Ti-Press
Svizzera
28.02.2018 - 17:400

Parità salariale, il dossier torna in commissione

La proposta governativa di modificare la legge si ferma al Consiglio degli Stati, che chiede l'introduzione dell'autodichiarazione obbligatoria per le aziende

La proposta governativa di modificare la legge sulla parità dei sessi per ridurre ulteriormente gli scarti salariali tra uomini e donne ha subito oggi un brusco stop al Consiglio degli Stati. Per 25 voti a 19, i "senatori" hanno deciso di rinviare il dossier in commissione, con l’auspicio di introdurre l’auto dichiarazione obbligatoria per le aziende.

Stando al progetto del Consiglio federale, i datori di lavoro con più di 50 collaboratori dovrebbero effettuare ogni quattro anni un’analisi dei salari facendola verificare da servizi di controllo esterni.

La commissione preparatoria si è detta a favore di questa misura, limitando però quest’obbligo alle imprese con oltre 100 dipendenti ed estendendolo anche al settore pubblico a livello di Confederazione e Cantoni.

Anche se annacquato rispetto al disegno dell’esecutivo, come denunciato più volte dalla sinistra che ha lamentato per esempio l’assenza di sanzioni per le ditte inadempienti, nemmeno i cambiamenti apportati dalla commissione al disegno governativo sono riusciti a raccogliere dietro di sé una maggioranza.

Dopo essere entrata in materia, la Camera ha quindi accolto la richiesta di Konrad Graber (PPD/LU) di rinvio del progetto. Benché contrario alle discriminazioni salariali tra uomini e donne, Graber ha sostenuto come un’auto dichiarazione da parte delle aziende riguardante il rispetto della parità salariale sia un mezzo più efficace per raggiungere gli obiettivi che si propone il governo.

Il lucernese, membro tra l’altro della Camera di commercio e d’industria della Svizzera centrale e presidente del Cda dell’azienda Emmi, ha poi messo in guardia da un progetto inviso al mondo economico, che avrebbe corso il rischio di venir affossato dall’altra camera oppure da un referendum. Per il "senatore" bisogna quindi elaborare un progetto efficace capace di raccogliere una maggioranza parlamentare.

Diversi oratori, come Pirmin Bischop (PPD/SO) e Olivier Français (PLR/VD), hanno sostenuto questa proposta, giudicando il progetto della commissione troppo burocratico e viziato all’origine per il fatto che non contempla misure nei confronti delle istituzioni pubbliche e delle aziende parastatali, dove si registrano ancora differenze nei salari per uomini e donne.

Alcuni "senatori" UDC e PLR non avrebbero voluto nemmeno entrare nel merito del progetto. A nome della minoranza della commissione, Hans Wicki (PLR/NW) ha sottolineato che le differenze di salario tra i sessi si sono ridotte negli ultimi decenni e che le giovani generazioni di imprenditori sono già sensibili al problema. Insomma, le cose si muovono anche senza intervento del legislatore. Le differenze salariali del 7-8% non spiegabili con criteri oggettivi non sono dovute a suo avviso a discriminazioni basate sul sesso, bensì a fattori di cui non si tiene conto nelle statistiche, come le diverse conoscenze linguistiche o la formazione continua.

Per Hannes Germann (UDC/SH), certe differenze nelle remunerazioni tra uomini e donne si spiegano con la libertà economica. D’altronde sussistono differenze anche tra Svizzeri e stranieri e tra lavoratori giovani e lavoratori maturi. A suo avviso, per risolvere il problema ci vuole una soluzione più liberale. Per Germann, e il suo compagno di partito Werner Hosli (GL), il progetto governativo fatto proprio, seppur in forma modificata dalla commissione, equivale a un voto di sfiducia nei confronti degli imprenditori. Al voto, la proposta di non entrata nel merito è però stata respinta per 25 voti a 19 e un astenuto.

La sinistra, ma anche diversi esponenti di PPD e PLR, si sono invece battuti affinché la camera affrontasse finalmente un progetto che dovrebbe realizzare un articolo costituzionale adottato nel lontano 1981. Essi hanno sottolineato che i provvedimenti volontari non hanno sortito l’effetto sperato: ancora oggi le lavoratrici guadagnano in media il 20% in meno rispetto agli uomini. Se questa differenza è comprensibile tenuto conto del fatto che le donne sovente lavorano a tempo parziale, vi è pur sempre un 7% di differenza nelle remunerazioni che non si può spiegare se non con una discriminazione basata sul sesso.

Raphäel Comte (PLR/NE) – raccogliendo anche qualche "bravo" proveniente dalle tribuna degli spettatori – ha parlato di "scandalo" per definire la situazione attuale, scandalo "che deve finire dopo quasi 40 anni dall’adozione dell’articolo costituzionale sulla parità".

"Le donne – ha dichiarato l’ancor giovane "senatore" neocastellano – sono condannate alla pazienza quando si tratta dell’uguaglianza dei diritti". Le misure proposte dal Governo e ritoccate dalla commissione non sono per niente invasive, ha aggiunto ripetendo un concetto espresso in precedenza da Brigitte Häberli-Koller (PPD/TG): anzi, a detta di Comte si tratta di rimedi "omeopatici", ma pur sempre migliori della situazione di attuale immobilismo.

Anne Seydoux (PPD/JU) ha fatto notare che bisogna finirla con lo statu quo: anche se le disparità salariali si riducono a poco a poco, attualmente una lavoratrice guadagna 7 mila franchi l’anno in meno rispetto a un collega. Ogni anno, insomma, si risparmiano 7 miliardi di franchi sulle spalle delle donne.

Diversi esponenti socialisti hanno sottolineato che tale disparità è doppiamente ingiusta visto che si ripercuote negativamente sulla rendita di vecchiaia delle donne. Le misure volontarie non sono servite a granché: ecco perché sono necessarie prescrizioni più incisive.

Didier Berberat (PS/NE) ha criticato la proposta Graber dell’auto dichiarazione giudicandola poco efficace. Idem Géraldine Savary (PS/VD), la quale ha sostenuto che un rinvio equivarrebbe a ripartire da zero. Anne Seydoux ha parlato di "misura dilatoria per non fare nulla".

Nel suo intervento, la consigliera federale Simonetta Sommaruga ce l’ha messa tutta per convincere il plenum a non rinviare il dossier: le donne hanno dovuto attendere 37 anni per vedere finalmente riconosciuti i propri diritti costituzionali. Nonostante la perorazione della ministra di giustizia e polizia, il plenum ha però deciso di seguire la proposta Graber, riportando a zero le lancette della storia.

© Regiopress, All rights reserved