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24.05.2018 - 06:000
Aggiornamento : 07:07

Idee chiare ed efficacia

Alessandro Mangiarratti, neo tecnico del Chiasso: ‘Il mio credo? Voglio giocatori che sappiano bene cosa fare in campo’

I requisiti sono a posto, i diplomi conformi. L’esperienza di Challenge League non gli manca, perché da calciatore l’ha vissuta in prima persona per molti anni. Grazie al Team Ticino, Alessandro Mangiarratti ha anche fatto la dovuta gavetta, formandosi come allenatore, sviluppando progetti e idee che lascia sì in eredità all’associazione che lascia, ma porta pure con sé a Chiasso, dove l’attende una sfida professionale affascinante: la panchina della prima squadra rossoblù.
Entusiasmo, timore, consapevolezza... Tutti sentimenti che potrebbero albergare in Mangiarratti, fresco di investitura, al primo impatto con la realtà del calcio degli attivi, nei panni del mister. «Prevale la felicità – esordisce l’ex centrale di Acb, Wil e Locarno – . Sono contento di potermi confrontare con la Challenge League, sono soddisfatto dello staff che abbiamo composto – Andrea Juliano, assistente allenatore, Andrea Corrain, preparatore atletico, Nicola Muto, allenatore dei portieri, Mattia Bianchi e Lorenzo Colombo, collaboratori tecnici –. Conosco bene tutti i miei nuovi collaboratori, sono contento di questo team. A livello pratico, il lavoro con i rossoblù inizierà tra un mese circa, ma sono molto più tranquillo e consapevole di tre anni fa, quando presi in mano la Under 18 del Team Ticino. Ho fatto la dovuta esperienza, i diplomi del caso, la licenza Uefa Pro, che ti porta a confrontarti con altri allenatori, a guardare il calcio sotto altri aspetti. Già nella U18 gestivo un team di quattro o cinque persone. Ci vedo alcune similitudini con quanto mi aspetta a Chiasso. Non dico che sia la stessa cosa, ma tutto sommato una certa continuità c’è. Non parto convinto di saper già fare tutto, ma non posso negare di avere già una certa fiducia e consapevolezza, conseguenza di quello che mi sono costruito in passato. Il mio background di allenatore comincia ad avere una certa consistenza».

Coerente e vero

Cambia l’approccio, anche a livello didattico, dai ragazzi agli adulti... «Già con i ragazzi, non è possibile trattarli tutti allo stessa maniera. Certo, ci sono delle regole da rispettare, dei principi ai quali attenersi e sui quali devi essere coerente, ma con ogni individuo l’approccio è diverso. Lo stesso discorso vale per gli adulti. Non è la stessa cosa affrontare un trentenne o un giocatore più giovane. Ciascuno ha le proprie peculiarità, vanno valorizzate, magari dopo aver smussato qualche angolo e ridotto eventuali motivi di attrito. Ciò che più conta, per un allenatore, è dimostrarsi coerente e vero».

Mangiarratti ritrova la Challenge League dopo tanti anni. Una categoria che ha imparato a conoscere bene, da giocatore, cambiata parecchio, benché non siano passati tanti anni... «Dipende da quale prospettiva la si analizza. Il metro può essere la squadra che punta a salire, o a sopravvivere, o a lanciare i giovani. Se già la Super League in Svizzera è un campionato di formazione – lo ha detto Christophe Spycher, direttore sportivo dello Young Boys campione svizzero – a maggior ragione deve esserlo (o diventarlo) la Challenge. Il livello non è così basso come si è portati a credere. La differenza tra le squadre di vertice e quelle che lottano in fondo è data dalla costanza di rendimento».

Prematuro dire in quale lotta si inserirà il Chiasso. Presto anche per capire in che modo giocherà il nuovo Chiasso di Mangiarratti. «Intanto, è prematuro anche parlare di mercato e della rosa che mi sarà messa a disposizione. Quanto al mio credo calcistico, partirò dai giocatori che avrò a disposizione. Individueremo i punti forti e cercheremo di svilupparli, per proporre un calcio efficace. Mi preme soprattutto che la squadra abbia le idee chiare su quello che sarà chiamata a fare in campo. Il modo in cui giocheremo dipende dalle caratteristiche dei giocatori. Sono però convinto che allestiremo una buona rosa».
Alla fine, però, come per ogni allenatore di questo mondo, conteranno i risultati. Era così anche quando Mangiarratti era un giocatore... «È il metro di giudizio. Contano i risultati, più che la qualità del lavoro. Fa parte del business. Se non lo accetti, non puoi fare parte di questo carrozzone».

‘In 6 anni la mia piccola impronta ritengo di averla lasciata’

Da oltre un decennio docente di educazione fisica a tempo parziale, un anno in veste di assistente allenatore della Nazionale rossocrociata U17, sei anni nel Team Ticino, in una realtà ormai consolidata, Alessandro Mangiarratti dà un colpo di spugna al passato per una precisa scelta professionale. E di vita. «Una scelta di vita, sì. Una tappa in più del mio percorso personale. Al Team ho fatto sei anni, ne sono contento. Ho sviluppato tanti progetti, e penso di poter dire che qualcosa in eredità la lascio, all’associazione. La mia piccola impronta l’ho lasciata. Dopo più di dodici anni di insegnamento posso prendermi un congedo per provare a concentrarmi sul calcio, che è la mia passione numero uno. Insegno sport, ma in quell’ambito la passione numero uno resta il calcio. Non voglio avere rimpianti. Non vorrei arrivare a 60 anni e dirmi che avrei potuto, ma non ho voluto rischiare. In fin dei conti, poi, è un rischio calcolato».

Cosa lascia, al Team? «Vi ho lavorato sei anni. Con tutti gli allenatori che sono passati e quelli che sono rimasti abbiamo cercato di fare il massimo per i nostri ragazzi. Abbiamo ottenuto buoni risultati. Spesso ci si dimentica che siamo pur sempre il partenariato più piccolo della Svizzera, ma che nonostante ciò ce la giochiamo sempre a buoni livelli con tutti. Abbiamo sviluppato un sacco di cose interessanti. Lavorare al centro sportivo Tenero è stimolante. È una buona palestra, sia per gli allenatori, sia per i calciatori. All’interno di quello che può essere considerato un laboratorio, si sviluppano molte idee».

Formazione e gavetta, concentrate in un unico progetto. «In Svizzera la formazione degli allenatori la si considerava lunga, logorante. In realtà è molto utile. Operare nel calcio d’élite, anche a livello giovanile, permette di fare tutti i diplomi, senza essere per forza in una prima squadra, come allenatore o come assistente. Sono molte le prove da sostenere, e queste ti portano a ragionare e ad accumulare esperienza. Proprio come fa il lavoro sul campo. Ho apprezzato anche l’esperienza di assistente allenatore della Svizzera U17. Abbiamo portato a termine una buona campagna. È stato arricchente vivere dall’interno l’organizzazione di manifestazioni come le qualificazioni, il girone élite e quello finale. Ci sono aspetti come l’organizzazione, le dinamiche di uno staff di dodici persone. Ci si muove all’interno di un gruppo, ciascuno con il proprio ruolo. Si impara a giostrare come ‘team player’».

 

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