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Svizzera
13.03.2019 - 06:000

Dal ‘selfie’ al ‘dronie’

Per Francisco Klauser (Università di Neuchâtel), il moltiplicarsi degli apparecchi è sintomo di una tendenza generale: la banalizzazione delle tecnologie numeriche

I ‘Drone Days’ al Politecnico di Losanna attirano migliaia di curiosi; il mercato di questi apparecchi è fiorente, anche in Svizzera; e attorno a Losanna si sta creando una sorta di ‘Drone Valley’. Una nuova moda, dopo quella della videosorveglianza?

Molti aspetti accomunano videosorveglianza e droni. Ma non metterei l’una e gli altri sullo stesso livello. La videosorveglianza è una sorveglianza sistematica esercitata su un determinato spazio per svariate ragioni. Il drone è assai più polivalente. Ed è usato molto a scopo ricreativo: un sabato pomeriggio si va con la famiglia su una collina, si fa un pic-nic e si pilota un drone. Insomma: ci si diverte. E ormai si parla di ‘dronie’, l’equivalente del ‘selfie’ con gli smartphones.

I droni sono usati anche per ragioni professionali. Come, in Svizzera?

Nei più svariati modi. Ad esempio: l’Università di Neuchâtel ha fatto una breve clip pubblicitaria con immagini riprese dai droni; i pompieri li utilizzano per sorvolare edifici in fiamme; e così via. Le ragioni che stanno alla base della diffusione di questa tecnologia – alla portata di tutti [in Svizzera si può acquistare un drone per meno di 100 franchi, ndr] – sono molteplici, proprio perché questi apparecchi si prestano a usi di diverso tipo. Il drone come lo conosciamo oggi, comunque, non ha più nulla a che vedere con quello delle origini: una tecnologia militare per sorvegliare e uccidere. In Svizzera, l’esercito quest’anno dovrebbe sostituire il suo vecchio drone; e una quindicina di corpi di polizia cantonali, così come le guardie di frontiera, fanno capo ai droni. Ma gli apparecchi non sono utilizzati prevalentemente per missioni di sorveglianza.

Lei ha lavorato per tre anni sull’impiego di droni da parte della polizia. Cosa ci può dire al riguardo?

Alla polizia questa tecnologia serve più per fotografare degli incidenti dall’alto, ad esempio, che non per sorvegliare il territorio. Anche perché sopra le città i droni non possono essere impiegati in modo sistematico: per questioni di autonomia di crociera (le batterie si scaricano dopo 20 minuti) e di sicurezza (i droni cadono abbastanza facilmente). Constato che – attraverso l’acquisizione di questa tecnologia – un corpo di polizia diventa ‘tre-dimensionale’: alle dimensioni terrestre e lacuale, si aggiunge infatti quella aerea. A poco a poco nei corpi di polizia si è cominciato a parlare di spazio aereo, qualcosa che ancora pochi anni fa non rientrava nell’ordine del possibile. Nel frattempo, lo spazio aereo è diventato un contesto nel quale la polizia agisce, ma anche un oggetto sul quale bisogna agire perché si è in presenza di altri droni: è diventato un problema (perché lo spazio è già molto popolato da elicotteri, aerei, altri droni, eccetera), ma anche un’opportunità (perché si possono sviluppare nuove, promettenti attività). Mesi fa a Istanbul c’è stata una manifestazione. I poliziotti erano schierati di fronte ai manifestanti. Ciascuna delle due forze in campo aveva il proprio drone, che scrutava l’avversario e anche il suo apparecchio. In situazioni come queste si sviluppano nuove geometrie del potere, per cui la polizia è confrontata con sfide inedite.

In che modo, più in generale, i rapporti di potere nella gestione dello spazio aereo vengono modificati?

Diffusione dei droni non rima con democratizzazione. Anni fa con una classe dell’Università di Neuchâtel abbiamo svolto un sondaggio: volevamo sapere cosa ne pensava la popolazione neocastellana di questa tecnologia. Ebbene, è emerso che ad acquistare un drone – potenzialmente alla portata di tutti, come detto – in realtà sono essenzialmente giovani uomini avvezzi alla tecnologia. Lo spazio aereo resta uno spazio dominato da un determinato tipo di attori: non tutti guardano (e non tutto è visto). La prospettiva verticale, la visione dall’alto, è sempre stata prerogativa di pochi: lo Stato, con i suoi cartografi e i satelliti, il re con le torri dei suoi castelli, eccetera; i droni confermano la predominanza di uno sguardo maschile sullo spazio: in questo senso contribuiscono a riprodurre delle dinamiche di potere consolidate. E poi c’è il fatto che i droni non sono un fenomeno urbano, ma rurale.

In che senso?

Per una questione di sicurezza non si possono utilizzare i droni sopra le folle. Diversamente dalla videosorveglianza e da altre moderne tecnologie che nascono e si diffondono in un contesto urbano, i droni restano perciò ‘lontani’ dalle città e dalle persone che vi abitano. Abbiamo a che fare con una tecnologia a vocazione prevalentemente rurale. Si stima che in futuro l’80% del mercato dei droni sarà nell’agricoltura: per censire le piante, identificare delle malattie, irrigare, spargere pesticidi (una start-up vallesana ha il primo sistema di droni autorizzato per questo tipo di attività in Europa) e via dicendo.

Gli studi che ha realizzato indicano che i droni – quelli privati, perlomeno – non sono particolarmente apprezzati dalla popolazione svizzera. Come lo spiega?

Vediamo un’analogia quasi perfetta con la videosorveglianza. La popolazione accetta molto volentieri la videosorveglianza da parte della polizia. Lo stesso vale per i droni utilizzati anche dall’esercito e dalle guardie di confine. Invece, l’utilizzo delle telecamere di videosorveglianza e dei droni da parte dei privati – professionisti e hobbisti – è molto criticato. Abbiamo constatato che le persone in genere sono molto preoccupate per l’integrità della sfera privata, oltre che per la loro incolumità e per possibili attentati terroristici. Si può affermare questo: il monopolio statale dello sguardo verticale sullo spazio viene legittimato dalla popolazione. In altre parole: il controllo dello spazio aereo appartiene sempre allo Stato, solo lui continua ad avere il diritto di guardarci dall’alto.

Lei afferma che la videosorveglianza e i droni implicano una “messa a distanza” spaziale, sociale e mentale. Cosa intende?

È qualcosa di inerente a tutte queste nuove tecnologie, non soltanto a quelle di sorveglianza visiva: la capacità di accumulare informazioni su spazi e attività nei quali i soggetti non sono co-presenti. Si possono piazzare telecamere di videosorveglianza ovunque, in seguito centralizzare le immagini e gestire questa massa di informazioni a distanza. Tutto ciò pone un certo numero di problemi. Ad esempio: se qualcosa succede là dove si sorveglia, non si può intervenire. Nella valutazione che abbiamo fatto nel 2016 del progetto di videosorveglianza pubblica nel quartiere dei Pâquis a Ginevra [il più esteso del genere mai realizzato in Svizzera: ‘laRegione’ ne ha ampiamente riferito nel febbraio del 2017, ndr], gli abitanti ci dicevano di preferire di gran lunga degli agenti di polizia in carne e ossa, presenti sul posto e pronti a intervenire. La stessa cosa capita sui treni regionali in Svizzera: ci sono sempre meno controllori, perché vengono sostituiti dalle telecamere di videosorveglianza. Queste tecnologie, poi, trasmettono soltanto una parte della realtà, non colgono la realtà nel suo insieme. Sono tecnologie visive, non registrano ad esempio i suoni o gli odori. Una polizia che si rifugia in una centrale di sorveglianza o che pilota un drone a distanza non avrà una visione d’assieme, completa di una situazione, che per sua natura è complessa e multidimensionale.

Videosorveglianza, droni, smartphones... Qual è l’impatto della numerizzazione della vita quotidiana sul comune cittadino?

La moltiplicazione dei droni – ma il discorso può essere esteso agli smartphones, con i quali fotografiamo praticamente tutto, dall’alba al tramonto – si iscrive in una tendenza generale di banalizzazione delle tecnologie numeriche, è una manifestazione di questa ‘cultura della nuova visibilità’. Non dobbiamo dimenticare che oggi assistiamo a una diffusione del potere. Diventa vieppiù difficile sapere chi accumula quali dati, come e dove lo fa. Tutti gli studi realizzati sin qui, in Svizzera e altrove, mostrano per esempio che le persone dimenticano la presenza delle telecamere di videosorveglianza. In generale i cittadini non si rendono conto, si sbagliano sistematicamente sulle possibilità che altri hanno di accumulare una massa di informazioni su di noi, di analizzarle e di agire su di noi. E cosa comporta tutto questo per l’idea kantiana di cittadino, ovvero di un individuo razionale in grado di prendere le proprie decisioni in funzione di parametri ben definiti?

 

Il profilo

Francisco Klauser è professore all’Istituto di geografia dell’Università di Neuchâtel. Tra i massimi esperti di videosorveglianza in Svizzera. Coordina il progetto ‘Power and Space in the Drone Age’ sull’utilizzo di droni civili in Svizzera, finanziato dal Fondo nazionale svizzero (Fns). A fine febbraio ha tenuto una conferenza a Bellinzona dal titolo ‘Nuove geografie del potere: videosorveglianza e droni’. È l’autore di Surveillance & Space (Sage, London, 2016).

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