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10.10.2019 - 13:480

L'Udc è la più presente nei media

Per Jean Patrick Villeneuve, professore di comunicazione, far parlare di sé ‘in bene o in male è importante e motiva la base’

La presenza mediatica di un partito corrisponde quasi esattamente alla sua forza politica. In vista delle elezioni federali è quindi stata ancora una volta l’Udc ad aver trovato più spazio sulla stampa. «Parlarne bene o male poco importa. L’importante per una formazione politica è generare discussione», afferma Jean Patrick Villeneuve, professore di comunicazione politica all’Università della Svizzera italiana. «Ciò permette di raggiungere più persone e di motivare la sua base», precisa a ‘laRegione’. Secondo uno studio pubblicato ieri da ‘Année Politique Suisse’ (Aps) dell’Università di Berna, la presenza nei media è il modo migliore per attirare l’attenzione. Analizzando i 33 quotidiani e settimanali svizzeri più diffusi, è emerso che la percentuale di articoli sui diversi partiti pubblicati nelle dodici settimane precedenti le elezioni federali corrisponde “in modo sorprendentemente precisa” alla quota di elettori, ovvero alla forza politica. La maggior parte degli articoli scritti finora riguardavano quindi l’Udc. Tuttavia, la sua presenza mediatica non è più così dominante come prima delle elezioni di quattro anni fa, quando poteva contare sul doppio di notizie che la riguardavano, rispetto al Ps.

Il fatto di generare notizie, in caso di difficoltà anche con provocazioni, può essere visto anche come una strategia politica ben precisa per suscitare un’eco mediatica. E ciò sembra essere riuscito in particolare all’Udc con la pubblicazione a metà agosto del suo manifesto elettorale che raffigurava una mela mangiata dai vermi, i quali rappresentavano altri partiti. Secondo l’Aps, con questa consapevole provocazione, la formazione politica è riuscita a suscitare l’ambita attenzione mediatica. L’effetto è poi anche stato rafforzato dalle critiche interne al partito sul manifesto.

«È chiaro che l’Udc sa di generare malumori con questo tipo di manifesti. Per loro però va bene così, fa parte della loro strategia», conferma Villeneuve. «Un partito più orientato al consenso non vuole invece generare questa reazione: preferisce fare manifesti classici nei quali si pone l’accento ad esempio sulla professionalità o sulla responsabilità». Per avere più successo, anche gli altri partiti dovrebbero provocare un po’ di più? «Una strategia meno conservativa potrebbe portare ad avere più visibilità. Attualmente, però, gli altri partiti non sembrano voler percorrere questa strada», precisa il professore. Va anche detto che per gli altri è difficile cambiare rotta: «Se un’altra formazione politica si comportasse come l’Udc, potrebbe risultare strano». Mentre una provocazione come quella della mela «non sorprende più», visto che l’Udc lo fa ormai da anni. Infatti, secondo lo studio dell’Aps, gli altri partiti non hanno suscitato grandi eventi mediatici come l’Udc. La controversia riguardo alla campagna online del Ppd con la quale criticava le posizioni dei candidati di altre formazioni politiche ha fruttato al partito solo circa la metà degli articoli di giornale rispetto a quelli relativi al manifesto dell’Udc. Proprio nell’ambito di internet, sempre più partiti e candidati utilizzano la rete per fare campagna elettorale. Ma al giorno d’oggi quanto è rilevante la dimensione online per avere successo? «Penso che le campagne classiche, fatte di volantini, manifesti e così via, siano ancora molto importanti», spiega Villeneuve. «In primo luogo per la loro componente fisica: avere in mano un foglio o vedere un cartellone in strada resta importante per i cittadini. In secondo luogo, limitarsi a fare una campagna solo online potrebbe essere un problema, perché la discussione si focalizzerebbe sul fatto che non si vedono manifesti in giro, invece che sulle proposte del partito». Tornando alla presenza mediatica, secondo l’Aps, dopo il manifesto dell’Udc, la notizia che ha fatto più discutere è la denuncia del Plr contro un altro manifesto: quello del Comitato di Egerkingen, nel quale venivano accusate quattro personalità del partito di proteggere l’Islam radicale in Svizzera. Verdi e Verdi liberali non sono dal canto loro riusciti ad approfittare dell’‘emergenza climatica’ per raggiungere grande visibilità nei media.

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