(Ti-Press)
Svizzera
02.02.2018 - 06:000

Ignazio Cassis, un praticante in cattedra

Il consigliere federale a Lugano racconta cosa ha imparato nei suoi primi ‘100 giorni’ da ministro degli Esteri

Lugano – Sullo schermo gigante alle sue spalle, Ignazio Cassis in fotografia ci sorride, sprona tutti noi: ‘Let’s go!’, sta scritto sulla slide proiettata. Leggiamo: “Il cambiamento è difficile all’inizio, caotico durante ma, alla fine, semplicemente FORMIDABILE” (originale in tedesco). C’è uno smile. E sullo sfondo – ma di questo ci accorgeremo solo ore dopo, sfogliando le slide in formato cartaceo distribuite al termine della ‘conferenza stampa’ dei ‘100 giorni’ – una strada in piena campagna, una curva che si perde in una fitta e scura nebbia (sì, va bene, sopra il cielo è azzurro)... Oddio, non sarà mica questa la via che porta all’accordo quadro con l’Unione europea (vedi articolo sotto)? Vuoi vedere che il promesso «reset communicationnel» (Cassis) – al cui primo (o secondo) atto abbiamo assistito ieri nell’auditorio dell’Università della Svizzera italiana (Usi) a Lugano – si sta già trasformando in un «risott communicationnel» (sempre Cassis, in un lapsus colto dal vostro cronista)?

Non corriamo. Non facciamo come lui («Vivo a Berna, ma non sono bernese», ha detto alludendo alla leggendaria lentezza dei suoi concittadini), che ieri ha stilato pubblicamente un bilancio al 92esimo dei suoi primi ‘100 giorni’ (un periodo «di fuoco», dirà in serata al Tg della Rsi) da consigliere federale. Un po’ perché otto giorni più tardi non avrebbe avuto granché altro da dire, un po’ perché il centesimo giorno sarebbe stato il 9 febbraio, data non proprio ideale per presentare un bilancio incentrato sui rapporti con l’Unione europea...

Scatoloni di cartone con la bandiera svizzera, altri con le insegne di Ue, Onu, Osce, Cicr; una cattedra con microfoni puntati verso il vuoto (lui resterà in piedi, davanti, passeggiando, un beamer in mano, luci puntate addosso, il resto dell’auditorio al buio): la conferenza stampa è uno show. Davanti a un parterre di studenti e giornalisti, introdotto dal rettore dell’Usi Boas Erez, Cassis si presenta – nelle tre lingue nazionali e in inglese – come «qualcuno che ha fatto il suo primo esame propedeutico», uno che per anni da politico si è occupato solo di casse malati e altre questioni sanitarie e che lo scorso 22 settembre, fresco di elezione in Consiglio federale, si è visto affidare un dipartimento – quello degli affari esteri – per il quale non era preparato; non poteva esserlo, visto che «non ho mai studiato relazioni internazionali».

Presenta il suo dipartimento, le sue priorità per il 2018. Una è la comunicazione. Il «mantra» è: «La politica estera è politica interna!». Perché può avere successo solo se sostenuta dal popolo, ha spiegato Cassis. Anche in regioni come il Ticino, esposto allo strapotere economico della Lombardia, spesso scettico e reticente nei confronti dell’Italia e dell’Europa. Non a caso lui ha scelto Lugano per la sua atipica conferenza stampa.

E politica estera è soprattutto politica europea. Un milione e mezzo di impieghi dipendono dall’export elvetico nell’Ue; il volume degli scambi ammonta a un miliardo di franchi al giorno; e con l’Ue abbiamo relazioni da 46 anni, nel frattempo codificate in 120 accordi bilaterali. L’accordo quadro? Cassis si mostra ottimista. Anche se la Brexit «ha compattato l’Ue» e «se qualcuno pensava che ne potevamo trarre vantaggio, si sbagliava». Come dire: resettate le vostre aspettative, siamo ancora in piena nebbia.

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