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18.07.2019 - 15:360
Aggiornamento : 16:20

Il rebus dei rifiuti in plastica

Tante idee per ridurli: tasse causali, divieti, prodotti sostitutivi, sistemi di riutilizzo. Ma poco si muove.

La Svizzera è tra i Paesi che producono la maggior quantità di rifiuti urbani. Una montagna di rifiuti. Fatta in parte di plastica. Ogni abitante della Confederazione produce circa cento chili l’anno di rifiuti plastici. Il riciclaggio non è che agli inizi, i divieti non sembrano essere all’ordine del giorno. Alcune alternative (prodotti sostitutivi, sistemi di utilizzo multiplo, nuovi modelli di pagamento ecc.) fanno capolino, ma l’impressione è che le cose avanzino molto lentamente.

La plastica rappresenta il 13% dei rifiuti in Svizzera, ma solo il 10% viene riciclato, indica l’Ufficio federale dell’ambiente (Ufam). Il resto, ossia il 90%, è bruciato negli inceneritori o in cementifici, oppure finisce nei corsi d’acqua Da un punto di vista ecologico, sia l’incenerimento che il riciclaggio presentano un buon bilancio, sottolinea Rebekka Reichlin, portavoce dell’Ufam.

Greenpeace e l’associazione ‘Zero Waste Switzerland’ (Zero rifiuti Svizzera) non la vedono allo stesso modo: considerano l’incenerimento dei rifiuti in plastica un enorme spreco di risorse. Nemmeno il riciclaggio risolve il problema. Buona parte della plastica non è sufficientemente pura per produrre una quantità equivalente di materia riciclata. E il riciclaggio consuma molta energia, spiega il portavoce di Greenpeace Yves Zenger.

Le imprese che ricorrono a imballaggi usa e getta trasmettono un cattivo segnale e alimentano lo spreco, deplora Greenpeace. Dovrebbero quindi assumersi una parte dell’eliminazione dei rifiuti, secondo il principio della causalità (chi inquina paga). La città di Berna avrebbe voluto fare un passo in questa direzione. Ma l’idea di introdurre un ‘centesimo per la pulizia’ – una tassa che avrebbe colpito in modo proporzionale al fatturato dettaglianti, take-away, editori di giornali gratuiti, bar, ristoranti e organizzatori di grandi eventi – è stata abbandonata a seguito della viva opposizione tra gli ambienti interessati.

Qua e là si valuta pure l’opportunità di vietare taluni prodotti. Come la cannuccia monouso per bere bibite, diventata il simbolo per eccellenza dello spreco e della dispersione di plastica. Cannucce e altri prodotti in plastica (i bastoncini usati per mescolare il caffè o per la pulizia delle orecchie, ad esempio) sono finiti nel mirino dei politici in vari Paesi.

Anche in Svizzera. Dove stupisce la fretta dimostrata dalla città di Neuchâtel, la prima a voler bandire le cannucce di plastica dai suoi bistrot. L’applicazione di un divieto incontra però problemi giuridici: è illegale vietare un prodotto in un cantone se è permesso in altri. Inoltre, è chiaro che proibire le cannucce non risolverà l’inquinamento da plastica. L’Ufam osserva che queste rappresentano una minima parte dei rifiuti e del littering.

All’ufficio federale i divieti non sono visti di buon occhio. Articoli usa e getta per i quali esistono buone alternative – piatti, posate, q-tips – devono certamente sparire dal mercato, ritiene la portavoce Reichlin. Ma spetta ai commercianti agire. A questo proposito si rimanda all’introduzione riuscita dei sacchetti di plastica a pagamento nei supermercati, al deposito su tazze in plastica o restrizioni su piatti monouso in occasione di grandi eventi. Tre anni fa Coop e Migros hanno rinunciato alla gratuità dei sacchetti di plastica. Presso Migros il loro utilizzo è calato dell’83%. Inoltre ora sono composti al 100% di materiale riciclato.

Secondo ‘Zero Waste Switzerland’, i grandi distributori hanno introdotto la tassa unicamente per evitare un divieto a livello politico. Secondo l’associazione è quindi urgente che gli ambienti politici agiscano e adottino misure. Sostituire i prodotti di plastica monouso con altri articoli che vengono poi gettati non ha senso, secondo la cofondatrice di ‘Zero Waste Switzerland’ Natalie Bino. È d’altra parte sensato passare a sistemi riutilizzabili organizzati a livello regionale, sottolinea Bino. Della stessa opinione Greenpeace: sostituire le cannucce di plastica con quelle di paglia è un primo passo, ma non bisogna fermarsi lì. È più importante investire in servizi alternativi a uso multiplo come il riempimento dei contenitori e il loro riutilizzo.

Imballato l’84% della frutta e della verdura bio, il doppio di quella convenzionale

La frutta e verdura bio sono vendute in Svizzera quasi esclusivamente in imballaggi di plastica. Lo indicano i risultati di un test eseguito dalla federazione dei consumatori della Svizzera tedesca Sks.

La Sks ha esaminato la vendita di 221 cetrioli, pomodori, carote, peperoni e mele in dieci negozi a Basilea e Berna. Il 54% di questi prodotti erano offerti in imballaggi di plastica.

Il dato complessivo nasconde una particolarità sorprendente, che può anche far arricciare il naso ai consumatori attenti a una produzione sostenibile, rispettosa dell’ambiente: solo il 44% della frutta e verdura convenzionale è venduta avvolta da imballaggi di plastica, mentre per i prodotti biologici questo dato quasi raddoppia, salendo addirittura all’84%. Presso Migros, Lidl e Denner tutti i prodotti biologici esaminati erano in vendita in imballaggi di plastica. Alla Coop erano il 78% e da Aldi il 63%. Per i prodotti convenzionali, invece, è Coop che utilizza meno plastica con il 21% dei prodotti venduti imballati, seguita da Migros con il 47%, Lidl con il 50% e Aldi con il 60%.

Nel suo test la Sks non ha trovato imballaggi alternativi alla plastica, come reti in cellulosa o scatole in carta erba. I sacchetti riutilizzabili sono disponibili solo da Coop e Migros. Ma non servono a granché se frutta e verdura sono già imballate in confezioni di plastica. Interpellata da Keystone-Ats, Migros fa sapere di essersi posta l’obiettivo di raddoppiare quest’anno la quantità di frutta e verdura bio venduta senza imballaggi in plastica. Già oggi alla Migros diversi prodotti bio (nettarine, avocado, arance e manghi) sono offerti non avvolti nella plastica.

Migros motiva l’utilizzo di simili imballaggi con la necessità di proteggere i prodotti: quelli sfusi, infatti, vengono spesso toccati, tastati e rimessi al loro posto. La priorità è la lotta contro lo spreco alimentare (food waste). Avvolto nella plastica, un prodotto risulta più protetto e può restare in vendita più a lungo che non sfuso. Migros, infine, cerca per quanto possibile di usare materiale riciclato: la maggior parte degli imballaggi contenenti bacche sono in Pet riciclato.

Anche Coop fa il possibile affinché frutta e verdura bio possano essere vendute sfuse o almeno imballate in una confezione ecologica. Tuttavia, osserva il dettagliante, ridurre l’utilizzo della plastica è un processo a lungo termine. Le alternative devono infatti essere più ecologiche delle soluzioni attuali: in particolare, non devono incentivare lo spreco alimentare a causa di una minore capacità di conservazione rispetto agli imballaggi oggi in uso. Coop afferma di aver già ridotto in maniera significativa l’utilizzo della plastica grazie a adesivi (finocchi), elastici con etichetta per la verdura svizzera e altri accorgimenti (reti di cellulosa, imballaggi in carta erba).

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