La situazione in Libano, a Gaza e in Cisgiordania si fa sempre più drammatica, specie per i civili. È ora, secondo Caritas Svizzera, che il Consiglio federale esca dal suo mutismo e prenda una posizione chiara sul rispetto del diritto internazionale, anche assieme ad altri Stati. In particolare, Caritas denuncia la difficoltà di fornire in loco aiuti umanitari.
Più di 1,2 milioni di persone in Libano, in particolare nel sud del Paese, sono costrette ad abbandonare le loro case per sfuggire alla violenza, stando a Martin Hiltbrunner, responsabile del team Programmi umanitari di Caritas Svizzera. L'accesso agli aiuti diventa sempre più difficile. Nelle scorse settimane, gli attacchi hanno causato la morte di oltre 1200 civili e di 51 operatori sanitari.
Ma anche a Gaza e in Cisgiordania la situazione umanitaria è sempre più tesa. Nella Striscia, in marzo solo circa 340 camion alla settimana hanno potuto attraversare i valichi di frontiera quando ce ne vorrebbero 3000 per coprire i bisogni della popolazione. In Cisgiordania, i collaboratori della rete Caritas riferiscono di una violenza sempre più crescente da parte dei coloni israeliani nei confronti della popolazione civile palestinese. A marzo l'ONU ha documentato 150 attacchi di questo tipo.
Il 12 di febbraio scorso, anche Terre des hommes - sottoposta a pressioni da parte delle autorità israeliane affinché consegnasse i dati dei propri operatori - aveva chiesto al Consiglio federale, e soprattutto al Dipartimento federale degli affari esteri, di riaffermare chiaramente l'importanza del rispetto del diritto internazionale umanitario e di utilizzare i canali diplomatici svizzeri per difenderlo.
In qualità di Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, la Svizzera deve ribadire che una potenza occupante ha l'obbligo di facilitare la fornitura di aiuti, proteggere i civili e non ostacolare l'azione umanitaria né subordinarla alla trasmissione di dati personali sensibili, secondo l'Ong che si occupa soprattutto del benessere dei minori.
A questi appelli, nei mesi scorsi anche ex diplomatici e intellettuali hanno chiesto all'Esecutivo maggiore fermezza nella difesa del diritto internazionale, nel solco della tradizione umanitaria elvetica. Va ricordata anche la denuncia inoltrata da 25 avvocati - cui non è stato dato seguito nel febbraio scorso - contro diversi consiglieri federali, accusati di complicità con Israele nei crimini commessi a Gaza.
A loro avviso, la Svizzera aveva violato le Convenzioni di Ginevra e il diritto internazionale umanitario. Il governo avrebbe dovuto interrompere tutte le relazioni commerciali con Israele, continuare a finanziare l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), vietare completamente l'esportazione di armi e beni a duplice uso (civile e militare) e usare la sua influenza diplomatica, morale ed economica per impedire il genocidio.
A livello parlamentare, nel marzo scorso il Consiglio nazionale aveva respinto una mozione degli Stati che chiedeva alla Svizzera di adoperarsi per evitare che vengano compiuti gravi crimini a Gaza, vengano liberati i prigionieri e sia consentito il libero accesso agli aiuti umanitari. Per la maggioranza, tali obiettivi sarebbero stati raggiunti dopo la conclusione di un accordo di pace. Altri interventi che chiedevano al Governo di sanzionare, per esempio, i coloni violenti sono stati tutti respinti dalle Camere.
Circa l'agognata pace, nel novembre scorso il Consiglio federale ha deciso di sostenere con misure immediate il piano statunitense in 20 punti per il Medio Oriente. La Svizzera intende mettere a disposizione le sue competenze tecniche nei settori del diritto internazionale umanitario, del disarmo e dello sminamento, potenziando il suo aiuto umanitario a Gaza.
Berna ha anche partecipato in febbraio a Washington, come osservatrice, alla riunione inaugurale del Consiglio di pace voluto dal presidente Donald Trump, organismo controverso da lui presieduto a titolo personale, nell'ambito del piano di pace per la Striscia.