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23.05.2020 - 14:300

'Una straordinaria capacità di resilienza' messa a dura prova

Centinaia di persone in fila per ore a Ginevra per sacchi di cibo del valore di... 20 franchi. Ne parliamo con Dominqiue Froidevaux, direttore di Caritas Genève.

Hanno fatto il giro della Svizzera le immagini di centinaia di donne e uomini in fila per ore davanti alla patinoire des Vernets a Ginevra, in attesa di ricevere una borsa della spesa con prodotti alimentari del valore di... 20 franchi. Sabato mattina la fila, formatasi da prima dell'alba, era lunga più di un chilometro. Durante l'intera giornata l'associazione 'Caravane de la solidarité' ha distribuito 2'600 pacchi, 900 in più rispetto al sabato precedente. Chi conosce bene la realtà sociale della ricca città sul Lemano non è per nulla sorpreso. Dominique Froidevaux è uno di questi. L’associazione che dirige, Caritas Genève, frequenta tradizionalmente coloro che si barcamenano al limite della sopravvivenza. “Lavoratrici e lavoratori, con o senza statuto legale, che lottano giorno dopo giorno per arrivare alla fine del mese e che abitualmente dimostrano una straordinaria capacità di resilienza”. Una capacità messa a dura prova dalla pandemia e dal lockdown che ha portato con sé, osserva il sociologo, insegnante alla Haute école de travail social ginevrina. 

Lunghe code di persone in attesa di cibo: a cosa le fanno pensare?

In periodi ordinari, molte delle persone che vediamo a Caritas - e che figurano tra i beneficiari delle azioni della Carovana della solidarietà - hanno una straordinaria capacità di resilienza. Contano a lungo sulle proprie forze, si rivolgono agli enti assistenziali o ai servizi sociali soltanto quando si ritrovano in una situazione di estrema urgenza. Abitualmente, coloro che non riescono ad arrivare alla fine del mese col lavoro ordinario, ’compensano’: con lavoretti serali o con ore straordinarie durante il weekend, ad esempio. Adesso, in questo periodo non ordinario, tali possibilità vengono a mancare. Senza che esistano opportunità alternative per compensare i mancati guadagni. Queste code rendono visibili situazioni che in tempi ordinari rimangono in un cono d’ombra, rivelano la straordinaria indigenza attuale di queste persone, che si sono ritrovate senza alternative - non riuscendo più a pagare l'affitto o a far fronte ad altre spese - e che in massima parte non beneficiano nemmeno del sistema di protezione sociale, un sistema le cui falle adesso sono sotto gli occhi di tutti.

La Confederazione e molti cantoni sono intervenuti in maniera massiccia e tempestiva a sostegno di aziende e lavoratori in difficoltà. Non bastano gli aiuti messi in campo?

Assieme ai sindacati e ad altre organizzazioni, abbiamo creato una piattaforma per un’uscita dalla crisi senza esclusione. L’abbiamo presentata ai deputati del Gran Consiglio, con l’obiettivo di creare un fondo cantonale per sostenere tutte quelle categorie professionali rimaste escluse dagli aiuti ufficiali. Si tratta di persone senza statuto legale, o sans-papiers. Ma non solo. Parliamo ad esempio di tutti quei lavoratori e lavoratrici - nei settori alberghiero, della ristorazione, dell’edilizia e dei servizi alla persona - che sono stati licenziati prima dell’estensione delle indennità per lavoro ridotto e che non hanno diritto nemmeno alle indennità di disoccupazione. In seria difficoltà sono pure le persone - soprattutto donne - impiegate nei settori para-scolastico, dei servizi domestici (donne di pulizia, baby-sitter, badanti, ecc.) o dello spettacolo, così come chi lavorava su chiamata, aveva contratti di breve durata che non sono stati rinnovati o percepiva salari bassi (nella ristorazione, per esempio), non sufficientemente compensati dalle indennità per lavoro ridotto. C'è poi chi attende un permesso un po’ più stabile per potersi stabilire in Svizzera e ha paura di rivolgersi all’aiuto sociale, pur avendone diritto, poiché teme di perdere questa opportunità e di essere rinviato nel suo Paese d’origine. Tutte queste persone, con o senza statuto legale, sono particolarmente colpite in questo momento.

Un sondaggio realizzato dall'ospedale universitario di Ginevra (Hug) e da Médecins sans frontières (Msf) tra i beneficiari dell’azione del 2 maggio (vedi sotto, ndr), ha mostrato tra l’altro che solamente il 40% degli interpellati aveva un’assicurazione malattia (il 10% tra i sans-papiers) e che, negli ultimi due mesi, il 10% circa di loro aveva rinunciato a cure mediche, soprattutto per ragioni economiche o, appunto, perché non hanno un’assicurazione malattia.

Queste persone vivono al limite, finanziariamente parlando. Non sono in grado di far fronte a spese impreviste. Quando si guadagna poco, quando si vive nell’incertezza a causa di contratti precari e di breve durata, in una zona grigia o nera dell’economia, la salute viene messa maggiormente in pericolo. Per contro, abbiamo visto come molte persone, dopo essere uscite dalla precarietà legata al loro statuto di soggiorno grazie all’operazione ’Papyrus’ (tra il 2017 e il 2018 ha permesso di regolarizzare 2'400 sans-papiers nel canton Ginevra, ndr), siano riuscite in tempi relativamente brevi a migliorare le loro condizioni di vita e, di riflesso, anche la loro salute, oltre che a diventare dei contribuenti fiscali. Non dobbiamo dimenticare una cosa: ogni franco di aiuto versato a queste persone non è a fondo perso, ma prima o poi ’riparte’ verso l’economia e contribuisce a ridurre l’impatto economico della crisi sanitaria attuale. La rinuncia alle cure mediche è un fenomeno con il quale noi a Caritas Genève siamo confrontati quotidianamente. Diversi nostri utenti aspettano finché possono, finché stanno davvero male, prima di recarsi dal medico o al pronto soccorso. Se invece lo facessero subito, all’apparizione dei primi sintomi significativi, potrebbero essere curati in maniera adeguata ed evitare un aggravamento delle patologie. Tra le prime cure alle quali rinunciano, spesso ci sono quelle dentarie, non coperte da un’assicurazione di base che già fanno fatica a pagare. E sappiamo bene che i problemi ai denti non di rado sono una porta d’entrata per infezioni che possono avere conseguenze estremamente gravi.

La Conferenza svizzera delle istituzioni dell’azione sociale (Csias) non ha registrato fin qui un aumento significativo delle richieste di aiuto sociale a livello svizzero. Si aspetta però un incremento consistente a partire da metà giugno. Corrisponde a quello che vedete voi a Caritas Genève?

Le statistiche della Csias hanno sempre un po’ di ritardo, non registrano immediatamente la realtà sul terreno. Come dicevo, alcune persone esitano più o meno a lungo prima di chiedere un aiuto. Poi, dal momento che decidono di farlo - perché la loro situazione finanziaria s’è aggravata - qui a Ginevra passa ancora più d’un mese prima che riescano ad avere un colloquio con i servizi competenti, che decideranno in seguito se aprire o no un dossier. Il fatto che la Csias non abbia ancora registrato un aumento significativo delle richieste di aiuto sociale, a mio avviso rivela anzitutto la lentezza della procedura e la presenza di ostacoli burocratici. Come sempre, vedremo quindi le cose in maniera evidente solo con un certo ritardo. Più a lungo termine, poi, assisteremo probabilmente a un cambiamento per quanto riguarda il mancato ricorso all’aiuto sociale, un fenomeno abbastanza diffuso in Svizzera, soprattutto nelle zone rurali, dove la propensione a far capo a queste prestazioni e le possibilità effettive di farlo sono - per svariate ragioni - minori che nei centri urbani.

Gli aiuti statali urgenti permettono a molte persone di restare a galla in questa crisi sanitaria ed economica. Una volta che ne saremo usciti, tornerà tutto come prima? Saranno i soliti a doversi ancora arrabattare?

Adesso abbiamo aiuti eccezionali per un periodo eccezionale. Non sappiamo come usciremo da questa crisi. Credo che non si dovrebbe uscirne dicendo “Ricominciamo come prima”, con una formidabile ipocrisia nei confronti di quelle persone che adesso - grazie ad esempio alle azioni di distribuzione di cibo a Ginevra - sono uscite dall’ombra. Parliamo di persone che vivono qui e che contribuiscono come altri alle assicurazioni sociali e all’economia, permettendo ad esempio a molti svizzeri di andare a lavorare. Dovrebbe esserci una vera riflessione attorno alle possibilità, per loro, di uscire dalla precarietà statutaria e salariale, facendo in modo che possano partecipare più pienamente alla collettività, alla costruzione del benessere sociale.

Sulla base di un sondaggio realizzato prima che le immagini delle code a Ginebra cominciassero a circolare. Giuliano Bonoli - professore di politiche sociali all'Università di Losanna e co-autore dell'indagine - ha dichiarato a 'Le Temps' che gli svizzeri preferiscono aiutare un dentista piuttosto che una persona che lavora in nero. Siamo alle solite: sì agli aiuti, alle prestazioni sociali solo se meritati?

Le persone in assistenza, condannate per svariati motivi all’inattività, vengono spesso stigmatizzate. Non sono considerate come vittime di un’esclusione, ma come persone incapaci di inserirsi, di guadagnarsi la vita lavorando. Questa crisi è un’opportunità per cambiare mentalità, anche riguardo ai 'working poors'. Adesso emerge chiaramente l’indigenza di questi 'invisibili', che lavorano nell’economia grigia, o in nero, e che in tempi normali non beneficiano di alcuna prestazione sociale da parte dello Stato. Sono persone che ricevono loro salario attraverso il lavoro che svolgono, che contribuiscono all’Avs, senza avere molte chance di percepirla un giorno, e non hanno diritto all'Ai né alle Ipg, pur versando i contributi: lavoratrici e lavoratori che a detta di molti non si meritano un aiuto, quando invece soddisfano tutti i requisiti per meritarlo.

Più a rischio di altri

In sintesi, i risultati principali emersi dal sondaggio condotto dall'ospedale universitario di Ginevra e da Médecins sans frontières tra 532 beneficiari (75% donne, età media 44 anni) dell’azione organizzata il 2 maggio a Ginevra dalla Caravane de solidarité:

. sono 3,5-4,5 volte più esposte al coronavirus, in particolare a causa delle condizioni di promiscuità in cui vivono (il 48% afferma di abitare in alloggi sovrappopopolati), che rendono difficile il rispetto delle norme igieniche e di distanza sociale, del mancato accesso ai test di depistaggio e della necessità di lavorare per continuare ad occuparsi della propria famiglia;

. il 52% sono sans-papiers, il 3,4% svizzeri, il 28,3% titolari di un permesso di soggiorno, il 4,3% richiedenti asilo;

. solo il 40% ha un’assicurazione malattia (sans-papiers: 10%); negli ultimi due mesi uno su 10 ha rinunciato a cure mediche, soprattutto per motivi finanziari o perché senza cassa malati.

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