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laR
 
12.03.2022 - 05:30

‘Se ci tiriamo indietro non facciamo un favore al mondo’

Il consigliere agli Stati ginevrino difende la candidatura svizzera al Consiglio di sicurezza Onu. E critica Ignazio Cassis: non ha una visione chiara

se-ci-tiriamo-indietro-non-facciamo-un-favore-al-mondo
Keystone
Carlo Sommaruga, consigliere agli Stati del canton Ginevra

Carlo Sommaruga, riavvolgiamo il nastro: il Consiglio federale si limita a condannare la violazione del diritto internazionale da parte della Russia; non riprende le sanzioni Ue; e Cassis, in risposta alla lettera del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, assicura che la Svizzera è assolutamente neutrale. Se fosse andata così, i nostri diplomatici o lo stesso Cassis starebbero oggi mediando tra russi e ucraini al posto di turchi, cinesi o israeliani?

La cosa drammatica è che il Consiglio federale, e il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) in particolare, non hanno preso la misura della gravità della situazione quando, il 24 febbraio, le truppe russe hanno invaso l’Ucraina. Si è capito subito che la situazione attuale era diversa da quella del 2014, quando la Crimea venne annessa. Si è capito subito che questa aggressione non si sarebbe limitata al Donbass, ma che c’era la volontà di far cadere il governo ucraino. In questo frangente si è vista tutta l’impreparazione di un Consiglio federale incapace di vedere la realtà.

Come fa a dirlo?

Il Governo dapprima ha fatto quello che ha sempre fatto, l’ordinario: evitare che le sanzioni internazionali potessero venire aggirate passando dalla Svizzera. Il problema è che nel 2014 i flussi finanziari verso le banche elvetiche in provenienza dalla Russia sono più che raddoppiati, passando da 4 miliardi a 10 miliardi di franchi in un anno. Il dispositivo iniziale adottato dal Consiglio federale era la classica foglia di fico, che nascondeva la volontà di mantenere le relazioni commerciali con la Russia, di non danneggiare gli interessi svizzeri e di salvaguardare le fonti di profitto.

Poi però tre giorni dopo si è arrivati alla ripresa integrale delle sanzioni Ue. Un passo tardivo, ma tutto sommato coraggioso. Concorda?

Ci sono voluti ben tre giorni. E alla ripresa integrale delle sanzioni europee si è giunti solo a seguito di una pressione popolare e politica enorme: le migliaia di persone scese in piazza in tutta la Svizzera, la petizione con 120mila firme raccolte dal Ps, le prese di posizione dei presidenti del Plr e dell’Alleanza del Centro. Infine, la pressione – fortissima – da parte della stessa Unione europea.

L’Udc direbbe: tre giorni per gettare alle ortiche decenni di comprovata neutralità.

La decisione del Consiglio federale non viola la neutralità.

Non quella in senso stretto, giuridico. Di quella politica, se ne può discutere.

La neutralità politica è evolutiva, viene definita mano a mano, a seconda delle circostanze storiche concrete sul piano interno e su quello internazionale. A mio avviso dobbiamo rompere la narrazione secondo cui la Svizzera – allineandosi all’Ue sulle sanzioni contro Mosca – avrebbe cambiato paradigma. La Svizzera si è semplicemente adattata a una nuova situazione.

Torniamo all’inizio: se la Svizzera si fosse attenuta a una stretta interpretazione della neutralità, forse oggi i presidenti russo e ucraino, o loro delegazioni di alto livello, sarebbero seduti attorno a un tavolo a Ginevra a negoziare un cessate il fuoco, l’apertura di corridoi umanitari o il futuro assetto dell’Ucraina.

Prenda la Siria. La Svizzera ha ripreso le sanzioni dell’Onu. E dove hanno avuto luogo i colloqui di pace? A Ginevra.

La Siria non è la Russia.

D’accordo. Ma quello che voglio dire è che la Svizzera, in questo momento, non può assumere un ruolo di mediatore nella guerra in Ucraina. Perché lontana, e perché non ne ha la statura. Didier Burkhalter [ministro degli esteri tra il 2011 e il 2017, ndr] ha potuto fare qualcosa nell’ambito degli Accordi di Minsk solo perché il caso ha voluto che, nell’anno cruciale, alla Svizzera toccasse la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce). La Svizzera all’inizio della guerra in Ucraina non aveva alcuna possibilità di porsi come mediatrice. Poteva offrire quel che voleva, i contendenti non sarebbero mai venuti a Ginevra. Quello che ancora può fare è presentare proposte concrete, per così dire ‘laterali’ rispetto al conflitto. Ad esempio sulla protezione delle infrastrutture nucleari civili in un conflitto armato.

Quindi la Svizzera non ha mancato alcuna occasione allineandosi sull’Ue per quanto riguarda le sanzioni economiche contro la Russia.

Al contrario. Ha evitato di essere messa al bando dalla comunità internazionale. Di fronte a qualcosa di abominevole, non si può restare con le mani in mano. Altrimenti si diventa complici.

Sanzioni economiche, uso della forza armata: una volta nel Consiglio di sicurezza, al cospetto di superpotenze abituate a giostrare su questi temi, la Svizzera non rischia di ritrovarsi sballottata e alla fine di cedere a pressioni che verranno da qualsiasi parte?

Lotta alla povertà, democrazia, diritti umani, Stato di diritto, coesistenza pacifica, sviluppo sostenibile: la Svizzera ha un sistema di valori, iscritto nella Costituzione, che innervano la sua politica estera. Il Trattato di Lisbona [il testo fondamentale per l’Ue, ndr] contempla esattamente gli stessi valori. Abbiamo dunque una comunità di valori con un certo numero di Stati, essenzialmente europei. Inoltre, la Svizzera non ha un’agenda militare, geostrategica; l’Ue nemmeno. Per cui è il mantenimento di questi valori che dev’essere al centro della riflessione sulla politica estera svizzera.

Più facile a dirsi che a farsi. E poi il Consiglio di sicurezza dell’Onu, dominato dalle superpotenze, non è l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove anche un piccolo Paese come la Svizzera dispone di un discreto margine di manovra per portare avanti la sua agenda.

Diciamo che il presupposto fondamentale per una buona esperienza nel Consiglio di sicurezza è avere donne e uomini nel Consiglio federale che sappiano dove vogliono andare. Come ai tempi di Pascal Couchepin, Micheline Calmy-Rey o Joseph Deiss: tre visioni chiare della Svizzera. Persone solide, con il senso dello Stato, che sapevano come posizionare la Svizzera. E resistere alle pressioni interne e internazionali.

Nel Consiglio di sicurezza si discute anche di sanzioni e uso della forza armata. La piccola e neutrale Svizzera si ritroverebbe in una posizione delicata, spesso costretta a prendere posizione, al cospetto di superpotenze che la tireranno per la giacca.

Nient’affatto. La Svizzera può votare sì, no, oppure astenersi. Può influenzare le risoluzioni, affinché tengano molto più in conto gli aspetti a lei cari e prevedano un uso della forza contenuto. Un’eventualità più teorica che altro: nei prossimi decenni il Consiglio di sicurezza – bloccato dai veti incrociati e sistematici di Russia, Stati Uniti e Cina – non autorizzerà più l’uso della forza. E se per caso si dovesse arrivare a quel punto, la Svizzera potrà sfruttare la sua competenza, i suoi ottimi diplomatici, affinché il mandato affidato dal Consiglio di sicurezza sia il più possibile preciso. Altri Paesi europei neutrali sono stati membri non permanenti del Consiglio di sicurezza. Hanno assolto il loro mandato, senza che questo sia stato un trauma. Per la Svezia, l’Irlanda o l’Austria, essere stati nel Consiglio di sicurezza non ha rimesso in discussione la loro neutralità. Se altri l’hanno fatto, lo possiamo fare anche noi.

Senza nutrire alcun timore per la credibilità della Svizzera come Paese neutrale?

La neutralità armata è servita da pretesto per sviluppare una politica della neutralità che è stata progressivamente mistificata, sfociando in un discorso del tipo ‘non dobbiamo mai intervenire’. Secondo questa logica, la politica estera svizzera dev’essere declamatoria: condanniamo le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale, ma ci fermiamo qui. Per il resto, continuiamo a fare buoni affari con regimi autoritari, oligarchi criminali o imprese cinesi dove è in auge il lavoro forzato.

Tragica ironia della storia: alla Svizzera tocca difendere la candidatura al Consiglio di sicurezza dell’Onu, organo che opera per mantenere e ristabilire la pace, nel pieno di una guerra d’aggressione in Europa. Non sarebbe più saggio – come auspicava nei giorni scorsi da queste colonne il presidente dell’Udc Marco Chiesa – "tirare il freno d’emergenza" e rimandare a tempi migliori?

Non faremmo un favore al mondo se ora entrassimo in materia su una simile richiesta [al Consiglio degli Stati se ne discute lunedì, ndr]. Con la guerra in Ucraina, un seggio al Consiglio di sicurezza dell’Onu risveglia gli appetiti dei blocchi che si sono costituiti. Il fatto che ad occuparne uno sia la Svizzera – Paese che non fa parte di alcun blocco – è un favore che facciamo alla comunità internazionale. Se la Svizzera dovesse solo immaginare di soprassedere, scatenerebbe una battaglia politica. La candidatura va mantenuta, e portata avanti con convinzione.

Non vede proprio alcun rischio?

Uno solo: Ignazio Cassis.

Prego?

Il grosso problema è che abbiamo un ministro degli affari esteri [nonché presidente della Confederazione quest’anno, ndr] che non ha una visione chiara della politica estera che la Svizzera deve perseguire. Detto questo, spero vivamente che il Consiglio federale istituisca un’apposita delegazione al Consiglio di sicurezza, alla quale devono essere sottoposte tutte le decisioni che escono dalla routine. Le commissioni della politica estera del Parlamento dovranno essere regolarmente consultate.

Il gruppo del Centro sostiene che il Dfae non dispone delle competenze necessarie per gestire tutto ciò che comporterà la presenza della Svizzera nel Consiglio di sicurezza dell’Onu nel biennio 2023-2024. Lei cosa ne pensa?

È sbagliato, nel senso che la diplomazia svizzera è estremamente ricca di competenze. Ma purtroppo è anche giusto, perché negli ultimi anni molti diplomatici di grande esperienza – potrei fare decine di esempi – sono stati trasferiti in posti subalterni, o in settori a loro estranei, dove le loro competenze non possono essere valorizzate appieno. In tutto questo la responsabilità di Ignazio Cassis – e del suo braccio destro, il segretario generale del Dfae Markus Seiler, ex direttore del Servizio delle attività informative della Confederazione (Sic) – è enorme.

E quello che è stato fatto con la diplomazia, ora lo si sta facendo con la Divisione dello sviluppo e della cooperazione (Dsc): si vuole spezzare la sua capacità di riflessione autonoma rispetto alla diplomazia, impoverendo la presenza della Svizzera sul piano internazionale. E così a Ginevra, negli ambienti dell’Onu, oggi mi chiedono: "Dov’è finita la Svizzera?" Al Dfae oggi prevale l’attendismo. E c’è una chiara volontà di mettere al centro della politica estera la difesa di interessi puramente economici, frenando la promozione dei valori di lotta alla povertà, democrazia, diritti umani e sviluppo sostenibile.

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