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Keystone
Svizzera
15.01.2020 - 06:200

Lobbismo, ecco come un ‘senatore’ pensa di ‘evitare gli eccessi’

Il vallesano Beat Rieder (Ppd) vuole mettere un po’ d’ordine nelle commissioni parlamentari. Nell’intervista spiega perché e in che modo.

Tre parlamentari su quattro incas­sano soldi da attività o mandati accessori; i 246 deputati e ‘senatori’ accumulano complessivamente 1’650 mandati, e siamo solo all’inizio della legislatura... Signor Rieder, è sorpreso dalle cifre pubblicate domenica dalla ‘Nzz am Sonntag’?

No. Questo è chiaramente un problema.

In che senso?

Non siamo parlamentari professionisti. Io ad esempio sono avvocato e allo stesso tempo parlamentare. Il carico di lavoro di un parlamentare è aumentato parecchio negli ultimi anni. Oggi, se uno vuole assolvere al meglio il mandato politico, è costretto a lasciare la sua professione o a ridurre di molto il suo tasso d’occupazione. Alcuni parlamentari cercano perciò di compensare la perdita di reddito che ne consegue assumendo [per lo più lucrativi, ndr] mandati accessori.

È questo ‘il’ problema, dunque?

No. Questo di principio è accettabile. Sono un parlamentare di milizia e difendo un Parlamento di milizia. Ciò che voglio è evitare eccessi che portano a conflitti d’interesse molto gravi.

Concretamente?

Mettiamo che io, come avvocato, venga eletto al Consiglio degli Stati. Non mi sono mai occupato di politica sanitaria, non ho mai avuto mandati in quest’ambito, da parte di casse malati, ospedali, industria farmaceutica o chicchessia. Una volta eletto, dicevo, entro nella commissione sanitaria. E sei mesi dopo assumo un mandato da 50mila franchi l’anno nel consiglio d’amministrazione (cda) di una cassa malati. Il conflitto d’interesse, qui, è palese: questo mandato l’ho ottenuto solo perché sono un parlamentare e faccio parte di una certa commissione.

Dove si situa il limite, se non si vuole rimettere in discussione il principio del Parlamento di milizia?

Posso tollerare senza alcun problema il fatto che un deputato o un ‘senatore’ assuma mandati retribuiti in cda o altri organi di imprese o organizzazioni, in modo da arrotondare la remunerazione da parlamentare e compensare la perdita di introiti, se ha dovuto ridurre il suo impegno professionale. Non deve però poter far parte di commissioni il cui ambito d’attività è in relazione con nuovi mandati ben retribuiti. In simili casi, il parlamentare deve scegliere se rinunciare al mandato o al seggio commissionale.

‘Nuovi mandati ben retribuiti’: il divieto che lei preconizza in un’iniziativa parlamentare [già approvata dalla commissione degli Stati, in marzo verrà esaminata dall’omologa commissione del Nazionale: ndr] prevede dunque delle eccezioni. Quali?

Quella che propongo è una soluzione praticabile. Tollerabili sono quei mandati che i parlamentari svolgono nell’ambito della loro attività professionale principale o che hanno già assunto almeno un anno prima di entrare a far parte della commissione, così come i mandati retribuiti con meno di 5mila franchi l’anno.

Nel mirino ha soprattutto le commissioni sanitarie, dove tradizionalmente questo tipo di conflitto d’interesse è onnipresente. È così?

Sì, ma non solo. Anche altre commissioni sono interessate. La commissione dell’energia, per citarne una [Rieder ne fa parte dal 2015, ndr]: ho ricevuto proposte per entrare nel cda di gruppi del settore, ma le ho respinte. Non credo che possa difendere allo stesso tempo gli interessi di un cantone come il mio, per il quale il settore idroelettrico è importante, e quelli di un gruppo energetico. Il conflitto d’interesse sarebbe evidente.

È avvocato e pure presidente della Commissione degli affari giuridici. Non vede alcuna controindicazione?

No, assolutamente. Sono avvocato e deve essermi consentito di svolgere la mia professione principale. Altrimenti il sistema di milizia crollerebbe. Un altro esempio: se sono un medico e vengo eletto, devo poter occupare un seggio nella commissione sanitaria; e in virtù della mia attività professionale principale, devo poter mantenere i mandati retribuiti assunti in passato, che sia nel cda di una cassa malati, di un’organizzazione di medici, di ospedali e così via. Sono stato eletto anche in quanto medico, tutti sapevano che Beat Rieder lavora per questo o quello: non mi si può poi impedire di svolgere la mia attività professionale principale e di mantenere questi mandati!

I dossier sono sempre più complessi. Per adottare decisioni fondate, che tengano conto dei diversi interessi in gioco, bisogna che le conoscenze e le competenze specifiche siano presenti nelle commissioni parlamentari che li trattano. Limitando di molto la possibilità di assumere mandati retribuiti, la sua proposta rischia di impedirlo.

Effettivamente il problema esiste. È vero: un politico che lavora in un determinato settore porta conoscenze e competenze specifiche, e può contribuire al meglio alla discussione. Lo svantaggio che deriverebbe da una minor presenza nelle commissioni, per evitare conflitti di interesse evidenti, andrebbe compensato mettendo a disposizione dei parlamentari maggiori risorse, che diano loro maggiori possibilità di raccogliere queste conoscenze. Lo ammetto: questa è una grossa lacuna della proposta. Ma ripeto: il divieto di assumere mandati retribuiti in relazione all’attività di membro di una commissione è circoscritto a quelli assunti di recente e che non interessano l’attività professionale principale, in modo che le competenze derivanti da questa vengano preservate.

Il Parlamento è uscito profondamente rinnovato dalle ultime elezioni. Le lobby sembrano avere vita un po’ più dura che in passato, almeno per ora. L’esigenza di maggior ‘trasparenza’ nella politica, inoltre, sembrerebbe ampiamente condivisa. La sua iniziativa parlamentare potrebbe anche far breccia. È ottimista?

No, no. Sarà molto difficile. Le reazioni avute finora fanno capire che l’atto parlamentare darà luogo ad accese discussioni, è chiaro. Non sono ottimista.

Come mai?

[sorride] Perché quella che ho proposto è una limitazione che andrebbe a colpire in maniera tangibile alcuni parlamentari.

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