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Il popolo svizzero ha detto sì alla nuova legge sul cinema
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15.05.2022 - 20:02
Ats, a cura de laRegione

Lex Netflix, nessun finale a sorpresa

Ci si attendeva un risultato risicato, invece la nuova legge sul cinema è stata accolta in modo chiaro. Nonostante il Röstigraben.

I registi svizzeri avranno a disposizione circa 20 milioni di franchi in più all’anno per le loro opere in futuro, dopo il chiaro sì degli elettori alla cosiddetta Lex Netflix. Ci si attendeva un risultato risicato. Così non è stato: i ‘sì’ usciti dalle urne sono stati il 58,4%. Per il ministro della Cultura Alain Berset, si tratta di una «buona notizia per la cinematografia svizzera».

Svizzera italiana e Romandia hanno sostenuto in modo quasi unanime la riforma. Nei cantoni Vaud e Ginevra parecchi comuni l’hanno sostenuta con proporzioni ‘bulgare’ (Losanna 81,3%, Ginevra 75,7%). Nella Svizzera tedesca, invece, la maggioranza dei comuni si è espressa contro la revisione legislativa. Nelle regioni urbane – e maggiormente popolate – è invece stata accolta. Questo spiega perché a livello cantonale solo sette cantoni l’hanno bocciata (Uri, Svitto, Obvaldo, Nidvaldo, Sciaffusa, Appenzello Interno e Turgovia). In questi, i ‘no’ non hanno mai superato il 58% (il più ostile è Sciaffusa con il 57,8%). Tra i cantoni favorevoli, spiccano Vaud e Ginevra con rispettivamente il 76,1% e 74,6% di sì. Percentuale sopra il 70% anche a Neuchâtel (70,5%). In Ticino i favorevoli sono stati il 58,1% dei votanti, nei Grigioni il 56,6%.

In base alla nuova legge, le piattaforme online come Netflix, Disney e Amazon dovranno versare ogni anno – come fanno già da decenni le emittenti svizzere – almeno il 4% del fatturato lordo per la produzione di pellicole ‘made in Switzerland’. La norma obbliga inoltre le piattaforme di streaming a proporre almeno il 30% di serie o film prodotti in Europa. Stando alle stime dell’Ufficio federale della cultura, in questo modo ci sarebbero ogni anno 18 milioni di franchi in più per la creazione cinematografica indigena.

Effetto Röstigraben

Pierre Monnard ha salutato «una bella vittoria per il settore di fronte agli argomenti ‘ideologici’ dei referendisti». Il regista friburghese spera che tutte le regioni del Paese ne beneficino in futuro. «Nella Svizzera francese la legge sul cinema è stata approvata, anche grazie al fatto che le sezioni vodesi e ginevrine del Plr si sono espresse a favore», osserva il regista della serie ‘Neumatt’, prima serie svizzera a essere distribuita ampiamente da Netflix in oltre 190 Paesi. Nella Svizzera tedesca, soprattutto a Zurigo, le emittenti televisive private e l’associazione degli editori CH Medien erano schierate per il no. «Nella parte germanofona del Paese, l’attenzione si è concentrata sul consumo e sulla tassazione, mentre nella parte francofona del Paese, la cultura e la creazione sono stati i temi principali», ha dichiarato Monnard, che conosce entrambe le regioni del Paese.

«Questo sì è molto importante per l’industria cinematografica, per il turismo e per la Svizzera», ha dichiarato il consigliere nazionale Matthias Aebischer (Ps/Be), presidente di Cinesuisse, associazione mantello dell’industria cinematografica e audiovisiva svizzera. A suo parere il comitato referendario ha fatto leva sulla paura di un aumento dei prezzi dello streaming per opporsi a un progetto che in realtà porta benefici a tutti. Grazie ai servizi di streaming, i film svizzeri non vengono proiettati solo in Svizzera, ma in tutto il mondo. È anche la migliore pubblicità per la Svizzera in termini di turismo. Netflix ora deve produrre serie e simili anche in Svizzera, non solo negli Stati Uniti. Non vediamo come questo possa rendere la produzione più costosa, ha aggiunto Aebischer.

«Con questo voto, i cittadini ricordano l’importanza di un’industria cinematografica forte e lungimirante per la nostra identità culturale», ha affermato la consigliera nazionale Marie-France Roth Pasquier (Centro/Fr). La Svizzera inoltre potrà migliorare la propria competitività sul mercato europeo. «L’industria avrà nuove opportunità», ha dichiarato Géraldine Rod, giovane regista di serie web, alla radio Rts. «Questo aprirà opportunità e possibilità di collaborazione all’estero".

Concorrenza tra servizi streaming e Ssr

Il Plr era spaccato. Il consigliere di Stato vodese Olivier Français si era schierato per il sì, contro il parere del partito nazionale, così come le sezioni cantonali di Vaud, Ginevra e Ticino. A suo avviso, «il risultato di domenica darà una spinta al cinema svizzero e alle regioni che ospitano le troupe cinematografiche». Il consigliere nazionale bernese Christian Wasserfallen si aspetta invece che la nuova legge porti a un aumento dei prezzi dei film sui servizi di streaming. Ciò metterà sotto pressione il canone radiotelevisivo. Questo è già abbastanza alto, ha rilevato Wasserfallen. Se venissero aggiunti ulteriori costi per i servizi di streaming, la spesa complessiva delle famiglie per i media aumenterebbe. E questo a sua volta accrescerebbe la pressione sul canone.

I timori sono condivisi dall’Udc. Il consigliere nazionale Mike Egger ritiene che la popolazione riceverà un programma televisivo imposto dallo Stato, con una quota del 30% per le produzioni europee, indipendentemente dalla qualità delle opere. Il sangallese teme che i privati debbano pagare tasse aggiuntive per i servizi di streaming. «Rimarremo vigili quando verranno introdotte nuove leggi simili, come la Lex Spotify», ha dichiarato Virginie Cavalli, co-presidente dei Giovani verdi liberali.

La legge, ha affermato il ministro della Cultura Alain Berset, permetterà di colmare una lacuna mettendo sullo stesso piano le emittenti televisive straniere, quelle elvetiche e i servizi di streaming. Permetterà inoltre all’industria elvetica di mantenere la sua competitività nel contesto europeo, dove già c’è un obbligo di investire. Per i cittadini ci saranno invece pochi cambiamenti poiché le piattaforme streaming già oggi propongono un catalogo con il 30% di produzioni europee, come prevedono le norme europee.

Una questione europea

Il contributo finanziario dei giganti digitali globali alla creazione culturale: la questione è discussa in molti Paesi, che hanno visto o vedono sfumare queste entrate fiscali. In Europa, la Svizzera è tra i fanalini di coda. Il Parlamento europeo si è attivato già a partire dal 2018. L’idea è che – al pari dei canali televisivi pubblici e privati – anche i giganti del web sostengano la produzione cinematografica nazionale. La maggior parte dei Paesi europei ha introdotto una tassa sul fatturato o un obbligo di investimento. Alcuni applicano entrambi gli strumenti. In Italia, ad esempio, i servizi di video-on-demand sono tenuti a destinare almeno il 20% dei loro ricavi netti alla produzione europea. L’investimento è del 26% in Francia. La Francia applica anche una tassa del 2% per la produzione cinematografica nazionale. In Germania, le piattaforme con un fatturato superiore a 20 milioni di euro pagano un’imposta del 2,5%; per i servizi più piccoli viene applicata un’imposta dell’1,8%. Un obbligo di investimento è in discussione.

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