Keystone
Svizzera
10.05.2019 - 06:000

Il prezzo (più alto) di un 'no' alla riforma fisco/Avs

Un ‘sì’ non metterà la Svizzera in una situazione peggiore di quella che scaturirebbe da un rifiuto del pacchetto in votazione il 19 maggio

I privilegi fiscali concessi dai cantoni alle società holding, di domicilio e miste sono da abolire al più presto: Unione europea e Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ce lo chiedono da anni. Il ‘problema’ è che queste grandi aziende – 24mila circa, sia straniere che elvetiche, attive a livello internazionale ma che centralizzano alcune attività di gruppo in Svizzera – generano cospicui introiti per le casse pubbliche, sono preziose per molte piccole e medie imprese (Pmi), con le quali collaborano, e garantiscono circa 150mila impieghi, per lo più altamente qualificati (con relativo gettito fiscale).

Si tratta perciò di evitare che – di fronte alla prospettiva di essere tassate in via ordinaria, al pari di qualsiasi altra impresa – lascino la Confederazione, trasferendosi in Paesi dove l’onere fiscale è inferiore. Come? Dando ai cantoni la possibilità di utilizzare nuovi strumenti di ‘agevolazione fiscale’ (patent box, deduzioni per attività di ricerca e sviluppo, ecc.), accettati sul piano internazionale, e mettendo loro a disposizione un miliardo di franchi per fare in modo che possano abbassare le aliquote sull’utile aziendale senza che ciò si ripercuota sui cittadini, sotto forma di tagli alle prestazioni sociali e ai servizi pubblici. Infine, per compensare ‘socialmente’ i mancati introiti fiscali previsti (due miliardi circa), Confederazione, datori di lavoro e lavoratori finanzieranno un versamento all’Avs di pari entità.

‘Capolavoro’ o ‘pacchetto esplosivo’

Per la sua complessità – l’intreccio di “flussi finanziari multipli”, su più livelli (federale, cantonale, comunale), con “perdenti e vincenti e costi da assumere” – la Riforma fiscale e finanziamento dell’Avs (Rffa) ricorda le opere di Tinguely, ha scritto Jean-Daniel Delley su ‘Domaine public’. Nata dalle ceneri della Riforma III dell’imposizione delle imprese (Rie III), clamorosamente respinta in votazione popolare poco più di due anni fa, la riforma è in effetti un articolato costrutto: vantato dal presidente della Confederazione Ueli Maurer come “un piccolo capolavoro” e dal comitato per il ‘sì’ come “un forte compromesso nella migliore tradizione svizzera”, vituperato invece dai contrari che lo assimilano a un pacchetto esplosivo. 

Capirci qualcosa, digerire termini quali ‘patent box’, ‘principio degli apporti di capitale’ o ‘dichiarazione delle riserve occulte’, destreggiarsi fra stime e scenari contrastanti, è tutt’altro che facile. E non è solo una questione di contenuti. 

Il garbuglio

Qui in un’unica confezione sono stati imballati due oggetti che ben poco hanno a che vedere l’uno con l’altro (e che potranno essere accettati o respinti soltanto in blocco, non singolarmente). Votiamo poi su un pacchetto federale, ma ci sono anche tanti pacchettini portati avanti parallelamente a livello cantonale (in Ticino, dove si è votato già lo scorso anno, il ‘sì’ l’ha spuntata per il rotto della cuffia). Le linee di frattura all’interno di partiti e sindacati sono evidenti: il Ps – principale artefice nel 2017 della bocciatura della precedente riforma – sostiene la Rffa, pur battendosi contro i progetti cantonali; Udc, Verdi e Verdi-liberali sono confrontati con una fronda più o meno ampia a livello di sezioni; l’Unione sindacale svizzera (Uss) lascia libertà di voto, dopo che il suo ex presidente Paul Rechsteiner (Ps) in Parlamento ha dato man forte nell’elaborazione del compromesso; per giunta Vpod e Unia, i due principali sindacati membri dell’Uss, sono schierati per il ‘no’ (mentre il consigliere nazionale socialista Corrado Pardini, membro di direzione di Unia, è uno dei suoi più ferventi sostenitori...). E non aiuta a fare chiarezza nemmeno il fatto che a favore della riforma siano tanto l’organizzazione che rappresenta le Pmi (avvantaggiate con la Rffa, poiché dovrebbero pagare complessivamente 4,5 miliardi in meno di imposte grazie all’abbassamento generalizzato delle aliquote cantonali sugli utili) quanto Swissholdings, che rappresenta le multinazionali chiamate alla cassa (ma neanche più di quel tanto).

Questione di prezzo

Non c’è dubbio: la Rffa è un passo avanti rispetto alla Rie III. Soprattutto perché contiene una compensazione sociale assente in quest’ultima. Esistono molte buone ragioni per criticarla. Alla fine, però, bisogna chiedersi quale scelta – tra questa riforma o un eventuale, fumoso piano B ancora tutto da definire – comporta il prezzo più alto. Comunque vada il 19 maggio, la concorrenza fiscale intercantonale non cesserà: questo è poco ma sicuro. In caso di ‘no’, il grosso rischio è che questa si accentui ancor di più di quanto avverrebbe se la riforma fosse approvata. Molti cantoni, volendo restare attrattivi per le grandi società ma non avendo a disposizione la ‘cassetta degli attrezzi’ (patent box e così via) fornita dalla Confederazione per sgravarle dal profilo fiscale, saranno a maggior ragione spinti ad abbassare le aliquote sugli utili societari. Gli effetti di una tale corsa al ribasso, in termini di mancato gettito e conseguenti tagli alla spesa pubblica, non tarderebbero a farsi sentire. E poi c’è l’Avs: un ‘no’ alla Rffa le precluderebbe una agognata boccata d’ossigeno, galvanizzando chi in Parlamento ha in serbo proposte di intervento radicali e immediate di ‘stabilizzazione’ a lungo termine del primo pilastro.

Il modello non cambia

Tutto sommato, dunque, un ‘sì’ non ci metterà – su questi due fronti (imposizione delle imprese e Avs) – in una situazione peggiore di quella che scaturirebbe da un ‘no’. Certo, continuando a “favorire l’arrivo [o la permanenza, ndr] di aziende mobili, pronte a cedere alle sirene del miglior offerente fiscale”, non faremmo che perpetuare una “strategia che non garantisce un’attività stabile e duratura” (sempre Delley), con tutte le conseguenze del caso (vedi la recente, parziale delocalizzazione di Kering/Luxury Goods International in Ticino), passate sotto silenzio nell’attuale dibattito. Ma in questo la Svizzera è in buona compagnia. Chiederle adesso di fare la prima della classe, sarebbe forse pretendere troppo.

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