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Svizzera
21.09.2017 - 15:360
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:21

Andrea Ghiringhelli: 'Avrei votato Maudet'.

Un passato da liberale radicale, oggi in “libera uscita”, storico e già direttore dell’Archivio cantonale, Andrea Ghiringhelli è oggi un intellettuale “scomodo” perché vola libero, senza paletti. Non è un’eccezione ma poco ci manca in Canton Ticino, piccola e periferica realtà dove i grilli parlanti non possono sperare in un futuro glorioso. Nei giorni scorsi Ghiringhelli ha criticato duramente la scelta del Plr che con Ignazio Cassis avrebbe mandato in Consiglio federale un uomo delle lobby. 

Lei è stato molto, come dire, prudente sulla candidatura di Cassis.Però alla fine si è rivelata vincente e a prescindere dal suo giudizio sull’uomo politico non crede che un consigliere federale ticinese sia oggi utile per tutti, Svizzera intera?

Questo sì. Non credo invece che il Ticino si debba attendere chissà cosa da questa elezione, nel senso che un consigliere federale è tale per l’intero Paese. È vero però che resta qualche margine, in particolare sul ruolo della Svizzera italiana. Se guardiamo al passato mi viene in mente Giovanni Battista Pioda che ha influenzato le scelte delle Ferrovie a beneficio ticinese o Flavio Cotti per lo sviluppo e potenziamento del quadrilinguismo. Però a mio avviso l’utilità di un consigliere federale della Svizzera italiana s’impone solo per portare sul tavolo dell’esecutivo le nostre specificità, di tanto in tanto. Non le soluzioni, che sono collegiali. 

E una regione minoritaria, ma essenziale per il Paese, che si mette in gioco e si fa sentire... 

Certo, per quanto a mio avviso il Ticino era già presente a Berna. Anzi, l’intera italianità è già considerata a livello federale. Le mie perplessità e la prudenza, così come lei l’ha chiamata, iniziale nasceva dal fatto che secondo me non è detto che il Ticino deve avere per forza un proprio rappresentante in Consiglio federale. Il ticinese ci sta, va bene, ma se accompagnato da grande capacità, da grande qualità ed è per questo che avevo grossi dubbi su Ignazio Cassis. Con, oltretutto, un grosso conflitto d’interessi [i rapporti diretti con quattro assicurazioni malattia, ndr] che non è ancora risolto del tutto. Mi è stato ribattuto che così fan tutti. Non mi pare un argomento convincente, anche perché un conto è essere dirigente di una fabbrichetta di carne in scatola, altra cosa presentarsi come difensore di interessi importanti e particolari che condizionano la nostra vita.

Questo discorso, a mio giudizio fondamentale, è stato espulso, ignorato dai dibattiti. Gli stessi giovani del Plr ticinese che volevano cambiare la politica non hanno nemmeno posto il quesito. Poi c’è stata la presa di posizione sugli stranieri, tema che mi sta molto a cuore...

Cosa l’ha disturbata?

In buona sostanza Cassis ha detto che “la barca è piena” e quindi dobbiamo prendere provvedimenti. Magari è stata solo tattica “elettorale” per convincere una parte, ma se è così non mi piace affatto. Non capisco come si possa giocare con temi così delicati, come appunto quello degli stranieri e dei migranti in generale. Poi mi dicono che Cassis è stato un ottimo medico cantonale e mi dicono pure che è un uomo molto simpatico, cordiale e alla mano. La simpatia in politica è certo molto importante, ma a me sembra che Cassis sia il prolungamento della vecchia politica.

Ieri il neoconsigliere federale nel suo primo discorso davanti all’assemblea federale si è presentato anche come costruttore di ponti. Da quale dovrebbe iniziare, a suo giudizio?

Non lo so... Beh, il ponte che ci collega al mondo e dunque l’intera questione degli stranieri è già una bella costruzione, un bel cantiere aperto. E a questo proposito dovrebbe mettere l’attenzione sui Paesi a noi confinanti, per affrontare i problemi generati nel mondo del lavoro. Però le voglio dire una cosa. Se fossi stato consigliere nazionale, glielo dico esplicitamente, avrei votato per Pierre Maudet.

Ah ecco. Perché?

Intanto perché ha molto carisma. Cassis è l’uomo della mediazione... Ma lei m’insegna che in Svizzera la collegialità dell’esecutivo è un dogma. Infatti. La mediocrazia. La repubblica dei migliori da noi non esiste.

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