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11.04.2020 - 06:000
Aggiornamento : 10:48

Intervista a Koch, mascherine in vista per la riapertura

Per il delegato dell'Ufsp per il Covid-19 potrebbero essere formulate raccomandazioni 'per determinate professioni e situazioni'.

Signor Koch, negli ultimi giorni ci si era abituati a una stabilizzazione del numero di nuovi casi di Covid-19 in Svizzera. Giovedì però la curva è tornata a impennarsi. Ve lo aspettavate?

Queste oscillazioni sono assolutamente normali. Sono legate in parte alle attuali oscillazioni, abbastanza importanti, del numero - crescente - di test che vengono realizzati. La tendenza generale però resta la stessa. Siamo ottimisti: se continuiamo così, andiamo nella giusta direzione.

Il Consiglio federale ha prolungato fino al 26 aprile le misure restrittive in vigore. Da lì in poi si tornerà gradualmente alla normalità. Significa ad esempio che sul luogo di lavoro bisognerà portare la mascherina e tenere due metri di distanza dalle colleghe e dai colleghi?

No. Detto così, sarebbe troppo restrittivo e anche sbagliato. Quel che sicuramente faremo, in questa fase di riavvio graduale delle attività produttive, è chiederci se bisognerà adottare misure di protezione supplementari ed eventualmente in quali settori. Ad esempio: parrucchiere e parrucchieri dovranno indossare mascherine? Al momento tutto resta molto aperto. Ma si va in questa direzione.

Quali settori verranno riaperti per primi?

Alla fine sarà il Consiglio federale a deciderlo (il governo presenterà un 'concetto' giovedì prossimo, ndr). Una cosa sarà fondamentale: che la salute della popolazione non venga messa a repentaglio. Si tratterà anzitutto di fare in modo che il rischio per la popolazione, e in particolare per i gruppi vulnerabili, non cresca. Sarà questo il filo conduttore del ritorno alla normalità.

Questo ritorno alla normalità, possiamo immaginarci che avvenga con tempistiche diverse a seconda delle regioni?

È qualcosa che si dovrà valutare. Ma l'idea è questa: le misure che verranno decise dovranno avere senso per l'intera Svizzera. Ad esempio: se riaprono i negozi nei cantoni di Lucerna e Uri, il rischio è che i ticinesi varchino il Gottardo per andare lì a fare shopping. Sicuramente faremo in modo che una cosa del genere non succeda. Misure specifiche, a livello regionale, potranno sussistere solo se non genereranno problemi supplementari.

Lei martedì ha affermato che la situazione "non solo sembra stabilizzarsi, bensì migliorare". E l'indomani il Consiglio federale si è complimentato con la popolazione per come vengono seguite le raccomandazioni ufficiali in materia di igiene e distanza sociale. Con simili messaggi non c'è il rischio che la disciplina venga meno?

No, al contrario. Per le persone è meglio sapere che così non si andrà avanti in eterno. In questo modo possono dirsi "D'accordo, se teniamo duro, se adesso facciamo un altro sforzo, poi davvero la situazione migliorerà". Si dev'essere sempre trasparenti, sinceri con la popolazione, se si vuole che le raccomandazioni vengano effettivamente seguite. Non credo che la popolazione svizzera tragga conclusioni sbagliate.

Qual è il rischio maggiore, in questo momento?

Da un lato, che tutt'a un tratto le misure in vigore vengano considerate come troppo severe, non più così utili, e che la popolazione quindi cominci a dirsi "non ha più senso"; dall'altro, che le misure vengano allentate troppo presto e che, di conseguenza, la curva dei contagi riprenda a salire. Bisogna restare molto flessibili. E chiederci ogni giorno a che punto siamo, così da poter adeguare le misure restrittive, stavolta allentandole anziché inasprendole, come abbiamo fatto nella fase di espansione dell'epidemia. Solo in questa maniera potremo andare a tappe, gradualmente, verso l'uscita, senza generare rischi inutili per la salute della popolazione.

“Pochi hanno fatto il Covid-19, in Ticino probabilmente non abbiamo un’immunità di gregge e togliendo le misure, la curva tornerà a salire”, ha detto giorni fa al nostro giornale il dottor Christian Garzoni, direttore sanitario della clinica Moncucco di Lugano. Condivide la sua stima? 

Cifre sull'immunizzazione della popolazione non ce ne sono ancora. Saranno disponibili relativamente presto, una volta che si potranno eseguire su larga scala i test sierologici. Comunque la cosa più importante, per noi, è osservare attentamente lo sviluppo della curva epidemiologica: se si sviluppa nella giusta direzione, allora possiamo pensare di allentare le restrizioni attuali; in caso contrario, ovvero se il numero di contagi non cala e sussiste il rischio che aumenti, non vengono presi in considerazione allentamenti di sorta. Per le cliniche, ticinesi e non, è davvero importante che si continui a sottolineare con forza la necessità di proteggere le persone appartenenti ai gruppi a rischio. Bisognerà farlo a lungo, perché altrimenti saranno proprio loro a dover essere ricoverate, sovraccaricando gli ospedali. Un'evoluzione che finora siamo riusciti a evitare.

In Ticino sono in molti ormai a utilizzare mascherine di protezione. L'Ufsp continua a non raccomandare alle persone sane di portarle. Pensate di farlo, prossimamente?

Il tema sicuramente ci occuperà ancora. Anche gli specialisti dell'Unione europea (al Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, Ecdc) stanno approfondendo la questione. La nostra posizione potrebbe evolvere, qualora dovessero essere disponibili nuove evidenze scientifiche sull'utilità delle mascherine di protezione per la popolazione in generale. In tal caso, è probabile che formuleremo delle raccomandazioni specifiche, per determinate professioni e situazioni, laddove non sia possibile tenere la distanza sociale. Nella collettività, tuttavia, al momento il loro utilizzo non è da raccomandare. Noi temiamo che raccomandandone l'uso, poi le persone pensino che basti indossarne una per proteggersi. Ma non è così. Cruciale è restare a casa, mantenere le distanze e seguire le raccomandazioni igieniche. 

"Portare una mascherina non è proibito", ha ricordato mercoledì il consigliere federale Alain Berset.

Certo: non è proibito. Ma se uno la porta deve anche rispettare le distanze e seguire le raccomandazioni igieniche. Perché è questo ad essere davvero più importante.

La pandemia, in generale, sembra essere sotto controllo. Siete confrontati con fenomeni poco visibili, o inattesi, che vi stanno ponendo problemi?

No. Fintanto che la popolazione segue scrupolosamente le raccomandazioni delle autorità, la pandemia può essere tenuta sotto controllo. L'unico rischio, ripeto, è che subentri un rilassamento e che le persone non seguano più le disposizioni col rigore con cui l'hanno fatto finora. Ma abbiamo l'impressione che la popolazione capisca la gravità della situazione. Anche in Ticino, dove la popolazione è molto, molto disciplinata.

Da qualche giorno vi rivolgete alle persone malate, esortandole a non trascurare i loro problemi di salute e ad andare dal medico o in ospedale, ciò che molte di loro sembrano voler evitare per paura di ammalarsi di Covid-19. Cosa vi preoccupa in particolare?

Abbiamo forti indizi, corroborati dalle segnalazioni delle società mediche, secondo cui vi sono persone che non vanno al pronto soccorso o dal loro medico di famiglia perché hanno paura del coronavirus. È sbagliato. Persone che hanno seri problemi di salute, che ad esempio accusano sintomi di infarto, devono assolutamente andare o telefonare al pronto soccorso. Queste strutture in tutta la Svizzera - anche in Ticino - funzionano.

Quali categorie di malati vi preoccupano maggiormente?

Sentiamo e vediamo che questa reticenza a consultare un medico o ad andare al pronto soccorso interessa in particolare i bambini. Non ha alcun senso, perché nella stragrande maggioranza dei casi il coronavirus per loro passa senza sintomi, o con sintomi lievi: non è praticamente mai pericoloso. D'altro canto, molte malattie nei bambini vanno trattate precocemente. I genitori, quando i loro figli sono malati, devono consultare il pediatra. Lo stesso discorso vale per le vaccinazioni. Devono essere fatte, perché ci sono malattie che per i bambini sono molto più pericolose del coronavirus.

 

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