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laR
 
07.07.2022 - 05:30
Aggiornamento: 16:35

‘In Ucraina le infrastrutture di base sono duramente colpite’

Guerra, emergenza umanitaria, ricostruzione: intervista a Martin Schüepp, Direttore delle Operazioni del Comitato internazionale della Croce Rossa

Il Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) è in Ucraina dal 2014, ovvero da quando la Russia ha annesso la Crimea. La regione del Donbass è sempre stata l’epicentro delle sue operazioni. Dallo scorso 24 febbraio, con l’invasione del Paese da parte delle truppe russe, l’organizzazione «cerca di rispondere ai bisogni umanitari là dove si presentano, adattandosi a linee del fronte che si spostano continuamente», spiega Martin Schüepp. A Lugano per la Ukraine Recovery Conference, il grigionese – da pochi giorni Direttore delle Operazioni al quartier generale a Ginevra – ha illustrato a ‘laRegione’ le attività del Cicr in Ucraina e le difficoltà che i suoi oltre 700 collaboratori (in maggioranza ucraini) incontrano ogni giorno sul terreno.

Signor Schüepp, l’invasione russa ha cambiato anche la natura delle attività del Cicr in Ucraina?

Non c’è stato un cambiamento fondamentale. Ma i bisogni urgenti – come la cura e l’evacuazione dei feriti o la distribuzione degli aiuti d’emergenza – si sono moltiplicati. L’Ucraina, diversamente da buona parte dei Paesi nei quali siamo presenti, ha infrastrutture ben sviluppate. Noi, in collaborazione con la Croce Rossa nazionale, aiutiamo a preservarle, a fare in modo che non collassino. Perché è essenziale che le persone, anche a guerra in corso, possano continuare a beneficiare dei servizi pubblici di base. Infine, manteniamo il dialogo con le parti in conflitto: le richiamiamo al rispetto del diritto internazionale umanitario, le rendiamo attente alla necessità di proteggere i prigionieri di guerra e la popolazione civile, oltre che al modo in cui la guerra viene combattuta.

Di quali infrastrutture parla, in particolare?

Per il Cicr è fondamentale che venga garantita l’erogazione di acqua potabile e di elettricità, e che scuole e servizi sanitari funzionino a dovere. In Ucraina tutte queste infrastrutture sono duramente colpite dai combattimenti. Spesso, ad esempio, la distribuzione di acqua potabile viene interrotta. Noi cerchiamo di sostenere le aziende pubbliche locali nei loro sforzi per garantire questo servizio.

Quali sono le principali difficoltà che dovete affrontare?

Essendo questa una guerra che si svolge molto in aree urbane, la popolazione civile viene spesso colpita: sia direttamente, dai combattimenti; sia indirettamente, a causa della distruzione che questi provocano alle infrastrutture di base indispensabili alla sopravvivenza. L’ostacolo principale al nostro lavoro è legato alla situazione a livello di sicurezza. In alcune zone l’intensità dei combattimenti è tale, che per il Cicr è praticamente impossibile portare assistenza a coloro che ne hanno bisogno. Spesso anche i nostri operatori devono trovare riparo nei rifugi o nei bunker sotterranei.

Vi siete già ritirati da alcune zone, per questo motivo?

Dobbiamo cambiare spesso il luogo delle nostre operazioni, salvo poi tornarci se o quando la situazione a livello di sicurezza lo consente. Il continuo spostamento delle linee del fronte e l’intensità dei combattimenti ci obbligano a essere molto flessibili, molto mobili. Dispieghiamo le nostre squadre secondo questa logica, così da poter raggiungere il maggior numero di persone possibile laddove le condizioni di sicurezza lo permettono. In alcuni casi si tratta anche di aiutare queste persone, quando lo vogliono, a lasciare il loro territorio; oppure di predisporre l’accoglienza altrove, se riescono loro stesse a uscire. Il Cicr, grazie al dialogo costante con le parti in conflitto e anche coordinandosi con l’Onu, ha partecipato all’evacuazione (‘passaggio sicuro’) di migliaia di persone da Mariupol e altre città verso luoghi sicuri.

Il Cicr lavora in situazioni di emergenza. Che effetto le fa sentir parlare di ‘princìpi’ per la ricostruzione a medio-lungo termine dell’Ucraina?

È molto importante ragionare in termini di continuità. Noi lavoriamo già in un’ottica di prevenzione. Richiamando costantemente le parti in conflitto al rispetto del diritto internazionale umanitario, si cerca di evitare dei danni: di proteggere le infrastrutture civili e la stessa popolazione, ad esempio. Preservando, riparando e sostenendo i sistemi locali di erogazione dell’acqua potabile, abbiamo potuto garantire a milioni di persone l’accesso a questa risorsa essenziale. Al contempo, queste attività preventive e di risposta ai bisogni urgenti rendono la ricostruzione meno onerosa. Ma non basta: occorre una riflessione a più lungo termine.

Sembra facile a parole. Nella realtà?

Abbiamo scambi regolari con altre organizzazioni umanitarie, così come con le autorità locali e nazionali, che hanno un ruolo chiave nel coordinare le attività – sia quelle urgenti che quelle a più lungo termine – fra i diversi attori presenti sul terreno.

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