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12.07.2019 - 06:000

Inter a Lugano, ‘un’opportunità per tutta la città’

Per Edo Carrasco, collaboratore del settore giovanile bianconero, l’arrivo dei nerazzurri è la conseguenza di un lavoro portato avanti da diversi anni

Nello sport esistono imprese destinate a rimanere scolpite nella memoria. Vittorie e giocate che, a distanza di anni, riescono ancora a emozionare un’intera tifoseria. E quando si parla di Inter, la mente dei supporter bianconeri ritorna inevitabilmente a quel 26 settembre del 1995, quando il Lugano di mister Morinini riuscì a espugnare San Siro e a estromettere i nerazzurri dalla Coppa Uefa, per la gioia dei molti tifosi presenti al Meazza. Uomo simbolo di quello storico successo il centrocampista Edo Carrasco, cresciuto nel vivaio locale. Autore del gol del pareggio nella gara di andata (direttamente da calcio d’angolo) e della maligna punizione che beffò Pagliuca e valse ai ticinesi il passaggio del turno. Carrasco oggi ha quarantasette anni, collabora con il settore giovanile e guarda con curiosità al ritiro dell’Inter in quel di Cornaredo. «Si tratta sicuramente di un bel colpo per tutta Lugano – spiega l’ex calciatore –. Non solo in termini calcistici, ma anche di marketing. È importante per una città che vive di sport come la nostra dimostrare di avere la capacità di accogliere grandi squadre, come già successo in passato con Svezia e Svizzera. È il proseguimento di un percorso iniziato anni addietro e testimonia l’ottimo lavoro svolto dal Dicastero sport e dal suo direttore Roberto Mazza». Un segnale che deve però rappresentare un punto di partenza sul quale lavorare e tradursi in futuro in qualcosa di concreto. «Noi luganesi abbiamo bisogno di un centro, di un polo di livello internazionale come ce l’hanno squadre di Challenge League, quali il Wil e lo Sciaffusa. È indispensabile per cercare di rispondere ancora meglio alle esigenze sempre più incalzanti del calcio moderno».

‘Vicinanza e socialità’

Per società come l’Fc Lugano è quindi essenziale prendere esempio da club blasonati e conosciuti a livello mondiale, sia per le loro strategie manageriali, sia per il lavoro svolto a livello giovanile. «Con i nostri ragazzi disputiamo tornei anche in altri paesi. Oggi l’Inter ha cinque 2002 che sono stati aggregati alla prima squadra per questo ritiro estivo. Sarebbe bello, un domani, riuscire a fare altrettanto. Sicuramente c’è ancora da crescere in questo senso, per inserire regolarmente nell’organico giocatori formati da noi, come è accaduto recentemente con Guidotti», prosegue Carrasco.

Un’ottima occasione, quindi, sotto tutti i punti di vista. O quasi. Ha fatto storcere un po’ di nasi la decisione del club meneghino di allenarsi a porte chiuse, lontano dagli occhi di tifosi e appassionati. «Questo è uno degli aspetti del calcio di oggi che sento più distante da me, come qualcosa che non mi appartiene – commenta Edo –. Sicuramente Marotta e tutta la dirigenza avranno ponderato bene questa decisione, valutando anche aspetti che forse a me sfuggono e scegliendo alla fine di lavorare in un ambiente privato e controllato. Tuttavia, nello sport l’ambito relazionale è essenziale e rappresenta un motivo di gioia per il pubblico, che può ammirare da vicino i propri beniamini». Ma fa bene anche ai calciatori stessi, perché li porta a sentirsi piu vicini alla gente comune «e meno “divi”. Questo fatto di essere estremamente controllati in ogni aspetto crea comunque una distanza che ai miei tempi non c’era». Distanza che andrebbe sostituita, quando possibile, con una vicinanza fisica e culturale che il calcio, per l’impatto che ha, dovrebbe mantenere, evitando di allontanarsi dalla dimensione sociale e di ridurre tutto al discorso economico e di business.

Il tifo e la passione del pubblico non sono aspetti trascurabili, come dimostrano i bagni di folla a Dimaro e Bormio, dove i sostenitori rispettivamente del Napoli e del Toro seguono con passione le fatiche dei propri atleti. «Sono scene belle da vedere. Quando ripenso a società come, ad esempio, Fiorentina e Napoli e al loro impatto a livello popolare, sono convinto che si possa ancora rendere partecipe la gente, facendola assistere anche solo a mezz’ora di seduta. Certo, bisogna considerare che oggi il mondo del pallone è estremamente diverso». Sono cambiate anche le modalità di training. Ogni giocatore viene seguito singolarmente da un preparatore e «lo studio delle tattiche e la preparazione delle partite vengono realizzati con il supporto delle ultime novità tecnologiche».

‘Una passione sana’

Bisogna impegnarsi, in sostanza, per promuovere un tifo caldo, appassionato e privo di eccessi, premiando l’entusiasmo di chi realmente ama il calcio. «L’unico sostegno che conta per me è quello. Posso citare l’esempio del Mondiale femminile che si è concluso qualche giorno fa: era sufficiente il rumore di tromba che si sentiva dalla televisione per percepire l’affetto e l’attaccamento delle persone presenti. C’è bisogno proprio di questo: veicolare immagini positive». Sentire l’affetto della gente infonde coraggio e permette ai giocatori di ritrovare energie perdute e di andare oltre i propri limiti. È necessario, però, permettere anche al pubblico di “esprimersi” al meglio. «Si ritorna alla questione stadio e impianto. La squadra di Celestini, per il gioco espresso e per i risultati raggiunti, meriterebbe davvero la miglior cornice possibile. Mi auguro che si possa arrivare a trovare una soluzione soddisfacente in tempi brevi. Nel 2019 non è più possibile avere le curve a 50 metri dal terreno di gioco».

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