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L'APPROFONDIMENTO
27.02.2019 - 05:500
Aggiornamento : 07:25

‘Con Mandela e Annan ho portato la Coppa del mondo in Africa’

Mi sono riposato, ho riparato la carrozzeria (schiena e ginocchio, ndr), ma il motore funziona ancora bene

«Mi sono riposato, ho riparato la carrozzeria (schiena e ginocchio, ndr), ma il motore funziona ancora bene. E per tenerlo prestante occorre rimanere attivi». E allora Sepp Blatter, dopo la sospensione inflittagli dal comitato etico della Fifa, ha deciso di scrivere un libro “La mia verità”, uscito nell’estate dello scorso anno: «In Francia, però, aveva conosciuto scarso successo: in quei giorni nell’Esagono c’era qualcosa di più importante da festeggiare, il titolo mondiale».

Tra i successi più importanti di 41 anni in seno alla Fifa, l’ex dirigente vallesano cita immediatamente il Mondiale 2010... «Ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada due grandi personalità, Kofi Annan e Nelson Mandela, con i quali sono riuscito a portare il Mondiale in Sudafrica. Contro l’avviso dei grandi d’Europa che avrebbero visto meglio la candidatura del Marocco, convinti che a Johannesburg e Cape Town la Fifa avrebbe perso soldi. E invece ne ha guadagnati, eccome. Ma per me l’Africa vera è quella subsahariana. E qui lo dico con assoluta certezza: non ci sarà un’altra Coppa del mondo in Africa, non esiste più la volontà».

Il lungo regno di Blatter ha influito pure sulle regole del gioco... «Dopo Italia ’90 fu costituita una commissione che portò a cambiamenti importanti: l’introduzione dei tre punti per accentuare il gioco offensivo e la proibizione del passaggio a ritroso, con la quale abbiamo trasformato i portieri in giocatori di calcio».

Si è invece sempre battuto contro l’introduzione della moviola in campo, l’attuale Var... «Credo in primo luogo che non si sarebbe dovuto applicare il Var ai Mondiali in Russia. I test effettuati non erano sufficienti e infatti l’esito dell’esperimento è stato negativo. Detto ciò, indietro non si può più tornare e, tutto sommato, alla fine è sempre un arbitro a decidere, non quello in campo, bensì quello davanti a un video. Un sistema in grado di funzionare quando si parla di campionati nazionali, perché tutti gli arbitri, quelli in campo e quelli al Var, ragionano secondo una filosofia di arbitraggio uniforme. Ma in competizioni internazionali come la Coppa del mondo il discorso cambia, perché gli inglesi non hanno la stessa filosofia arbitrale dei tedeschi o degli italiani, dei sudamericani o degli africani. E lì nascono i problemi. Ma a conti fatti nessuno si ricorderà se la finale dei Mondiali è stata decisa da un arbitro che è andato due volte a guardare un video: ci si ricorderà soltanto di chi ha vinto. Un aspetto positivo, comunque, il Var ce l’ha: ha contribuito a eliminare i due addizionali di porta che stavano lì senza far nulla».

‘Io vendo un’idea, un sogno’, e ad Atlanta dissero sì

«Il calcio è sempre stato la mia vita, sin da ragazzino. E ho avuto la fortuna di trovarmi al posto giusto al momento giusto». Sepp Blatter non lesina gli aneddoti quando si tratta di raccontare quattro decadi di idillio con il pallone... «Ai tempi lavoravo per Longines a Swiss Timing, ma ai vertici sapevano che non era quello il posto dei miei sogni. Avrei voluto costruire orologi, ma mi fecero capire che non ero all’altezza. E mi proposero di entrare alla Fifa, perché l’allora presidente Havelange stava cercando qualcuno che si occupasse di programmi di sviluppo. Presi l’occasione al volo e a febbraio 1975 iniziai la nuova attività».

A quei tempi la Fifa era una federazione povera, sostenuta finanziariamente dalle varie federazioni nazionali e continentali. Havelange, in verità, stava cercando qualcuno in grado di convincere gli sponsor a investire... «Avevano provato con tutte le maggiori ditte svizzere, ma la risposta era sempre stata picche. Ma il caso fa le cose per bene e mi permise di accalappiare quello che è poi diventato uno degli sponsor principali, la palla di neve all’origine della valanga di testimonial entrati a far parte della grande famiglia della Fifa. Nel maggio 1975 ero andato alla finale di Coppa campioni tra Leeds e Bayern, per un approccio con la birra Guinness. Ci sedemmo a un tavolo e presentai loro il nostro piano di sviluppo per il calcio mondiale. Alla fine gli irlandesi mi dissero di non essere in grado di sostenerci. Vedendo che stavo bevendo un bicchiere di Coca Cola – in verità si trattava di Cuba libre, ma questo a loro non lo dissi – mi diedero una dritta: “A quel tavolo sono seduti i rappresentanti della divisione inglese della Coca Cola, in compagnia dei dirigenti del Leeds. Magari loro sono interessati”. Cambiai tavolo, presentai di nuovo il nostro progetto e colpii nel segno. Poco tempo dopo ero ad Atlanta, alla casa madre, per cercare di convincere i vertici a investire nel soccer. Loro mi chiesero: “Quante bottiglie di Coca Cola ci farà vendere?”. E io risposi: “Non vendo bottiglie, io vi vendo un’idea, un sogno”. Gli statunitensi compresero la portata della proposta e da lì prese il via lo sviluppo della Fifa».

Da lì e dall’arrivo delle televisioni... «Gli sponsor da soli non bastavano, occorreva qualcuno che li portasse nelle case dei consumatori. Negli anni Ottanta le grandi catene televisive nazionali si aprirono alla pubblicità e di lì a poco nacquero le tivù private che rappresentarono un vero boom per lo sviluppo del calcio. Sponsor e televisioni permisero al calcio – e indirettamente alla Fifa – di diventare quel fenomeno che oggi conosciamo».

Lo sport più popolare sulla faccia della terra... «E non parliamo soltanto di sport. È diventato il più importante movimento sociale al mondo, che raggruppa attorno a sé, direttamente o no, due miliardi di persone. Non lo fa la cultura, non lo fa lo spettacolo, non lo fa la politica. E perché il calcio sì? Perché è il gioco più esaltante, perché è istinto puro – i calci li tirano già i bambini nella pancia delle madri –, perché si gioca con i piedi e non con le mani, perché esalta l’equilibrio in quanto Dio ci ha dato due gambe per rimanere in piedi, ma una la sappiamo utilizzare per colpire un pallone, perché è un gioco universale, anche per le donne alle quali è riuscito a garantire stessi diritti per tutte, diritti che spesso sono loro negati all’interno dei loro Paesi».

A Blatter manca più il calcio o il potere? «Risposta facilissima: il calcio. Nel 1998 non sarei nemmeno voluto diventare presidente, preferivo rimanere segretario generale. Poi l’Europa insistette...».

Ha dato di più Blatter al calcio o il calcio a Blatter? «Facile anche questa. Sono rimasto nel calcio 41 anni, un’intera vita professionale. Un periodo formidabile e ringrazio questo sport per tutti i momenti belli che mi ha regalato. Io sento di aver contribuito a dargli lo status sociale e politico di cui ora gode, non più soltanto nell’enclave europea e sudamericana, ma a livello planetario».

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