21.06.2022 - 19:51

Aperto nonostante il Covid, pena detentiva per un ristoratore

L’uomo, convinto che lo Stato sia una holding e la polizia un’impresa, non riconosce vincoli e leggi statali, perché a suo dire ‘non sono state firmate’

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Keystone

Il tribunale distrettuale di Winterthur (Zh) ha condannato oggi un ristoratore della regione a una pena detentiva di 7 mesi per aver servito a più riprese clienti nel periodo di chiusura obbligatoria a causa della pandemia. Ha persino rotto i sigilli con i quali la polizia aveva chiuso il locale per riaprirlo.

La corte ha riconosciuto il 56enne austriaco colpevole di rottura multipla dei sigilli, impedimento di atti dell’autorità, violazione dell’ordinanza contro il Covid-19 e altri reati.

Oltre alla pena detentiva, il tribunale ha condannato l’imputato a una pena pecuniaria di 50 aliquote giornaliere da 30 franchi e a una multa di 2’500 franchi. Ha seguito in gran parte il ministero pubblico, il quale aveva tuttavia richiesto nove mesi di carcere e una multa più pesante.

I reati di cui è accusato risalgono al marzo 2021 e si sarebbero verificati in una località nei pressi di Winterthur. Il ristoratore, nel momento in cui ha rotto i sigilli della polizia, si sarebbe fatto filmare da una personalità conosciuta per la sua opposizione alle misure anti-pandemiche.

Teorie del complotto

Seguace delle teorie del complotto, il ristoratore ha lasciato il tribunale prima che venisse pronunciato il verdetto. Convinto che lo Stato sia una holding e la polizia un’impresa, non riconosce i vincoli e le leggi statali, perché "non sono state firmate". Pertanto, non riconosce nemmeno la Corte che lo ha giudicato.

Durante il processo, l’uomo si è rifiutato di sedersi, è rimasto in piedi e ha voltato le spalle al giudice che lo interrogava, prima di andare a fumare una sigaretta. L’accusato ha declinato le sue generalità, fornendo solo il suo nome di battesimo. "Sono l’essere umano Günter", ha detto. L’uomo secondo sue stesse dichiarazioni si sarebbe anche sbarazzato del suo passaporto.

Radicalizzazione dopo il secondo ‘lockdown’

Il suo avvocato ha chiesto invano l’assoluzione del suo assistito. Ha ricordato che "Günter" aveva rispettato il primo lockdown. Ma poiché aveva ricevuto dallo Stato solo 68 franchi e 20 centesimi di aiuti d’emergenza per il suo caffè, aperto nel settembre 2019, aveva temuto di andare in rovina.

Ritenendo che "il sistema avesse fallito", ha detto l’avvocato, l’accusato non ha accettato la seconda chiusura e si è radicalizzato nella sua opposizione allo Stato.

Oggi l’ex caffè ha lasciato il posto a un "locale d’associazione", gestito dal 56enne. L’uomo dovrà comunque liberare i locali a fine luglio: il contratto d’affitto scade e non è stato rinnovato.

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