Calcio
07.06.2018 - 06:000

Etica e coesione

Augusto Chicherio, presidente del Team Ticino

Sono giorni movimentati, in seno al Team Ticino. L’annunciata partenza di Vincent Cavin, poi le polemiche con l’Fc Lugano, in merito al ruolo del russo Leonid Novoselskiy, presto l’elezione del nuovo responsabile tecnico, in agenda sabato. Insomma, ai rappresentanti di un progetto nato undici anni or sono, i fastidi non mancano. Se ne deve fare carico in primis Augusto Chicherio, che del Team Ticino è il presidente dalla nascita della struttura che fa capo al Cst. «Inizio dicendo che in undici anni la mia energia – spiega Chicherio – e quella di Cavin, per il cinquanta per cento, non è stata investita nel miglioramento della struttura, bensì è stata persa in grane, in problemi da risolvere con il Lugano che a mio avviso non ha mai digerito di non essere esso stesso il Team Ticino. Rivendicano il controllo di una struttura che però non è loro».

Che tipo di ostacolo rappresenta l’atteggiamento del Lugano per il Team Ticino? È pensabile un Team Ticino senza il club bianconero? «L’Associazione svizzera di calcio (Asf) non sarebbe d’accordo. Impone dei parametri che devono essere rispettati. La collaborazione con il Team Ticino per il Lugano è primordiale. L’ottenimento stesso della licenza di Super League è subordinato all’affiliazione al Team. Un partenariato è obbligatorio, per una squadra di Super League. Angelo Renzetti in passato non si è mai interessato più di tanto al settore giovanile. A lui interessa la prima squadra. Ora, però, è incalzato dalla presenza di Novoselskiy. Ricordo però che l’anno scorso ha firmato la convenzione con noi, dopo che l’Asf gli ha ricordato che, uscendo di scena, il Lugano non avrebbe ricevuto la licenza di Swiss Football League».

‘Siamo un partenariato’

Alla luce di tali considerazioni, come si pone di fronte alle critiche rivolte al Team e ai dissidi con il club bianconero? «È come fare politica, se non ci sono critiche è segno che c’è qualcosa che non va (ride, ndr). A mio avviso il russo che è arrivato a Lugano ha promesso finanziamenti importanti e vuole portare avanti una sua filosofia. Il Team Ticino segue però quella dell’Asf. È solo uno dei partenariati, in Svizzera, il più piccolo. Regolarmente riceviamo la visita di un delegato dell’Asf che segue la nostra attività, la monitora, chiede, si informa. Noi abbiamo un obiettivo, datoci dall’Asf, ossia la formazione di giovani del territorio per fare in modo che il maggior numero possibile possa poi essere a disposizione delle selezioni nazionali. Tutti i partenariati hanno il compito di formare giocatori del territorio che poi vanno a rifornire le Nazionali, dall’Under 15 alla nazionale maggiore. È questo il nostro obiettivo. Quello del Lugano, per contro, è costruire il settore giovanile più importante d’Europa, e non importa da dove arrivano i giocatori. Fanno scouting, li vanno a individuare anche oltre confine, poco importa la provenienza. Ne hanno già prelevati diversi dalla vicina Lombardia, suscitando l’ira di alcune società italiane che hanno espresso il loro disappunto. Non è questa la finalità dell’Asf: non ha intenzione di investire soldi, tanti soldi (quasi mezzo milione di franchi) per formare ragazzi che poi andranno a giocare nelle selezioni dei loro Paesi di origine».

Lo strappo con il Lugano è ricucibile? «In comitato – quello che i bianconeri vorrebbero appunto cambiare, ndr – c’è unità d’intenti. Tutti i membri – persone attive legate al territorio che investono il loro tempo gratuitamente in nome della collettività e della filosofia e del partenariato – puntano sulla formazione dei ragazzi, scolastica e sportiva, seguendo una certa etica. Il Team Ticino dell’etica fa una questione di principio. Quando si parla di club, per contro, ci sono in ballo molti soldi, per cui a volte l’etica viene messa in secondo piano. Noi diciamo convinti che con i giovani ci deve essere etica. Nel mondo degli adulti, poi, le cose cambiano. Ecco, parlando di etica ci troviamo in difficoltà perché i club a volte hanno la necessità di fare affari che non sempre tengono conto dell’interesse dei ragazzi».

‘Organizzazione molto professionale’

Ormai prossimo al “pensionamento”, Chicherio ripercorre le tappe che lo hanno condotto a completare l’undicesimo anno alla testa dell’associazione. «Sono stato chiamato in causa dai promotori del progetto. Ho fatto un anno di preparazione. Poi, siamo partiti con il progetto. Mi sono trovato presidente senza nemmeno rendermene conto. Alla prima assemblea c’erano solo i soci fondatori più un paio di persone, Vincent Cavin e io. A quella stregua, non poteva che toccare a me un incarico che inizialmente assunsi ad interim, in attesa della nomina definitiva di qualcun altro. L’interinato, se vogliamo ancora chiamarlo così, scade in ottobre, al momento dell’assemblea che segnerà la mia uscita di scena dopo undici anni, annunciata già all’inizio dello scorso mandato di due anni.
Se ripensa a quando tutto ebbe inizio e analizza l’attuale struttura del Team Ticino, si aspettava un’evoluzione del genere? «Era nei piani originali di Vincent. Del sottoscritto, che non si era mai occupato di calcio prima, un po’ meno. L’ho visto crescere un passo alla volta, devo dire che è migliorato, ogni anno di più. Sono soddisfatto perché vedo un’organizzazione molto professionale».
Ha avuto ripensamenti circa la sua uscita di scena? «Un altro biennio non lo faccio di sicuro. Entro il 18 ottobre (giorno dell’assemblea, ndr) valuterò bene come procedere. Provocatoriamente – ma è una battuta – potrei dire che siccome Renzetti in undici anni non mi ha mai telefonato mentre ora sembra interessarsi così tanto al Team Ticino, se mi chiamasse potrei anche ripensarci».

Sabato il successore di Cavin: tre nomi per una poltrona

«La struttura – prosegue Chicherio – è solida, può continuare a funzionare benissimo anche senza Cavin. Contrariamente a quanto il presidente del Lugano ebbe modo di dire quando asserì che “lasciamo solo macerie”, non molto tempo fa abbiamo presentato l’intera struttura tecnica, approvata all’unanimità dai tre club, Lugano, Chiasso e Bellinzona. Manca solo la figura del nuovo responsabile tecnico. Un nome il Team Ticino ce l’ha da tempo, ma abbiamo concesso al club la possibilità di fare altre proposte. La decisione circa il successore di Cavin verrà presa dal comitato sabato. I candidati sono tre: il nostro, uno dell’Ac Bellinzona e uno del Lugano. Se non ci sarà l’unanimità, passeremo alla votazione, decide la maggioranza».

I tre club garantiscono un quarto del budget di circa 1’200’000 franchi (a titolo di paragone, il Basilea nel settore giovanile investe 8 milioni), secondo una chiave di ripartizione che è stata modificata, rispetto a quella originale. «Quando c’era anche il Locarno, ogni club versava 60’000 franchi. Con l’uscita di scena dei bianchi, la ripartizione è per categoria: il Lugano versa 120’000 franchi, il Chiasso 90’000, l’Acb 60’000. Per regolamento i rossoblù potrebbero anche uscire dal progetto, pagando però 80’000 franchi per la formazione, in quanto non hanno il calcio d’élite. L’Acb, pur non essendo in Swiss Football League, ha invece il calcio d’élite e, quindi, può vantare dei diritti sui giocatori».

Negli anni, il Team Ticino è sempre rimasto fedele ai suoi principi? «Le faccio un esempio molto chiaro. Enzo Lucibello, membro di comitato, ha un figlio che avrebbe dovuto passare dalla U15 alla U16. Al ragazzo è stato però comunicato che non era abbastanza bravo per fare il passo, stando ai nostri criteri di selezione. Il figlio non è più nel team, ma il padre è ancora un nostro valido membro di comitato. Magari si sbaglia, con certe valutazioni, ma l’etica significa anche questo: non farsi condizionare dagli eventuali interessi o dal coinvolgimento di un genitore, con i rischi del caso una volta che questi decida di lasciare il progetto nel quale ora sta invece investendo tempo ed energie. Non gradiamo che il dirigente russo voglia entrare con una forza tale da essere poi lui a decidere. Il comitato è composto da persone attive da molti anni e che condividono la stessa filosofia. Ogni club ha il diritto di presentare chi preferisce, non avremmo nulla in contrario all’ingresso di Novoselskiy. Dà però fastidio che voglia fare il padre padrone. Uno che, tra l’altro, ha dichiarato che non gli piacciono i compromessi ed è convinto che basti pagare per poter fare quello che vuole».

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