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12.01.2022 - 20:210

Djokovic, in parte reo confesso, ora rischia grosso

Secondo i giornali australiani The Sunday Morning Herald e The Age, la pena massima per chi fornisce prove false è una condanna a cinque anni di carcere.

a cura de laRegione

Falsa dichiarazione di viaggio al governo australiano e violazione della quarantena per i positivi al Covid in Serbia. Nel pieno del braccio di ferro giudiziario e politico sulla sua partecipazione da non vaccinato agli Australian Open, Novak Djokovic esce allo scoperto e ammette di aver commesso degli “errori”.

In un lungo post su Instagram, il tennista ripercorre le settimane che ne hanno preceduto l’arrivo a Melbourne, dove il suo visto è stato prima cancellato dalle autorità di frontiera - con tanto di detenzione in un centro per migranti - e poi ripristinato da una Corte federale. In attesa della decisione definitiva del governo australiano, slittata ancora dopo la presentazione di nuovi documenti da parte dei legali del campione, Nole fa un parziale mea culpa ma ribadisce di credere ancora nella “opportunità di competere” nel torneo “contro i migliori giocatori del mondo”.

Le confessioni del campione partono dalla ricostruzione del suo contagio, avvenuto probabilmente a un match di basket il 14 dicembre a Belgrado, nel quale sono emersi diversi positivi. Parlando di “disinformazione che deve essere corretta" e di “questioni molto dolorose” per la sua famiglia, Djokovic riferisce quindi di aver fatto il 16 dicembre un test antigenico, nonostante fosse asintomatico, in cui è risultato negativo. Lo stesso giorno, per maggiore "prudenza”, racconta di aver fatto anche un tampone molecolare, che ha dato invece esito positivo.

Ma quando l’indomani ha incontrato un gruppo di giovani tennisti, precisa, non aveva ancora avuto il risultato, e un ulteriore test rapido era stato ancora negativo. Il 18 dicembre però, quando ha rilasciato un’intervista programmata all’Equipe, era invece consapevole di essere stato contagiato, ammette poi Djokovic, affermando di non averla cancellata per non “deludere il giornalista". Tuttavia, sottolinea, "mi sono assicurato di mantenere il distanziamento sociale e di indossare una mascherina, tranne quando mi hanno fotografato. Dopo l’intervista sono tornato a casa per il previsto periodo di isolamento, ma ripensandoci è stato un errore di giudizio e ammetto che avrei dovuto riprogrammare l’impegno”.

Una dinamica su cui è tornato anche il reporter coinvolto, che sul suo giornale ha spiegato di non essere stato informato della positività del campione. Un’intervista per cui, peraltro, il giornalista sottolinea di aver avuto un’indicazione precisa: “Nessuna domanda sulla vaccinazione e sulle intenzioni del serbo in vista della sua presenza ai prossimi Australian Open”.

Nelle ammissioni di Djokovic c’è spazio anche per le polemiche sul suo arrivo in Australia. La dichiarazione di viaggio rilasciata alla polizia di frontiera conteneva informazioni non corrette, ha confermato il diretto interessato, avendo affermato nel questionario Covid di non aver viaggiato nei 14 giorni precedenti, mentre in realtà si era recato in Spagna dalla Serbia, come già emerso da diversi post sui social media e articoli giornalistici: un “errore umano e certamente non volontario" di un membro del suo staff, ha scritto, precisando che “nuove informazioni” sono state fornite alle autorità australiane per "chiarire questa questione”. Ma questo potrebbe costargli l’espulsione e avere anche conseguenze penali, visto che - sottolineano i media australiani - per le false dichiarazioni si rischiano fino a cinque anni. Senza considerare le possibili conseguenze a livello sportivo se emergessero violazioni anche sui tamponi.

E mentre il campione continua ad allenarsi in vista dell’inizio lunedì del torneo, i suoi legali non mollano e hanno presentato ulteriore “documentazione a supporto”. Una mossa che sta influenzando la tempistica della decisione australiana, rinviando ancora il punto decisivo della partita forse più difficile della sua carriera.

Certo è che Djokovic ora rischia ben più di un torneo mancato: fino a tre anni di esclusione dal mondo del tennis per mano dell’Atp e, secondo quanto scrivono i giornali australiani The Sunday Morning Herald e The Age, la pena massima per chi fornisce prove false è una condanna a cinque anni di carcere. "Possiamo rivelare che l’indagine del Dipartimento degli affari interni sulla star del tennis è stata ampliata includendo la sua violazione delle regole sull’isolamento in Serbia, le errate dichiarazioni sul formulario di ingresso in Australia relativo ai viaggi e le incongruenze sulla data del suo test per il Covid-19», scrivono i giornali australiani.

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