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11.03.2020 - 18:360

Verso il no al divieto di finanziamento dei produttori di armi

Oggi il voto al Consiglio Nazionale sull'iniziativa, la sinistra in minoranza

Berna - Si va verso la bocciatura dell'iniziativa popolare "Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico". È quanto emerge dal primo giorno di dibattiti al Consiglio nazionale, dal quale si evince che pure la proposta di affiancarle un controprogetto sarà respinta. Il voto è previsto per domani mattina.

Oggi la sinistra ha difeso con convinzione la proposta di modifica costituzionale lanciata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE). Le tendenze globali nel settore delle armi - ha ad esempio sostenuto Fabien Fivaz (Verdi) - sono preoccupanti: i budget della difesa, Svizzera compresa, sono in aumento da diversi anni e oggi rappresentano oltre il 2% del PIL mondiale. L'obiettivo dell'iniziativa è invertire questa tendenza diminuendo gli investimenti nel settore, ha spiegato il neocastellano.

La popolazione non vuole che il suo denaro (attraverso la Bns e gli istituti di previdenza, ndr) venga usato per finanziare armi nucleari o mine antiuomo, ha detto Edith Graf-Litscher (Ps). La vodese Léonore Porchet (Verdi) ha sostenuto dal canto suo che "investimenti miliardari vengono effettuati nelle armi da guerra a partire dalla nostra piazza finanziaria, mentre parallelamente migliaia di persone si spostano per fuggire dai conflitti armati senza che la Svizzera risponda in modo adeguato all'emergenza umanitaria".

Per Pierre-Alain Fridez (Ps) è una questione di credibilità e d'immagine della Svizzera, Paese che ha fatto la sua reputazione con la diplomazia e i buoni uffici nella risoluzione dei conflitti. Se non si vuole l'iniziativa - ha continuato il giurassiano rivolgendosi ai partiti borghesi - bisognerebbe almeno affiancarle un controprogetto.

La minoranza della commissione chiede infatti di rinviare il dossier alla Commissione di politica di sicurezza affinché elabori un'alternativa. Il controprogetto sarebbe sostanzialmente chiamato a sostituire i divieti previsti dall'iniziativa con norme sulla trasparenza, in modo che gli investitori con esigenze etiche possano orientarsi di conseguenza.

Ciò non permetterà di raggiungere gli obiettivi fissati nell'iniziativa: l'impatto della Svizzera nel mercato mondiale dei produttori di materiale bellico è molto limitato, ha replicato François Pointet (Pvl). È ingenuo credere che le guerre si arresteranno se la Banca nazionale svizzera (Bns) e le nostre casse pensioni dovessero ritirarsi da tali investimenti, ha aggiunto il vodese.

Oltre a questo, le definizioni e i criteri dell'iniziativa sono poco chiari: spesso è difficile stabilire il confine tra utilizzo civile e militare, Jean-Luc Addor (Udc). L'iniziativa - ha aggiunto - non prende di mira i commercianti di cannoni ma le imprese ad alto valore aggiunto. Ciò comporterà un esodo di attività commerciali e posti di lavoro all'estero. Quanto al controprogetto, per Addor "è solo uno strumento per fare passare la pillola".

Le piccole e medie imprese (Pmi) e diversi rami dell'industria avrebbero ad esempio difficoltà ad accedere ai crediti qualora facessero parte della catena di fornitura per aziende d'armamento in Svizzera e all'estero, ha precisato Sidney Kamerzin (Ppd) ricordando che sono 13'000 le imprese potenzialmente interessate.

Jacqueline de Quattro (Plr) ha da parte sua fortemente criticato l'ingerenza nella politica della Bns: questa iniziativa genererebbe nuove interferenze politiche, con il rischio che ciò potrebbe diventare uno strumento politico ricorrente in futuro.

Per Lorenzo Quadri (Lega) l'iniziativa avrebbe contraccolpi economici per Avs e casse pensioni e ciò senza portare a risultati concreti. Insomma, la Svizzera si troverebbe a fare la "prima della classe" a proprio danno. A tal proposito Piero Marchesi (UdcI) ha ricordato come la situazione dei mercati finanziari sia già oggi difficile. Il ticinese ha anche criticato direttamente gli iniziativisti: con la proposta di modifica costituzionale attaccano indirettamente l'esercito, ma il loro fine ultimo - ha affermato - è giungere a una Svizzera senza esercito.

Il relatore commissionale Rocco Cattaneo (PLRlr) ha da parte sua ricordato come la legge federale sul materiale bellico già oggi preveda il divieto di finanziamento di armi atomiche, biologiche e chimiche, di munizioni a grappolo e mine antiuomo. Gli istituti finanziari interessati, inoltre, già da tempo considerano i principi che si rifanno a criteri etici, sociali e ambientali, ha proseguito il ticinese invitando il plenum a bocciare l'iniziativa senza opporle un controprogetto.

L'iniziativa

L'iniziativa, forte di 104'612 adesioni, vuole vietare alla Bs e alle casse pensione di investire nelle imprese che realizzano oltre il 5% del loro fatturato annuo con la fabbricazione di materiale bellico. Inoltre, la Confederazione dovrebbe esigere determinate condizioni da banche e assicurazioni.

Secondo dati forniti dal comitato promotore, nel 2016 "la Bns ha investito 800 milioni di dollari nei produttori di armi nucleari", le casse pensione versano fra i 4 e i 12 miliardi nel settore del materiale bellico e Usb e Credit Suisse otto miliardi in quello degli armamenti.
 
 

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