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25.09.2022 - 22:44

‘Altri modelli da discutere in vista della prossima riforma’

A colloquio con Jerôme Cosandey di Avenir Suisse sulle prospettive future del primo pilastro dopo il risicato sì popolare ad Avs 21

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Keystone
Cosandey

Jérôme Cosandey è direttore per la Romandia e responsabile ‘Stato sociale sostenibile’ di Avenir Suisse, il laboratorio di idee che "sviluppa idee liberali per il futuro della Svizzera orientate all’economia di mercato". Giovedì, quando abbiamo concordato l’intervista, aveva messo le mani avanti: «Per me, il ‘dopo’ questa riforma è il ‘prima’ a questa riforma». Significa che in fondo… non cambierà granché? «Avs 21 – ha detto ieri Cosandey a ‘laRegione’, a bocce non ancora ferme – garantisce al primo pilastro un finanziamento sicuro per ulteriori quattro anni, rispetto allo status quo. Ma nel 2029 il risultato d’esercizio dell’Avs sarà comunque nelle cifre rosse. Nei prossimi anni, dunque, dovremo riflettere su una nuova riforma». Il Parlamento, del resto, ha già incaricato in questo senso il Consiglio federale.

Signor Cosandey, per quale ragione ritiene importante il sì ad Avs 21?

Non è solo l’aspetto finanziario che conta, o l’aumento dell’età di pensionamento delle donne. Avs 21, così come la riforma del secondo pilastro, permette di fare un passo per adeguare il nostro sistema previdenziale all’evoluzione della società. Le nostre assicurazioni sociali riflettono ancora il mondo degli anni Ottanta: la donna aveva un figlio, lasciava il lavoro per occuparsene, poi magari dopo qualche anno tornava a lavorare a tempo parziale, molti avevano per lo più un solo datore di lavoro, e così via. Di tutto questo il secondo pilastro non tiene conto.

Restiamo all’Avs. Cosa c’è di buono in questa riforma?

Nel 1948, quando è nata l’Avs, donne e uomini andavano in pensione a 65 anni. Abbiamo fatto un lungo viaggio per tornare lì. Questa parificazione è importante. Anche perché le donne, che in media in Svizzera vivono tre anni di più degli uomini, continueranno a percepire una rendita Avs più a lungo.

Aumento dell’età di pensionamento per tutti a 66 anni, 13esima Avs, soldi della Bns al primo pilastro, ecc.: le proposte di riforma dell’Avs non mancano. Quale le sembra la più sensata?

Finora il dibattito sull’Avs è stato focalizzato sulla divisione tra uomini e donne. Aver parificato l’età di pensionamento potrebbe ora rendere più facile – in vista di una prossima riforma – parlare di solidarietà tra lavoratori attivi e pensionati, e quindi anche di altri modelli pensionistici. Lo spero, comunque. Ad esempio: perché non orientarci verso un modello in cui a contare è il numero di anni durante i quali una lavoratrice o un lavoratore hanno versati i contributi? Ciò consentirebbe di tenere conto tra l’altro delle differenze nella durata degli studi. Oppure ancora: in Svizzera, uno dei Paesi dove la speranza di vita è più elevata, si va in pensione a 65 anni; invece, nella maggior parte dei Paesi dell’Ocse [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr] hanno già alzato l’età di pensionamento oltre questa soglia, o hanno deciso di farlo. A me sembra normale che, se si vive più a lungo, si lavori anche più a lungo. Poi, sulle modalità concrete, si può discutere.

Avs 21 flessibilizza la riscossione della rendita Avs, un aspetto rimasto in secondo piano. Un pensionamento ‘à la carte’, è questo il futuro?

Adesso abbiamo un duplice progresso. Finora si poteva decidere solo una volta all’anno di andare in pensione, mentre in futuro lo si potrà fare ogni mese. E poi chi lavora più a lungo potrà migliorare la propria rendita, ciò che non è il caso attualmente. Il meccanismo previsto da Avs 21 è molto importante: permetterà di meglio tener conto dei bisogni specifici di ciascuno.

Tutti ora guardano alla riforma del secondo pilastro. Il dossier langue in Parlamento. Quale dev’essere la priorità, a suo parere?

Tutti sono d’accordo su un punto: il tasso di conversione [l’aliquota con la quale viene moltiplicato l’avere di vecchiaia al momento del pensionamento e che determina l’ammontare della rendita Lpp, ndr] va abbassato, e il calo delle rendite che ne deriverebbe va compensato per fare in modo che il livello della rendita venga preservato. Spesso, però, nel dibattito politico si dimentica una cosa: l’85% delle casse pensioni in Svizzera offre già prestazioni che vanno oltre la parte obbligatoria, ‘anticipando’ quindi la riforma. Per questo è importante che le compensazioni di cui parlavo siano mirate, vadano cioè a beneficio soltanto di chi verrebbe effettivamente colpito, migliorando la protezione di chi lavora a tempo parziale e in settori a bassi salari. Nel progetto in discussione in Parlamento, invece, si vuole offrire una compensazione a tutti, anche a coloro che non subiranno perdite a seguito della riforma. È troppo caro. E alla cassa verrebbero chiamati i lavoratori, i più giovani soprattutto. SG

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