Keystone
Svizzera
15.02.2019 - 06:000
Aggiornamento 07:59

Direttiva Ue sulle armi, Berna preoccupata per Schengen

Secondo il Consiglio federale un 'no' il prossimo 19 maggio alla revisione della legislazione sulle armi metterebbe in pericolo la sicurezza del Paese

Mettere a rischio l’accordo di Schengen o garantire la tradizione elvetica del tiro? Ruota in particolare attorno a queste due preoccupazioni la trasposizione nel diritto elvetico della direttiva dell’Unione europea (Ue) sulle armi, sulla quale i cittadini saranno chiamati a votare il prossimo 19 maggio. Ieri la consigliera federale Karin Keller-Sutter ha ribadito che governo e parlamento sono favorevoli alla modifica legislativa: un ‘no’ minerebbe la sicurezza del Paese.

Gli attentati terroristici avvenuti nel 2015 in Europa hanno condizionato la revisione della direttiva Ue sulle armi da parte di Bruxelles, che prevede di limitare la diffusione di quelle semiautomatiche. Non si tratta però di misure per lottare contro il terrorismo, ha precisato ieri ai media a Berna la nuova ‘ministra’ di giustizia e polizia. Questa precisazione era implicitamente rivolta ai promotori del referendum, i quali sostengono, tra l’altro, che la nuova direttiva non aiuterà a lottare contro i terroristi, visto che questi ultimi si procurano le armi illegalmente. È quindi inutile rendere più restrittiva l’attuale legislazione svizzera sulle armi, sostengono i contrari alla revisione. Per questi ultimi, inoltre, la trasposizione nel diritto svizzero della direttiva Ue metterebbe a rischio la tradizione elvetica in fatto di armi: “Comporterebbe a medio termine per la Svizzera la fine del tiro come sport di massa”, si legge in un comunicato stampa del comitato ‘No al diktat dell’Ue che ci disarma’ diffuso dopo la riuscita del referendum. Sarebbe “l’inizio della fine del possesso privato di armi”, aveva dal canto suo dichiarato al ‘Blick’ ad inizio gennaio il consigliere nazionale Werner Salzmann (Udc/Be).

Secondo Keller-Sutter ciò non corrisponde alla realtà, visto che «nessuno sarà disarmato e le nostre manifestazioni di tiro, come il tiro in campagna, il tiro obbligatorio, il ‘Knabenschiessen’ di Zurigo – gara di tiro riservata ai giovani – ma anche il tiro sportivo di competizione, non saranno messe in pericolo dalla revisione parziale». Infatti, stando alla consigliera federale, per i militari che vorranno tenere l’arma alla fine del servizio obbligatorio non cambierà nulla e nemmeno per cacciatori o giovani tiratori. Ciò è stato possibile perché la Svizzera fa parte dello spazio Schengen e ha quindi potuto dire la sua: la direttiva Ue è stata resa meno restrittiva – ha sottolineato Keller-Sutter – tenendo quindi conto delle peculiarità elvetiche. Ad esempio non ci sarà quindi alcun registro nazionale delle armi (responsabili continueranno ad essere i Cantoni) e nessun obbligo di appartenere a una società di tiro.

Chi non ne fa parte dovrà però dimostrare dopo cinque e dieci anni dall’acquisto di un’arma semiautomatica dotata di un caricatore ad alta capacità di colpi (che saranno definite ‘vietate’) di praticare con regolarità il tiro sportivo. Lo stesso vale per i membri di una società di tiro: dopo cinque e dieci anni dovranno dimostrare di ancora farne parte. In generale chi vorrà acquistare un’arma ‘vietata’ dovrà richiedere un’autorizzazione eccezionale, anziché un permesso d’acquisto. Chi invece già oggi possiede un’arma del genere non ancora inscritta in un registro cantonale, dovrà notificarne il possesso entro tre anni.

Con la nuova legge qualcosa dunque cambierà. Ma per Keller-Sutter un ‘no’ il prossimo 19 maggio avrebbe conseguenze negative per la Svizzera: la cooperazione con gli Stati che fanno parte dello spazio Schengen/Dublino cesserebbe entro 90 giorni a meno che la Commissione Ue e tutti gli Stati membri non vengano incontro alla Svizzera. Tuttavia, «l’Ue non sembra al momento nello spirito giusto per scendere a compromessi», ha precisato la ‘ministra’ di giustizia e polizia. I costi ammonterebbero a diversi miliardi di franchi all’anno e, soprattutto, vi sarebbero gravi conseguenze sulla sicurezza del Paese: Schengen permette di accedere al sistema d’informazione Sis. Esso consente di sapere in tempo reale se una persona è ricercata, oppure se può possedere armi o meno. In media, negli ultimi dieci anni, il Sis ha permesso un arresto al giorno, ha sottolineato René Bühler, direttore supplente dell’Ufficio federale di polizia (fedpol).

Anche l’esecutivo ticinese è scettico sulle misure proposte da Berna

Anche alcuni Cantoni – al contrario del Consiglio federale e del parlamento – sono scettici nei confronti della trasposizione nel diritto svizzero della direttiva dell’Unione europea (Ue) sulle armi.

Secondo la consigliera federale Karin Keller-Sutter un ‘no’ il prossimo 19 maggio potrebbe significare la fine dell’accordo di Schengen (cfr. articolo sopra). Ciò era già stato sottolineato durante i dibattiti parlamentari, ma non ha scoraggiato i contrari alla modifica legislativa: lo scorso 17 gennaio la Comunità di interessi del tiro svizzero (Cit) aveva annunciato di aver raccolto più di 125mila firme. Per la riuscita del referendum ne sarebbero bastate 50mila.

Mercoledì scorso è poi terminata la procedura di consultazione sulla revisione parziale dell’ordinanza sulle armi, che contiene gli adeguamenti alla direttiva Ue. Nelle relative osservazioni scritte, il Consiglio di Stato ticinese si dice scettico su alcune modifiche normative proposte dal Consiglio federale: “Le misure aggiuntive volute dalla direttiva europea non apportano una plusvalenza concreta”, si legge. In particolare la nuova legge non andrà “a colpire i veri obiettivi [il terrorismo e l’utilizzo abusivo delle armi], bensì le persone che oggigiorno agiscono nella legalità”. Il governo ticinese è anche preoccupato per il possibile aumento degli oneri amministrativi: stima un incremento “considerevole” del carico di lavoro per la polizia cantonale, “in quanto bisognerà prevedere un importante aumento dei controlli preventivi ed effettivi”. Inoltre potrebbe essere necessario anche assumere nuovo personale.
Se l’esecutivo ticinese si dice scettico solo su alcune misure e non su tutta la revisione di legge, il Consiglio di Stato turgoviese va invece oltre: “Non siamo d’accordo sulle modifiche proposte”, si legge nella sua presa di posizione. Anche il Canton Svitto respinge la revisione della legge, perché non servirà ad “evitare attacchi terroristici o ad aumentare la sicurezza”, ha indicato nelle sue osservazioni. E il risultato sarà solo più burocrazia e “più costi per tutti gli attori”. Anche altri Cantoni, come Appenzello Interno o Lucerna, si dicono scettici, ma accolgono la revisione per non mettere in pericolo l’accordo di Schengen.

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