laR+ la conferenza del bürgenstock

È ancora tutta da scrivere la storia della pace in Ucraina

Si è conclusa con un comunicato congiunto non sostenuto dai Paesi ‘Brics’ la conferenza del Bürgenstock. Nulla di concreto su un secondo ‘vertice’

In sintesi:
  • Timidi segnali d’apertura da Kiev, ma nel pieno rispetto del principio dell’integrità territoriale
  • La presidente della Confederazione Viola Amherd: non c’è un approccio chiaro in merito al coinvolgimento della Russia
Foto di famiglia (allargata) al termine della prima giornata di lavori alla Conferenza di alzo livello sulla pace in Ucraina
(Keystone)
16 giugno 2024
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I credenti di Obvaldo e Nidvaldo hanno sostenuto spiritualmente la conferenza al Bürgenstock. La Parrocchia di Stans ha organizzato una passeggiata per la pace da Stans (Nw) e Sachseln (Ow) fino al Ranft (Ow), dove Nicolao della Flüe – che “aveva sempre ben presente la pace” – visse come eremita dal 1467 al 1487. A Lucerna cattolici e riformati hanno pregato nella Peterskapelle. Il loro auspicio: che il ‘vertice’ “dia una chance alla pace”. Sempre a Lucerna, un coro di oltre 70 rifugiati ucraini ha cantato sulla Piazza dei Gesuiti l’Inno alla gioia di Beethoven. E domenica alle 11 le campane di tutte le chiese del canton Nidvaldo, cattoliche e riformate, hanno suonato per 8 minuti. “In segno di pace”.

Pace, pace, pace. Non sappiamo se preghiere, canti e vibrazioni positive rivolti ai partecipanti alla conferenza svoltasi sabato e domenica nel canton Nidvaldo daranno effettivamente, prima o poi, una chance alla pace per il martoriato Paese e i suoi abitanti. Quel che è certo è che nell’immediato non hanno avuto risvolti tangibili. Non una Dichiarazione, ma un Joint Communiqué (‘comunicato congiunto’), oltretutto nemmeno sostenuto da molti dei Paesi che contano; e nessuna data né luogo per una seconda conferenza sulla pace: al di là delle lodevoli intenzioni, non è granché. Anche perché a Kharkiv e altrove in Ucraina (e a Gaza, e dove ancora?) si continua a morire ammazzati, sotto le bombe. Nonostante i massicci aiuti militari occidentali a Kiev. Mentre Putin, anziché rinsavire, irrobustisce la sua retorica.

Eppure non è poco il fatto che quantomeno di pace si parli. Che, nonostante l’assenza di peso di Russia (non invitata, e comunque non intenzionata a venire), Cina e altri Paesi del ‘Sud globale’, un centinaio tra Stati e organizzazioni abbiano deciso di farlo. E va detto che il colpo d’occhio è notevole quando, sabato alle 17.30, sui maxischermi della gremita sala stampa del Media Center approntata al Bürgenstock a un centinaio di metri da dove si sta svolgendo la sessione plenaria, compare l’immagine dei capidelegazione riuniti attorno a un enorme rettangolo di tavoli, con tutte le bandiere sullo sfondo.

Da Kiev segnali d’apertura

Va detto anche che nelle ultime settimane le aspettative erano state parecchio ridimensionate. In origine, il presidente Volodymyr Zelensky avrebbe voluto discutere dell’intera sua ‘Formula di pace’, sollevando questioni tanto scottanti quanto cruciali come il ripristino dell’integrità territoriale del suo Paese e l’istituzione di un tribunale speciale per giudicare militari e politici russi. La Svizzera – organizzatrice su richiesta di Kiev – è riuscita però a circoscrivere l’ambito tematico: poche questioni (sicurezza nucleare, prigionieri di guerra, sicurezza alimentare e libertà di navigazione sul Mar Nero: vedi box), il (minimo) comune denominatore fra tutte le ‘formule di pace’ in circolazione, quella di Kiev compresa.

La Presidente della Confederazione Viola Amherd l’ha ribadito in entrata: gli obiettivi del ‘summit’ sono «modesti». Ed è innegabile che «se vogliamo inspirare lo spirito di pace, Mosca deve essere a un certo punto coinvolta, tutti ne siamo consapevoli». Anche Zelensky ormai lo è. Soliti pullover nero e pantaloni verde oliva, il presidente ucraino si è mostrato conciliante come mai prima d’ora. «Vogliamo dare una chance alla diplomazia», ha esordito, esprimendo la speranza di raggiungere «una pace giusta il prima possibile». Stando a lui, «oggi scriviamo la storia». Una seconda, non meglio precisata conferenza dovrà «stabilire la fine del conflitto». I lavori preparatori, ha spiegato, dovranno consentire di sottoporre un piano a Mosca. In precedenza, il suo capo di gabinetto Andriy Yermak aveva posto la condizione: «Tutte le parti devono riconoscere che siamo vittime di un aggressore». Dopodiché, si potrebbe avviare un «dialogo aperto» anche con la Russia.

Segnali d’apertura da parte di Kiev, dunque. Affatto scontati. Alla vigilia della conferenza, Putin aveva svelato le sue, di condizioni, per intavolare negoziati di pace: rinuncia dell’Ucraina all’adesione alla Nato e alle quattro regioni annesse da Mosca nella parte orientale del Paese. Lo stesso Zelensky – alla stregua dei Paesi che sostengono l’Ucraina, Stati Uniti in testa – le aveva subito bollate come assurde. Al Bürgenstock più volte si è sentita la parola ‘capitolazione’.

Nessuna Dichiarazione

Le discussioni sul documento conclusivo sono andate avanti fino all’ultimo minuto. Una Dichiarazione? Pur non consensuale, dando cioè a ogni Stato la possibilità di specificare se la approva o no? Oppure un semplice comunicato? Chi li firmerà/sosterrà? La Russia verrà menzionata? Se sì, in che modo? Si annuncerà una prossima conferenza sulla pace (sarebbe «la ciliegina sulla torta», aveva detto la scorsa settimana il consigliere federale Ignazio Cassis), magari con il coinvolgimento di Mosca?

Domenica, 13.30: all’improvviso cala il silenzio nell’affollata e rumorosa sala stampa. Sui quattro maxischermi viene pubblicata la lista dei Paesi che sostengono (‘support’, in inglese) il ‘Joint Communiqué on a Peace Framework’ (traducibile con ‘comunicato congiunto su uno schema di pace’).

Balza all’occhio l’assenza di India, Sudafrica, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Dunque nessuno degli Stati ‘Brics’ (i Paesi del ‘Sud globale’) presenti sostiene il testo (Russia, Cina, Egitto, Etiopia e Iran non c’erano; il Brasile era qui solo come osservatore). Alla fine sono 84 (Ucraina compresa) su circa 100 tra Stati e organizzazioni internazionali ad aver sostenuto il documento («meno vincolante» rispetto a una dichiarazione vera e propria, preciserà poi Cassis in conferenza stampa rispondendo a una domanda de ‘laRegione’). All’appello mancano anche Paesi come Messico, Colombia, Indonesia e Thailandia. Non proprio dei pesi piuma tra quelli del Sud del mondo.

‘Tappe concrete’, quali non si sa

“Crediamo che il raggiungimento della pace richieda il coinvolgimento e il dialogo di tutte le parti”, si legge nel comunicato. Il Ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba in mattinata aveva dichiarato che la sua delegazione avrebbe potuto convivere con questa frase. Siamo pronti a dialogare con tutte le parti, aveva aggiunto. E lo stesso Zelensky si è detto disposto ad «ascoltare le opinioni» di Cina («Vorrei che fosse amica dell’Ucraina») e Brasile sulla pace, anche se differenti dalle sue.

Il tutto però rimane molto vago nel documento diffuso al termine della conferenza. Si parla di “tappe concrete”, senza precisare quali. Le delegazioni non sono riuscite a concordare un approccio chiaro in merito al coinvolgimento della Russia in un processo di pace; non c’è consenso sul quando e come Mosca debba essere coinvolta, ha riconosciuto Viola Amherd chiudendo i lavori. Zelensky comunque ha fretta. Parla di «mesi, non anni» per arrivare a un secondo ‘summit’. «Abbiamo Paesi che mostrano interesse» a ospitarlo, ha detto. Le discussioni proseguiranno per il momento a un livello inferiore, tra consiglieri per la sicurezza nazionale. Accordi in questo senso sono già stati stretti con un buon numero di Paesi, ha sottolineato il presidente ucraino.

Un principio imprescindibile

Il testo insiste peraltro sull’integrità territoriale dell’Ucraina, imprescindibile per Kiev e principio cardine della Carta delle Nazioni Unite. Il termine “aggressione russa” non compare, ma si citano risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che invece la menzionano. E si fa riferimento ai confini internazionalmente riconosciuti dell’Ucraina. Che – nota bene – comprendono la Crimea, annessa dalla Russia dieci anni fa. «La Russia può iniziare negoziati con noi domani. Ritirandosi dal nostro territorio», in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, ha dichiarato domenica Zelensky. «Non c’è pace duratura senza l’integrità territoriale» dell’Ucraina, ha insistito. Ad appoggiarlo, la presidente della Commissione Ue: «Nessun Paese accetterebbe le condizioni oltraggiose» enunciate da Vladimir Putin per l’Ucraina, ha detto Ursula von der Leyen.

Cristalline, al riguardo, le parole pronunciate sabato dalla premier estone, Kaja Kallas: «Mi preoccupa sentir parlare [altri, ndr] di piani o iniziative di pace che non menzionino nemmeno i valori fondamentali della Carta delle Nazioni Unite, i principi che costituiscono la base per garantire la pace a livello globale». «La storia ha dimostrato che la rinuncia al territorio per la pace ha troppo spesso portato e porterà a ulteriori aggressioni», ha ammonito.

La ‘base di fiducia’

Nel Joint Communiqué si chiede poi che la centrale nucleare di Zaporizhzhia sia resa sicura e che la navigazione nel Mar Nero sia “libera” e “intera”. I bambini deportati devono essere rimpatriati dalla Russia, i prigionieri di guerra e i civili internati devono essere rilasciati. Le posizioni adottate su questi tre punti “creano una base di fiducia”, recita il comunicato stampa finale diramato dai dipartimenti federali degli Affari esteri e della Difesa. Il premier canadese Justin Trudeau, dal canto suo, ha annunciato che il suo Paese ospiterà nei prossimi mesi una conferenza a livello ministeriale sugli aspetti umanitari.

Qualcosa di più di un semplice, pur forte desiderio di pace. Ma non (ancora) abbastanza ‘to give peace a [real, ndr] chance’. John Lennon sarebbe d’accordo.

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