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20.08.2018 - 22:270

Che perdere par strano, Roger

Allenamenti, fatica, voglia di esserci ancora, ma anche meno tornei per preservarsi. Anche una sconfitta in finale pare un'anomalia, intanto gli Us Open si avvicinano

Ma quanto siamo ingrati: a furia di vedere ripagato il nostro amore con trionfi a getto continuo e record che si accatastano, a Roger Federer fatichiamo a ‘perdonare’ una sconfitta in finale. Abituati bene come siamo da due decenni – un’eternità, in termini di carriera sportiva ai massimi livelli –, è sempre in veste di trionfatore che lo vorremmo. Del resto è così che ce lo immaginiamo, vincente, più forte di tutti. Come se il successo gli fosse dovuto a priori, da una sorta di investitura divina.
Posto che qualcosa di sovrannaturale c’è, in lui, il successo non è regalato, né scontato.

Vi si arriva transitando dalla fatica, dagli allenamenti e dalle partite. Fatica ne fa. Allenamenti, anche. A mancare sono quindi solo un po’ di match. Certe controprestazioni – ammesso che così possa essere definita una finale persa contro il redivivo Djokovic – si spiegano così, con la mancanza di riferimenti nei colpi, con gli errori nei punti cruciali degli incontri, con l’insicurezza che porta a scelte affrettate. Tutti limiti riconducibili alla mancanza di competizione, al numero esiguo di partite giocate.

È come se dopo ogni ciclo che culmina con un torneo dello Slam, Roger dovesse ricominciare da zero e ritrovare le migliori sensazioni, per le quali allenamenti e condizione fisica impeccabile non bastano.
Non c’è nulla come la competizione per registrare al meglio i colpi. Nel suo caso, il rovescio che tante soddisfazioni gli ha regalato al momento del suo primo grande rientro (quello di inizio 2017) lo ha tradito, togliendogli certezze, fiducia e soprattutto punti, tanti punti. Quei “quindici” che nel tennis fanno la differenza tra una partita vinta e una sconfitta. Tra una finale consegnata all’avversario e l’ennesimo trionfo.

Ci va vicino, Roger, ma gli fa difetto la perfezione che lo ha quasi sempre accompagnato. Nulla di allarmante, ci mancherebbe, proprio perché lo annoveriamo sempre tra i semifinalisti, quando va male. Risultato di per sé strabiliante. Ma proprio perché lui è Roger Federer, lo vorremmo capace di battere anche uno come Djokovic, benché il serbo oggi si avvicini al campione che nei giorni più felici è stato a sua volta imbattibile o quasi.

Può ancora succedere, magari già agli Us Open, dove si presenterà tirato a lucido nel fisico e più “registrato” nei colpi, grazie alle partite di Cincinnati. Potrebbe però non accadere, è bene mettere in conto anche questa eventualità.

È lo scotto da pagare alla scelta fatta dopo il famoso infortunio al ginocchio: meno tornei, agenda meno fitta, poche e mirate apparizioni, lunghe pause rigeneratrici. Una tattica che ha avuto successo, e potrà averne ancora. L’unico modo, a 37 anni suonati, di restare aggrappati ai vertici del tennis mondiale senza pagare dazio in termini fisici. Bisogna però anche accettare di pagarne il prezzo. Se da qualche parte fai qualche concessione, è inevitabile che qualcosa poi tu debba lasciare per strada, anche se ti chiami Roger Federer. Il quale, dalla sua, ha questo pregio: associare il suo nome alla sconfitta continua a fare un certo effetto.

Anche questa è una bella vittoria. A chi altri capita?  

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