessun motivo, neanche lo sapevo cos’era un manicomio […]. Quando ho visto la gente, ora della fine mi sono detta ma dov’è che mi hanno mandata sti disgraziati?». Daniella sa di non meritare l’internamento: «Fossi stata malata, arriverei ancora a capire. Ma io non ero malata, non ero pazza. Ero un po’ una ribelle. Ma le ribelli non devi metterle giù là».

L’ambiente ostile e incomprensibile dell’Onc incute paura a Daniella. Vuole andarsene. Cerca spiegazioni, reagisce anche con veemenza, usa parole forti e alza la voce, che è l’unica arma a sua disposizione. Alcuni membri della direzione medica disapprovano il comportamento dell’adolescente. La trasferiscono spesso nella «Ca’ Rossa».

In questo padiglione dell’Onc vengono usati i metodi più repressivi. «Mi hanno legato nel letto», racconta Daniella. A volte completamente nuda, le bloccano le mani, i piedi e la vita. Non può nemmeno girarsi: «Io dovevo farla nel letto, sia pipì, sia il grosso, […] avevo il mio ciclo, lì, lì, sul letto». È questo il modo con cui viene brutalmente oppressa la naturale voglia di libertà della giovane donna. In aggiunta alla contenzione fisica, le vengono somministrati degli psicofarmaci come il Largactil e il Leptozinal: «Sono delle pastiglie per tenerti calma», mi spiega Daniella. È completamente in balia dei dottori: «Potevano fare tutto quello che volevano». Si sente impotente. Il peso dell’oppressione diventa insopportabile. Così, invece di prendere i medicamenti che le vengono prescritti, li mette da parte per poi ingerirne una grande quantità in una sola volta. Arrivata a questo punto, ai suoi occhi la morte è preferibile all’internamento psichiatrico. Un’infermiera interviene appena in tempo, salvandole la vita.

A partire da quel momento, la giovane internata riceverà i farmaci direttamente tramite iniezioni. «Ma questi mi volevano fare diventare pazza per conto mio», denuncia Daniella. Fortunatamente non ci riescono. Daniella resiste. Resiste fino alla sua dimissione, che avviene il 15 giugno 1964 grazie all’allora vicedirettore Giuseppe Bosia. Daniella è maggiorenne da due giorni. Dal suo internamento sono passati quattro lunghissimi anni.

Il controllo continua: Daniella rimane sotto tutela

Ora la tutela per «minorenni illegittimi» è scaduta. Daniella lavora come operaia. Decide di sposarsi con M., il compagno da cui aspetta un bambino. Ma le autorità tutelari continuano a opporsi all’autonomia di Daniella: tratta in inganno, è convinta a firmare una «domanda volontaria di tutela» (art. 372 Ccs).

Due anni più tardi, nel 1966, il nuovo tutore non autorizza il matrimonio e dichiara di volerle sottrarre il futuro bambino, considerando anche lui un «figlio illegittimo». Daniella ripudia fermamente l’idea del tutore: «No, il figlio me lo voglio tenere io. Io non ve lo do nelle vostre mani, con quello che ho patito io». È determinata e minaccia: «Piuttosto uccido il figlio e mi uccido anch’io». In questo modo riesce ad ottenere l’autorizzazione da parte del tutore. Due giorni dopo il matrimonio nasce il primo di quattro figli.

Nel 1967, il tutore accetta finalmente di revocare la misura cautelare nei confronti di Daniella. Si è liberata dalla morsa dell’Avt. Tuttavia, i suoi problemi non sono destinati ad esaurirsi. La vita matrimoniale mette di fronte Daniella a ulteriori sfide e maltrattamenti. Vorrebbe porre fine alla relazione. Decide di non farlo perché sa che in caso di divorzio interverrebbe l’Avt. Vuole a ogni costo proteggere i suoi figli.

I segni del passato

I ricordi nitidi che accompagnano Daniella Schmidt fino a oggi sono una chiara dimostrazione di come le siano rimaste impresse le ingiustizie e il dolore inflitti dalle autorità di tutela, dalla famiglia S., dalle suore, dagli psichiatri e non da ultimo dalla propria famiglia. Del passato dice che vi era «troppa, troppa rigidità, guarda, spaventosa».

Nel frattempo la nostra intervista volge al termine e Daniella ammette: «Son contenta che mi sono un po’ sfogata». I ricordi però fanno ancora male. Daniella inizia a piangere e poi prevede: «Di notte piangerò come il piagnisteo. Cosa vuoi farci?».

Ora ha quasi 75 anni, ha certamente imparato ad andare avanti, ma a caro prezzo. Ha ancora paura di quel «terribile buio»: dorme con la porta aperta e la luce accesa. Soffre di ansia, non riesce a stare con più di tre o quattro persone nello stesso posto. Eppure, Daniella va avanti. Nonostante tutto, nessuno è riuscito a toglierle la voglia di ridere, di scherzare, di approfittare delle giornate di sole, di camminare con i cani che, fino all’anno scorso, l’hanno sempre accompagnata: «Ti danno più l’anima loro che non l’essere umano». Mentre ci salutiamo, Daniella mi confida che vuole godersi la vita perché «la vita è bellissima!».

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IL LIBRO

L’articolo presente qui sopra è una versione ridotta e rielaborata della testimonianza di Daniella Schmidt raccolta e redatta dal ricercatore Marco Nardone dell’Universtità di Ginevra. Il contributo pubblicato nella sua interezza è apparso alle pp. 190-199 del primo volume di una serie di pubblicazioni promosse dalla Commissione peritale indipendente internamenti amministrativi (Cpi) dal titolo 'Volti dell'internamento amministrativo. Ritratti di persone internate', un pubblicazione edita da Chronos Verlag, Editions Alphil ed Edizioni Casagrande. Ma chi sono le persone internate amministrativamente? Cosa si nasconde dietro al concetto di internamento amministrativo e che significato ha nella vita delle vittime? Queste domande sono affrontate nel volume della Cpi dedicato ai ritratti, che si concentra sulle persone internate amministrativamente. L’opera si avvicina a loro in due modi: da un lato, il fotografo Jos Schmid ha scattato ritratti formalmente rigidi con fotografie in bianco e nero e, dall’altro lato, 12 autori li hanno descritti in brevi testi biografici basandosi su fonti orali oppure scritte. Fotografia e testo dipingono quindi con mezzi diversi immagini diverse di effetto diverso, convogliando così un’immagine molteplice delle vittime, ma dando al contempo anche un’idea dei processi che determinano quale immagine ci facciamo delle persone.
Istituita dal Consiglio federale nel 2014, la Cpi è incaricata di esaminare e documentare la storia degli internamenti amministrativi, tenendo conto anche delle altre misure coercitive a scopo assistenziale e dei collocamenti extrafamiliari anteriori al 1981. Apparso da poche settimane, a Volti dell'internamento amministrativo faranno seguito altre 10 pubblicazioni della Cpi previste tra maggio e settembre di quest'anno. L’e-book del primo volume è disponibile gratuitamente qui

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