ALPINISMO
23.03.2019 - 06:200

Batticuore in vetta

Per Hervé Barmasse l’alpinismo non è solamente una passione o un hobby. È una passione sincera, calda, genuina e profonda

Panorami unici al mondo, albe chiare e limpidi cieli azzurri. Paesaggi mozzafiato ammirati nel silenzio più totale. Questa è la vita di Hervé Barmasse. Nato in Valtournenche, Valle d’Aosta, figlio, nipote e pronipote di guide alpine locali, il suo destino pareva già scritto prima ancora di venire al mondo. Invece la sua vita aveva preso una piega totalmente diversa. «Sognavo di diventare sciatore professionista, ma un infortunio a 16 anni mi ha costretto a rinunciare – ricorda Barmasse –. Così a 18 sono diventato maestro di sci e sono andato a vivere da solo. Facevo una bella vita: indipendenza economica, un lavoro gradevole, festa tutte le sere. Ma a un certo punto non ero più soddisfatto. Ho capito che avevo bisogno di qualcosa di diverso, perché la mia routine era diventata noiosa».

E così il ritorno alle origini, alla “sua” montagna, il Cervino, scalata per la prima volta in un gelido mese di febbraio assieme al padre. Esperienza che ha avuto su Hervé un impatto potentissimo e gli ha fatto capire «che cosa volessi realmente fare da grande. La salita non è stata piacevole, anzi. Continuavo a lamentarmi per il freddo e la fatica. Ma mio papà insisteva perché proseguissi. Poi, una mattina, ci siamo svegliati molto presto e ho potuto assistere a uno spettacolo impareggiabile. Stava albeggiando e il cielo si è colorato di diverse sfumature; prima rosso, poi viola, blu e poi di nuovo rosso. Non avevo mai visto niente di simile. Lì è scattato qualcosa dentro di me. Ho capito che il mio desiderio era quello di diventare guida alpina».

La voglia di osare, di tentare, di spingersi sempre più in là è forte. Ma in questa disciplina bisogna tenere conto di alcune regole. Anche Barmasse le ha dovute imparare sulla sua pelle. Dopo avere aperto la sua prima via sul Cervino, durante il ritorno è rimasto bloccato assieme a un compagno ed è stato costretto a passare la notte all’addiaccio. «Le corde non volevano saperne di scivolare. Sarebbe bastato scioglierle un po’, ma questi sono trucchi che si imparano con il tempo. Ecco la prima cosa di cui devi tenere conto quando fai una scalata: l’esperienza di cui disponi».

L’altra lezione Hervé l’ha appresa durante una salita in solitaria affrontata senza imbragatura. Ripartito dopo una sosta, è scivolato ricadendo su un terrazzino di pochi centimetri. Ripresosi dallo spavento, il valdostano è ripartito. «Al mio ritorno c’era un amico ad attendermi, e mi ha scattato una fotografia. Il flash mi ha abbagliato per un attimo e ho come ritrovato la lucidità. Prima mi sentivo in una sorta di trance. In quel momento ho compreso l’enorme sciocchezza che avevo fatto e ho imparato la seconda regola: in montagna ci vuole anche fortuna».

Dopo avere tracciato nuove strade sul Cervino, dopo le scalate in Patagonia, nel 2017 Hervé ha deciso che era giunto il momento della grande sfida: la scalata del suo primo ‘8’000’. Barmasse si è così recato in Tibet assieme al collega David Göttler per raggiungere la vetta della parete ovest dello Shisha Pangma. Ormai prossima alla partenza, la coppia è stata fermata da una telefonata che informava i due della scomparsa dell’amico scalatore Ueli Steck. «Colpo durissimo per entrambi».

Un’altra telefonata, poco dopo, annunciava l’imminente arrivo di una perturbazione per il giorno seguente. «Pareva una follia. Salire e scendere in una giornata. Ma ho convinto David a tentare. Non potevo rinunciare. Siamo partiti dalla base a 5’800 metri e dopo sole 13 ore eravamo a quota 8’025, a soli tre metri dalla vetta, eppure ci siamo fermati. Quei tre metri facevano la differenza tra vivere e morire. A volte mi chiedono se io la viva come una sconfitta o un successo. Al di là che Reinhold Messner al Festival di Trento dichiarò che non sono quei pochi passi che mancano a fare la differenza, ma piuttosto l’avere deciso di sfidare il mio primo 8’000 in modo pulito e in una sola giornata, sono convinto che se scegli la vita sei sempre un vincente».

‘Non smettere mai di cercare un luogo in cui poter essere sereno’

Da bambini, tutti hanno dei sogni, dei desideri. Desideri che poi si scontrano con la brutale realtà dei fatti. Ritrovarli, mantenerli vivi, una volta adulti, è difficile. «Ma abbiamo il dovere di provarci, di cercare di sentire quelle sensazioni, le stesse di quando correvamo felici per strada, passavamo le giornate a giocare con gli amici e ci sembrava di avere tutto il mondo con noi. Io queste emozioni le cerco e le trovo in montagna, ma credo che sia ciò che ognuno, nel suo piccolo e nel suo ambito, dovrebbe tentare di fare».

Barmasse, nonostante le scalate in solitudine, non si considera una persona che cerca l’isolamento. «Non scappo dalla gente, anzi. Immergermi nel silenzio e nella tranquillità mi dà l’opportunità di conoscere meglio me stesso, di riflettere a 360 gradi su di me, su quello che faccio, sulle decisioni che ho preso, su quelle che devo prendere, nonché sulle mie opinioni. Lo trovo molto utile».

Svolgere un’attività in cui ti assumi dei rischi così grossi, e devi prendere decisioni da cui non dipendono soldi o lavoro bensì la tua stessa vita, aiuta anche a gestire meglio le relazioni con gli altri. «Credo che ognuno di noi cerchi, nel corso della sua vita di trovare un posto in cui poter stare bene ed essere sereno. Per me, come detto, quel posto è sulle vette innevate. È lì che sono in pace con me stesso. Almeno per ora. Domani, forse, mi stancherò di questa vita e deciderò di dedicarmi ad altro, di affrontare nuove sfide. Il messaggio che mi sento di mandare è questo: abbiate il coraggio di osare, di inseguire i vostri sogni. Non abbiate paura di essere felici».

Per quanto riguarda il futuro, Hervé ha ancora dei progetti che vorrebbe realizzare: il ritorno in Patagonia, per esempio, dove ha già lavorato in passato aiutando un amico a realizzare una scuola di alpinismo per donne. «È chiaro che ci vuole tempo. Io sono la mia azienda, devo pianificare ogni cosa con calma, senza fretta. E poi, sta per nascere la mia secondogenita».

Il primo approccio, la prima caduta e la ‘chiamata’ del prete

In Valle d’Aosta, territorio di montagne, scalatori e sciatori, esiste da tempo una tradizione: i bambini di tre anni vengono posti su di una piccola roccia e devono provare a scalarla. Se ci riescono, significa che in futuro diventeranno delle ottime guide alpine. Se dovessero cadere, invece, la loro occupazione una volta adulti sarà quella del prete. Anche Hervé è stato sottoposto alla prova. Lo testimonia una fotografia scattata dal padre che lo immortala nell’atto di iniziare l’arrampicata. Un secondo dopo il bimbo cade a terra: l’esame è fallito. «Fu un bel colpo per mio papà, quarta generazione di guide alpine della nostra famiglia. Sicuramente non se lo aspettava – ricorda sorridendo Barmasse –. Fortuna che, come ha dimostrato poi la mia storia, quel rituale non mi ha segnato a vita».

Sicuramente tutti si aspettavano di più da un bimbo soprannominato, appena dopo la nascita, “il figlio del Cervino”, nomignolo derivato proprio dalla passione del padre per l’alpinismo. «Il giorno in cui sono nato, il 21 dicembre del 1977, mio padre è partito, corde e zaino in spalla, per andare a percorrere la parete ovest del Cervino. Da quel momento in paese ero conosciuto da tutti con quel vezzeggiativo».

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