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C’è chi dice no e c’è chi gli crede (Creative Commons)
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06.01.2022 - 17:13
Ats, a cura de laRegione

La gente è più propensa a credere alle affermazioni negative

La ricerca dell’Università di Basilea in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Social Cognition”.

Le affermazioni negative hanno più probabilità di essere considerate veritiere di quelle positive, in particolar modo quando contengono esplicitamente una negazione. Lo sottolineano ricercatori dell’Università di Basilea in uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Social Cognition”.

Le persone sono dunque più propense a classificare come vere le informazioni formulate con un’accezione negativa piuttosto che positiva, anche se il contenuto è in fin dei conti identico. Tale fenomeno è stato riassunto dallo psicologo cognitivo Benjamin Hilbig cambiando il detto “triste, ma vero", in "triste, quindi vero”.

Rainer Greifeneder, professore di psicologia sociale all’ateneo renano, e la sua collega Mariela Jaffé hanno affrontato questo argomento per capire come, in tempi di fake news, si formino le percezioni delle verità. Grazie a un esperimento online condotto fra partecipanti di lingua tedesca, sono stati in grado di dimostrare che effettivamente le affermazioni negative hanno più chance di essere credute, si legge in un comunicato dell’università.

Ad esempio, la frase “il 61% delle donne tedesche non è soddisfatto del proprio aspetto”, è più probabile che sia considerata vera rispetto alla frase “il 39% delle donne tedesche è soddisfatto del proprio aspetto”. Inoltre, le negazioni si sono rivelate una forza trainante molto forte: “Non soddisfatto” ha più impatto di “insoddisfatto”.

Gli esperti suggeriscono un paio di chiavi di lettura per spiegare perché ciò avviene. In primis, una dichiarazione negativa allarga la gamma di stati possibili e questo la rende in apparenza maggiormente plausibile. In poche parole: ci sono più modi in cui una persona può essere insoddisfatta rispetto ai modi in cui può essere soddisfatta.

In secondo luogo, le affermazioni negative lasciano più spazio all’interpretazione. A volte quindi, “piuttosto” o “poco soddisfatto” può essere assegnato alla categoria “insoddisfatto”.

A livello generale, i ricercatori sono invece ancora perplessi riguardo all’origine di tale meccanismo. Essa potrebbe però risiedere nell’evoluzione: quando c’è un segnale d’allarme è meglio scappare una volta di troppo che una volta di meno.

Secondo Jaffé, citata nella nota, potrebbe anche essere che “siamo abituati ai messaggi negativi, mentre quelli positivi sono più rapidamente sospettati di essere manipolati”. Secondo i due autori dello studio sarebbe ora interessante indagare e scoprire se i risultati ottenuti possono essere generalizzati per diverse lingue.

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