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10.03.2022 - 10:47
Aggiornamento: 16:58

La Svizzera resta candidata al Consiglio di sicurezza Onu

Il Nazionale ha respinto oggi una mozione Udc che chiedeva di ritirare la candidatura quale membro non permanente

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Keystone

La Svizzera non deve ritirare la propria candidatura al Consiglio di sicurezza quale membro non permanente. Lo ha stabilito oggi il Consiglio nazionale che ha respinto (125 voti a 56 e 8 astenuti, in gran parte esponenti del Centro) una mozione dell’UDC.

Tra i deputati ticinesi, hanno votato a favore della mozione Piero Marchesi (UDC), Lorenzo Quadri (Lega) e Marco Romano (Centro), mentre Fabio Regazzi (Centro) si è astenuto. Contro si sono espressi Greta Gysin (Verdi), Bruno Storni (PS), Alex Farinelli (PLR) e Rocco Cattaneo (PLR).

Per il "ministro" degli Esteri, Ignazio Cassis, un simile forum è il luogo privilegiato per far sentire la voce della Svizzera quale Stato neutrale e di diritto, che punta al dialogo e non all’esercizio della forza per la ricerca di soluzioni alle crisi che attraversano il pianeta, guerra in Ucraina compresa. Un ritiro della candidatura in questo momento darebbe un duro colpo alla credibilità della Svizzera, stando al consigliere federale ticinese.

Nel presentare la mozione del suo gruppo parlamentare, discussa nell’ambito di una sessione straordinaria, Roger Köppel (ZH) ha chiesto il ritorno alla neutralità integrale, soprattutto alla luce di quanto sta accadendo in Ucraina. Il momento è delicato, pericoloso.

Stando al deputato zurighese, con l’adozione di sanzioni contro la Russia il Consiglio federale sta silurando la tradizionale neutralità armata della Svizzera che ci ha consentito di passare indenni attraverso gli accadimento drammatici della Storia. È solo tornando a una neutralità integrale che la Svizzera potrà preservare la propria indipendenza e fungere da luogo di dialogo per le parti in guerra. Ci vuole coraggio, secondo Köppel, per non lasciarsi travolgere da questa ondata di emozioni che sta suscitando il conflitto in corso.

Per il consigliere nazionale, la Svizzera non solo deve astenersi da qualsiasi azione militare, come potrebbe decidere anche il Consiglio di sicurezza, ma nemmeno partecipare alla guerra economica dichiarata contro la Russia. Insomma, rimaniamone fuori.

Nella sua replica, il capo del Dipartimento federale degli affari esteri ha difeso la candidatura elvetica al Consiglio di sicurezza appellandosi ai valori della Svizzera che poggiano sul rispetto del diritto e nella ricerca della pace anche, se non soprattutto, in tempi bui come questo, con una guerra che ha determinato una cesura storica, paragonabile a quella causata dagli attacchi terroristici dell’11 settembre alle Torri gemelle di New York.

Il Consiglio di sicurezza non è stato concepito per la guerra, bensì per evitarla, ha ricordato il ministro degli Esteri, un obiettivo in sintonia con gli obiettivi della nostra politica estera. Si tratta di un gremio dove la Svizzera può far sentire la propria voce con ancora maggior vigore e che non impedirà alla Confederazione, come accaduto con la Svezia con la guerra nello Yemen, di fungere da mediatore per la ricerca di soluzioni politiche tra le parti in conflitto.

Certo, ha ammesso Cassis, non si tratta di un compito facile, specie ora, ma la Svizzera ha ormai l’esperienza sufficiente maturata in vent’anni di appartenenza all’ONU. Cassis ha rammentato che la neutralità della Svizzera ha subito un’evoluzione nel corso degli ultimi decenni alla luce anche dei profondi cambiamenti a livello internazionale e che tale mezzo di politica estera, ancorato nella Costituzione federale, non viene toccato, nemmeno in caso di sanzioni economiche.

Ad ogni modo, Cassis ha ricordato che, in seno al Consiglio di sicurezza, non vi sono automatismi quanto alle misure da adottare – economiche o militari – nei confronti di chi non rispetta le regole: è in questi frangenti che la Svizzera potrà far sentire la propria voce. Preservare lo Stato di diritto e la pace è nel nostro interesse, ha puntualizzato Ignazio Cassis.

Certo non tutto è perfetto, nemmeno in seno al Consiglio di sicurezza, dove cinque membri permanenti dispongono del diritto di veto, una situazione che non ci soddisfa appieno, e che da tempo cerchiamo di modificare. Tuttavia, secondo il ticinese un ritiro della nostra candidatura alla quale stiamo lavorando da una decina d’anni, darebbe un brutto colpo alla credibilità del nostro Paese e alla prevedibilità della nostra politica estera.

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