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06.02.2022 - 09:57
Aggiornamento: 20:17

Cassis vuole un nuovo pacchetto di accordi bilaterali con l’Ue

In un‘intervista, il presidente della Confederazione auspica che le relazioni con l’Unione vadano oltre le questioni ‘puramente tecniche e istituzionali’

Ats, a cura de laRegione
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Keystone

Secondo il presidente della Confederazione Ignazio Cassis la Svizzera deve liberarsi dalle “questioni puramente tecniche e istituzionali” nel pianificare le sue future relazioni con l’Ue, e concentrarsi piuttosto sui contenuti sostanziali: in tal modo la società ne vedrà i vantaggi.

“Solo quando avremo arricchito gli accordi con contenuti di fondo, solo quando la politica e la società riconosceranno i guadagni materiali che la Svizzera può aspettarsi, un avvicinamento istituzionale sarà accettato”, dice il ticinese in un’intervista odierna al domenicale SonntagsZeitung.

Il Consiglio federale sta attualmente analizzando gli elementi per definire il quadro di un possibile pacchetto di accordi bilaterali e un’agenda di colloqui con l’Ue. Ma la Svizzera non deve limitarsi agli accordi sulla partecipazione al mercato interno. Ci sono molte possibilità di approfondire le relazioni con l’Ue, per esempio nella salute, nella ricerca, nei media o nella cultura, spiega il responsabile della diplomazia elvetica.

Cassis sottolinea che entrambe le parti hanno interesse a regolare le relazioni. Circa 1,4 milioni di cittadini dell’Ue vivono in Svizzera, e quest’ultima è anche il quarto partner commerciale dell’Ue. “Le relazioni instabili non sono una soluzione a lungo termine, né per noi né per l’Ue”, constata il consigliere federale del Plr.

Tuttavia, Bruxelles cerca di fare pressione su Berna con legami politici. La Svizzera deve sopportare questa pressione. “Non possiamo semplicemente abbandonare i nostri principi, prendere alla leggera la protezione dei salari e l’immigrazione e mettere così a rischio la pace sociale”, dice Cassis. Quello che serve ora è “un po’ di calma e un po’ di creatività”.

Le pressioni da Bruxelles giungono ad esempio con la discriminazione nella ricerca o nella tecnologia medica. Ma in tal modo – aggiunge il presidente di turno della Confederazione – l’Ue sta anche danneggiando i suoi stessi cittadini; per esempio riducendo la scelta di prodotti nel settore medtech. Inoltre l’Ue porta pregiudizio pure all’Europa come centro di ricerca.

Secondo Cassis, il Consiglio federale ascolta anche le idee e le proposte della società civile. Per questo motivo, una tavola rotonda si è tenuta due volte, una delle quali questa settimana.

Fra le varie idee discusse c’è anche quella di un’iniziativa popolare avanzata dai i Verdi e dal movimento Operazione Libero, organizzazione che si basa principalmente sulla mobilitazione dei giovani, a favore di una società aperta e progressista, liberale ed equa. L’idea è di costringere l’esecutivo a trovare una soluzione in dossier importanti con l’Ue, compresa una soluzione tecnica alle questioni istituzionali.

Tuttavia, le divergenze rimangono significative, nota il presidente della Confederazione. “Se questo non fosse così, probabilmente avremmo già risolto il problema molto tempo fa”.

Riguardo alle tensioni tra le grandi potenze di Usa, Russia e Cina, il presidente Cassis vede un’opportunità per la Confederazione: “I nostri servizi di mediazione sono richiesti come non mai. Questo dimostra che c’è grande fiducia nella Svizzera”. Il mondo – osserva – si sta sviluppando in un quadro tripolare, con un sistema capitalista statale a est, con un capitalismo di libero mercato negli Stati Uniti e con l’Europa che vuole mantenere un’economia di mercato sociale e posizionarsi come terza potenza mondiale. La pressione sulla Svizzera per curare relazioni più strette con l’Europa crescerà, aggiunge il ministro ticinese.

L’intervista con il domenicale ha anche toccato il previsto allentamento delle misure per contrastare la pandemia di Covid-19. Come medico – dice Cassis – potrebbe anche giustificare una “turbo-apertura”, ma il governo deve essere pronto a intervenire se necessario. E in ogni caso non si può semplicemente dire “ora è finita”. La gente deve ancora fare i conti con la pandemia per le conseguenze individuali e i ricordi. Molte persone hanno perso dei parenti o hanno sofferto in ospedale.

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