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03.11.2020 - 18:23
Aggiornamento: 23:16

Attentato di Vienna, due svizzeri arrestati a Winterthur

I due, di 18 e 24 anni, sono sospettati di aver avuto collegamenti con l'attentatore. Facciamo il punto con un esperto di sicurezza e jihadismo. L'Isis rivendica

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La rete di sospetti per l’attentato di Vienna si estende fino alla Confederazione. A Winterthur, per la precisione, dove ieri pomeriggio sono stati arrestati due giovani svizzeri di 18 e 24 anni già noti alle autorità. È questo uno dei primi risultati dell’inchiesta internazionale avviata dalla polizia austriaca, in questo caso in collaborazione con l’unità speciale Diamond di quella zurighese.

Al momento non è chiaro il ruolo dei fermati nell’attacco rivendicato dall'Isis che ha lasciato sul campo quattro morti e almeno 22 feriti, tre dei quali ancora in gravi condizioni. La Direzione zurighese della sicurezza ha anche riferito di aver creato presso la polizia cantonale un apposito gruppo di lavoro denominato ‘Wien’: verificherà se vi siano altri sospetti nel cantone. Dopo Nizza e Vienna il Servizio delle attività informative della Confederazione conferma un rischio di attentati più alto del solito: “La minaccia più verosimile”, nota l’ultimo comunicato dell’intelligence, è rappresentata da attacchi di basso profilo su “obiettivi vulnerabili”, inclusi luoghi affollati e trasporti. Obiettivi che richiedono “poche risorse dal punto di vista logistico e organizzativo”.

Gli arresti costituiscono “la conferma del carattere a-nazionale dell’attuale jihadismo” per Claudio Bertolotti, direttore del centro di analisi strategica Start Insight di Lugano e dell’Osservatorio sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (React): “Si tratta di gruppi le cui relazioni trascendono i legami puramente locali e si muovono lungo una vasta rete mondiale di musulmani radicalizzati”.

Ma non è il Bataclan

Intanto il quadro della strage viennese comincia a farsi più nitido. Il giovane attentatore era di etnia albanese e doppio passaporto austriaco e macedone, era armato di un fucile automatico, una pistola, un machete, e indossava una finta cintura esplosiva. Attorno alle 20 nel cosiddetto ‘Triangolo delle Bermuda’, lungo vicoli e viali pieni di bar e ristoranti, ha cominciato a sparare sulla folla che si godeva l’ultima serata prima d’un mese di coprifuoco anti-Covid. I primi colpi vicino alla principale sinagoga della città, il neoclassico Stadttempel, anche se era chiuso e il movente antisemita rimane da confermare. “Avrà esploso almeno cento colpi fuori dall’edificio”, ha dichiarato il rabbino Schlomo Hofmeister. L'attentatore è stato abbattuto dagli agenti dopo una scorribanda durata nove minuti. La gente si è rifugiata all’interno dei locali, dove centinaia di persone sono rimaste asserragliate fino alla mattina successiva, mentre la polizia isolava la città, scortava gli spettatori fuori dalla celebre Staatsoper e da altri luoghi pubblici, e procedeva a decine d'irruzioni e perquisizioni (decine i fermi effettuati). Tra le vittime due anziani – un uomo e una donna –, un ragazzo macedone e una cameriera tedesca.

Il giovane ucciso era già noto alla giustizia austriaca, che l’aveva condannato a un anno e 10 mesi l’anno scorso in quanto membro dell’Isis, dopo averlo arrestato mentre si recava in Siria. Un radicalizzato, insomma, rilasciato anticipatamente a dicembre per via della giovane età. “Le sue caratteristiche corrispondono al soggetto-tipo che aderiva allo Stato islamico nel momento di suo massima espansione, avviandosi verso la radicalizzazione in un momento adolescenziale”, commenta Bertolotti; “In questo somiglia molto a quei seimila foreign fighters, prevalentemente immigrati di seconda o terza generazione, che a un certo punto si sono staccati da famiglie più o meno integrate nel tessuto sociale europeo per andare a combattere in Siria”.

Nonostante la rete internazionale, per quanto è dato saperne l’attentato risulta piuttosto improvvisato: “C’è chi affretta paralleli con attacchi come quello a Parigi del 2015 (che colpì luoghi iconici quali il Bataclan, lo Stade de France e Saint Denis, ndr). Mi pare fuorviante. In quel caso ci siamo trovati di fronte ad azioni minuziosamente pianificate ed eseguite da un gruppo di persone ben equipaggiate e addestrate, spesso direttamente sui teatri operativi siriani. Tanto è vero che a Parigi sei attentatori hanno potuto fare 130 morti e 413 feriti”. Dai video circolati dopo la notte di Vienna, invece, si vede un singolo attentatore “attrezzato in modo poco pratico, con un borsello che gli cade intralciando il fucile, che spara in una posizione ‘cinematografica’ e non operativa, col calcio sotto il gomito invece che sulla spalla. Non tiro mirato, ma raffiche a caso”. Questo mostrerebbe “una limitata capacità operativa, unita a una ridotta capacità di approvvigionamento: la cintura esplosiva è finta, dunque non ha saputo reperire né produrre vero esplosivo”. Sintomi, secondo Bertolotti, “di un potenziale organizzativo e di mobilitazione calante da parte dei gruppi estremisti in Europa”.

Immediate sono state le polemiche sul fatto che l’attentatore ucciso fosse stato scarcerato anzitempo. “È riuscito a ingannare il programma di deradicalizzazione della magistratura”, ha ammesso il ministro degli Interni austriaco Karl Nehammer, giudicando necessaria “una rivalutazione e un’ottimizzazione del sistema”. Lavoro complesso, secondo Bertolotti: “È chiaro che in assenza di deradicalizzazione il carcere rischia solo di aumentare il risentimento e la volontà di vendetta. D’altronde negli ultimi anni l’impegno in questo senso a livello europeo è stato forte, soprattutto dal 2015. Così come è fondamentale la prevenzione. Occorre impegnare su questi fronti le competenze più diverse, partendo dalla ricerca e coinvolgendo risorse che spaziano dalla sociologia alla scienza politica, dalla sicurezza alle neuroscienze”.

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