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Sci
28.02.2018 - 06:300

Lara, Ester e gli altri secondo Mauro Pini

Partendo dai Giochi, l’esperto ticinese analizza presente e futuro dello sci alpino e dei suoi interpreti, compresa una 26enne di Comano 'in crisi'

Mauro, partiamo dall’atleta più vicina a noi e che tu conosci bene, avendola allenata in passato: Lara Gut, tornata purtroppo a mani vuote dalla Corea.

Ho avuto l’impressione che dal primo all’ultimo giorno abbia sempre sciato alla stessa maniera, quindi con linee troppo dirette e un approccio non perfetto, che l’hanno portata a commettere errori evitabili. Emblematico nel super-G quello sul salto finale, lei che proprio sui salti non sbaglia mai. In generale ho visto, anche nelle interviste, una Lara un po’ spenta, poco grintosa, molle e per certi versi fragile. A me piace molto di più quando è tosta, quasi arrabbiata, aggressiva e penso che anche la sua sciata abbia bisogno di queste caratteristiche. Non so se abbia avuto qualche problema o difficoltà nell’approccio alle Olimpiadi e alle gare, perché fisicamente stava bene e l’infortunio secondo me se lo è lasciato alle spalle senza conseguenze.

La stessa Gut ha però affermato di essere cambiata dopo l’infortunio, dando nuovamente spazio anche alla persona e non solo all’atleta...

Effettivamente è una Lara diversa da quella che avevamo conosciuto, non è più la giovane ragazzina di 18 anni che rideva in faccia a tutti e sciava fregandosene un po’ di tutto (inteso in modo positivo). Era una Lara sbarazzina e sfrontata anche nel modo di sciare, ma questo per certi versi era anche il suo punto forte e spero che non lo perderà del tutto. Anche perché pure tecnicamente l’ho vista in difficoltà, nel senso che in questi anni non è evoluta moltissimo, addirittura in gigante è quasi regredita. Per cui quello che ha perso sul piano mentale in fiducia e convinzione al momento non è compensato da una crescita nella tecnica, il che la porta ad attraversare una piccola crisi. Vedremo come reagirà.

Il fatto che non si sia ancora laureata campionessa del mondo olimpica o mondiale ti preoccupa?

Sì e no. Parliamo sempre di Lara come se fosse da sola, però non bisogna dimenticare che attorno ha un team e per raggiungere i più alti livelli (come potrebbe essere un oro olimpico) bisogna che tutto funzioni al meglio. Poi tocca all’atleta piazzare la gara giusta nel momento giusto, ma da soli è quasi impossibile. La gestione dell’atleta passa anche dal management e da chi le sta attorno e per gestire un grande appuntamento come i Giochi ci vuole tanta, tanta esperienza. Ricordo che nel 2009 arrivammo a Val d’Isère con il cuore leggero, pur coscienti che si trattava di un Mondiale. Fu un’apoteosi, con due medaglie grandiose (a 17 anni vinse l’argento in discesa e in combinata, ndr), ma forse non è stata capace di trasformare quell’esperienza in qualcosa che l’aiutasse a gestire meglio i successivi grandi appuntamenti (in 4 Mondiali e 2 Olimpiadi sono arrivati “solo” 4 podi, ndr). Anche a Sochi, se ricordiamo come Lara aveva vissuto il bronzo in discesa, non so se i giorni precedenti alla gara fossero stati gestiti nel modo migliore. Così come a Pyeongchang mi ha sorpreso molto la reazione dopo il superG, dove abbiamo ancora visto una Lara molto fragile che mi ha portato a chiedermi se le mancanze fossero unicamente sue o no. Sia chiaro, sono tutte considerazioni che faccio da fuori e senza sapere cosa succeda all’interno del team, ma penso che porsi queste domande dopo quanto successo sia legittimo.

Nonostante l’Olimpiade mancata della Gut, nello sci alpino con ben 7 medaglie la Svizzera ha fatto faville...

Alla fine siamo andati a medaglia in tutte le discipline in cui avevamo il potenziale per farlo, con l’unica eccezione del superG femminile, pur se per un solo centesimo. In compenso è arrivato un po’ inaspettato l’argento di Zenhäusern nello slalom, anche se la speranza che qualcosa di buono potesse capitare c’era. Nelle altre prove sinceramente ci sarebbe voluto un mezzo miracolo, in particolare nel gigante, dove siamo ancora un po’ debolucci, anche perché chi va bene in slalom, tra le porte larghe fa fatica. In questo senso bisogna fare attenzione, perché è anni che lo si dice, in questa disciplina siamo molto in difficoltà, è una sorta di eterno cantiere. Questo perché in Svizzera, appena c’è qualcuno che va forte, lo si indirizza sulla velocità, sacrificando ingiustamente questa disciplina.

A tirare il gruppo con ben tre medaglie è stata però proprio un’atleta delle discipline tecniche, Wendy Holdener...

Sono ormai un paio di anni che Wendy ha trovato la costanza di rendimento e la personalità per assumere il ruolo di leader della squadra e lo ha confermato a Pyeongchang, dove è riuscita a gestire le emozioni, in passato suo punto debole. In questo senso è stato fondamentale – ma non solo per lei, per tutta la Nazionale rossocrociata – l’apprendistato dei Mondiali di St. Moritz, dove la pressione sulle spalle dei nostri atleti era forse addirittura maggiore rispetto ai Giochi. Certo, da un lato era anche rischioso, perché arrivare in Corea dopo aver toppato a St. Moritz sarebbe stato complicato, invece è andato tutto bene sia ai Mondiali (un anno fa la Svizzera aveva chiuso la rassegna iridata con ben 7 medaglie, ndr), sia alle Olimpiadi.

Due medaglie elvetiche sono arrivate da una disciplina, la combinata, che tra quattro anni a Pechino non ci sarà più...

Secondo me è giusto così, perché da quando questa disciplina era stata reintrodotta in Coppa del mondo (nel 2015, dopo tre anni di stop, ndr), non le è mai stato dato il giusto peso. Basta pensare che il montepremi di una combinata è la metà di quello delle altre gare, mentre per certi versi dovrebbe essere il doppio. Inoltre sono veramente pochi gli atleti in grado di competere ad alti livelli, per cui aveva effettivamente poco senso andare avanti così.

Sarà per contro presente il Team Event, che ha regalato alla Svizzera un oro...

È un evento che mi piace, perché mette l’accento sulla squadra nazionale ed è quello che mancava nello sci alpino, un riconoscimento al lavoro di squadra e ai colori del proprio Paese. Penso proprio che prenderà sempre più piede nei prossimi anni, in primis perché a Olimpiadi e Mondiali assegna delle medaglie, inoltre piace molto ai giovani atleti e al pubblico.

Parlando degli “altri”, non possiamo che partire dalla Ledecka...

Quattro anni fa a Sochi aveva già chiesto di poter prender parte, da neofita, anche a una gara di sci alpino, solo che la Repubblica Ceca aveva già esaurito i posti in contingente. Ricordo bene che quando si era affacciata per la prima volta in Coppa del mondo (la sua prima gara, una discesa, risale al 6 febbraio 2016, ndr), aveva detto chiaramente che il suo obiettivo era gareggiare in due discipline ai Giochi di Pyeongchang. Nessuno allora le aveva dato il giusto credito, ma evidentemente a torto. La svolta in questo senso c’è stata due anni fa, quando ha cambiato staff proprio perché i suoi stessi allenatori non credevano abbastanza nel suo progetto. Come tecnico nell’alpino a quel punto ha ingaggiato il fratello dell’ormai ex sciatore ceco Ondrej Bank e lì ha cambiato marcia. Una storia incredibile, ma nella quale qualcuno ha creduto, perché ad esempio può vantare uno sponsor molto potente. E credo che quanto fatto dalla Ledecka, potrebbe rappresentare un punto di svolta nel mondo degli sport invernali.

In che senso?

Credo che bisognerà capire la portata di quanto compiuto dalla ceca e che, soprattutto se continuerà a essere competitiva nelle due discipline, potrebbe portare a una specie di rivoluzione, facendo cadere diversi stereotipi. Il mondo dello sci alpino è un po’ conservativo, partendo da chi lo gestisce, che in fondo sono 50 anni che lo fa. Una ventata di novità potrebbe essere un bene e in questo senso il futuro potrebbe essere rappresentato dalla polivalenza, non all’interno della stessa disciplina (d’altronde la combinata scomparirà), ma proprio tra diversi sport. Un nuovo capitolo che potrebbe dare a certi giovani, che magari hanno una mentalità diversa, di esprimere tutto il loro potenziale. Il che potrebbe allo stesso tempo richiamare l’attenzione di nuovi sponsor, magari importanti, perché nello sci alpino mancano.

Detto di Ledecka, quale altro momento ti è rimasto impresso di questi Giochi?

Lo slalom maschile. Non tanto l’uscita di Hirscher, che ci sta, ma quella di Kristoffersen, soprattutto per come è arrivata. Ho proprio avuto l’impressione che il norvegese si sia trovato spaesato nella seconda manche, perché troppo abituato a caricarsi per battere l’austriaco e di conseguenza si sia ritrovato svuotato dalla sua mancanza. Gli è mancato il suo grande punto di riferimento ed è andato nel pallone in maniera incredibile. Il contrario di quanto invece capitato a Sofia Goggia, per la quale l’oro in discesa certifica la piena maturazione e potrebbe rappresentare una svolta nella sua carriera. L’abbiamo vista cresciuta non solo in pista, ma anche nel gestire tutto il resto, a partire dai suoi comportamenti e dalle interviste. Non è andata in panico come successo a St. Moritz dopo il gigante, forse anche grazie alla presenza di Giuseppe Vercelli, mental coach che lavora con la federazione azzurra già da diversi anni. In ogni caso il suo oro ha salvato la spedizione azzurra, altrimenti molto al di sotto delle attese. Se invece devo fare un nome che mi ha sorpreso in positivo, dico il 20enne francese Clément Noël. Non ricordo un campione mondiale juniores capace nello stesso anno di soffiare il posto in Cdm a un atleta come Lizeroux e poi andare a pochi centesimi (4, nello slalom, ndr) dalla medaglia olimpica. Un fenomeno.

Nel weekend si torna a gareggiare in Coppa del mondo, le donne a Crans-Montana, gli uomini a Kranjska Gora...

C’è chi rientra euforico e rinfrancato e chi invece deluso e con qualche dubbio in più. Non è sempre evidente dopo un evento del genere ricaricarsi immediatamente a livello psico-fisico e tornare alla “normalità della Coppa del mondo”. È vero però che in poche settimane ci si gioca i vari trofei, per cui momenti per temporeggiare non ce n’è. Ma d’altronde, chi vuole essere un campione, deve essere pronto anche a questo.

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