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19.02.2021 - 10:250

Povertà in Svizzera, il miraggio di un’esistenza dignitosa

Le ultime cifre dell’Ufficio federale di statistica confermano la tenenza all’aumento della precarietà. Ne abbiamo parlato con il professor Jean-Pierre Tabin

Erano 735 mila circa le persone povere in Svizzera nel 2019, poco meno di una su 10 (l’8,7% della popolazione); lo stesso anno, in uno dei Paesi dal tenore di vita più elevato in Europa, il 12,2% della popolazione ha dichiarato di aver avuto difficoltà a sbarcare il lunario. Le cifre pubblicate ieri dall’Ufficio federale di statistica (Ust) confermano in sostanza una tendenza pluriennale all’aumento della povertà. Ma non raccontano tutta la storia. Non registrano ancora gli effetti della pandemia di coronavirus. E soprattutto «sono molto problematiche, perché riflettono decisioni politiche: il ‘tasso di povertà’ utilizzato non corrisponde di gran lunga alle esigenze poste dalla Costituzione, ossia il diritto a un’esistenza dignitosa», dice a ‘laRegione’ Jean-Pierre Tabin, professore alla Haute école de travail social et de la santé di Losanna (Hes-So), specialista di politiche sociali e povertà.

Due anni fa questo tasso ha raggiunto il valore più alto dal 2014 (6,7%), sottolinea l’Ust. Il reddito disponibile della classe di reddito più bassa è sceso. Il 10% della popolazione con i redditi più bassi poteva contare su 25'868 franchi (2014: 27'252 franchi). Il reddito mediano (significa che la metà della popolazione ha un reddito superiore a questo dato, l’altra metà inferiore) è invece rimasto stabile sui 50 mila franchi.

In lieve aumento, al 4,2%, è anche il tasso di povertà della popolazione occupata. Sono 155 mila circa le persone che, pur lavorando, non hanno percepito un reddito superiore alla soglia di povertà. Quest’ultima è calcolata sulla base delle direttive della Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale (Csias) e ammontava mediamente a 2’279 franchi al mese per una persona che viveva sola e a 3’976 franchi per due adulti con due bambini. L’organizzazione sindacale Travail.Suisse si è detta “scioccata” dal numero di ‘working poors’ e ha chiesto nuovamente un aumento dei salari, specialmente di quelli più bassi.

La fatica di arrivare a fine mese

Più di una persona su 10 (il 12,2% della popolazione) ha fatto fatica ad arrivare a fine mese. E una su cinque (20,7%) non è stata in grado di far fronte, nello spazio di un mese, a una spesa imprevista di 2’500 franchi. Il 15,1% della popolazione era rimasto indietro con i pagamenti delle imposte, dei premi di cassa malati o di altre fatture. Le persone dai 65 anni in su sono colpite da povertà reddituale più spesso rispetto alla popolazione in età lavorativa. Tuttavia, riescono in genere a cavarsela con minor affanno. Una parte importante di loro può infatti attingere a riserve finanziarie per soddisfare le proprie esigenze quotidiane.

Non è così per altri. Come negli anni precedenti, osserva l’Ust, le persone più in difficoltà sono quelle straniere, quelle che vivevano in economie domestiche composte da un genitore solo con figli, quelle senza una formazione post-obbligatoria e quelle che vivevano in economie domestiche non attive sul mercato del lavoro. Jean-Pierre Tabin puntualizza: «Le ‘economie domestiche composte da un genitore solo con figli’ in realtà sono, per oltre il 90% dei casi, famiglie monoparentali composte di donne con uno o più figli. Far credere che la monoparentalità – quindi il divorzio – crea la povertà, è un discorso moralista. Mentre se facciamo notare che a essere colpite sono le donne, allora il discorso è quello della dominazione maschile e della disuguaglianza tra uomo e donna».

Alto tenore di vita

Il tasso di rischio di povertà in Svizzera (16%) è rimasto al di sotto della media Ue (16,8%). Tra i Paesi limitrofi, solo l’Italia però faceva peggio (20,1%). Tutti gli altri presentavano un tasso inferiore (Germania 14,8%, Francia 13,6%, Austria 13,3%). Nonostante la diffusione della precarietà, e “nonostante l’alto livello dei prezzi”, la Svizzera ‘brillava’ per quanto riguarda il tenore di vita: nel 2019 era 2,8 volte superiore a quello greco, 1,6 volte superiore a quello italiano, 1,3 volte superiore a quello francese e 1,2 volte superiore a quello di Germania e Austria.

Le cifre dell’Ufficio federale di statistica mostrano poi una “disparità relativamente bassa nella distribuzione dei redditi” rispetto ai Paesi dell’Ue. Il reddito disponibile del quinto di popolazione con il reddito più elevato era di 4,8 volte superiore a quello del quinto di popolazione con il reddito più basso. In Europa l’indicatore oscillava fra il 3,3 (Cechia e Slovacchia) e l’8,4 (Turchia), attestandosi al valore medio di 5,1. Jean-Pierre Tabin relativizza. «Dai lavori di Thomas Piketty [celebre economista francese, n.d.r.], sappiamo che il rapporto tra il reddito del 20% più ricco della popolazione e quello del restante 80% non è significativo. Bisogna invece considerare il reddito dell’1% più ricco della popolazione in confronto a quello del restante 99%: non è nel 20% ma in questo 1%, infatti, che c’è una gigantesca e crescente accumulazione di ricchezza. Ma purtroppo non disponiamo in Svizzera di dati statistici sul patrimonio e il reddito di questi pochi ultraricchi».

E tanti saluti alla Costituzione

Più in generale, Tabin constata con una certa amarezza che «in Svizzera abbiamo una soglia politica di povertà estremamente bassa, che non tiene adeguatamente conto della reale situazione delle economie domestiche». In che senso ‘politica’? «Il tasso di povertà si basa su una soglia ‘assoluta’, stabilita dalla Csias: include il forfait di mantenimento, le spese per l’alloggio e 100 franchi al mese per altre spese. Il forfait di mantenimento si basa sul ‘paniere tipo’ di beni e servizi consumato dal 10% delle economie domestiche con il reddito più basso. Ebbene, la Csias – le autorità cantonali, in pratica – ha deciso invece che la soglia di povertà dev’essere del 10% circa inferiore al valore del ‘paniere tipo’. In questo senso abbiamo un tasso di povertà politico, che si situa al di sotto di ciò che consuma il 10% delle famiglie con i redditi più bassi. Una differenza molto importante in termini di potere d’acquisto». «E poi – fa notare Tabin – le norme Csias sono basate sui consumi reali del 10% delle economie domestiche più povere. Non si tien conto di quel che dovrebbero poter acquistare, ma solo di ciò che acquistano effettivamente». Con tanti saluti all’articolo 12 della Costituzione: ‘Chi è nel bisogno e non è in grado di provvedere a sé stesso ha diritto d’essere aiutato e assistito e di ricevere i mezzi indispensabili per un’esistenza dignitosa’. Dignitosa, appunto. Non con l’acqua alla gola.

Dopo la pandemia

La tregua che non durerà a lungo

Si riferiscono al 2019, quindi al periodo pre-Covid, i dati pubblicati ieri dall’Ust. Logico attendersi che le chiusure decretate dalle autorità – con le loro conseguenze in termini di perdita di posti di lavoro – faranno crescere ulteriormente la povertà. La Svizzera conta già 50 mila disoccupati in più rispetto a prima della pandemia, ha ricordato ieri Travail.Suisse. Lo scorso anno però la Csias, “contro ogni aspettativa”, non ha registrato un aumento dei casi di aiuto sociale. Ciò è dovuto – si legge sul suo sito internet – alla rete di sicurezza a monte (indennità di disoccupazione, lavoro ridotto, indennità di perdita di guadagno), estesa durante la crisi. D’altra parte, scrive la Cosas, molte persone vivono ancora con i loro risparmi e rinunciano all’assistenza “per paura di conseguenze negative”.

La situazione non è destinata a durare a lungo. A medio termine la Cosas prevede “un aumento significativo” dei casi, stimato in un 21,3% entro il 2022 rispetto al 2019. Il semi-confinamento, spiega Jean-Pierre Tabin, ha colpito in modo particolare «i lavoratori senza documenti: badanti, donne delle pulizie, lavoratori con contratti precari, prostitute, e così via. Quando perdono il lavoro, queste persone – che non appaiono nelle statistiche ufficiali – non hanno più da mangiare. Lo abbiamo visto con le lunghe code formatesi durante le azioni di distribuzione di cibo a Ginevra e altrove».

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