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08.11.2018 - 06:050

La grande occasione

Dalle parole che usa, invece, emerge la passione che spinge un pugile che a dicembre compirà 37 anni a rimettersi in discussione per inseguire un sogno

Andrjia ‘Andri’ Petric nella fattispecie sabato affronta il bulgaro Ivan Emilov per il titolo continentale della sigla Wbf, pesi cruiser (massimi leggeri). «Il combattimento di sabato – precisa il pugile di Minusio – è la rampa di lancio per il futuro, per aprirmi le porte per incontri anche più prestigiosi, con sigle più importanti. Incontri come questo ti permettono di incamerare punti e di risalire le gerarchie per poi acquisire il diritto di affrontare campioni più affermati».

È quindi solo la prima tappa di un percorso che Andri ha ripreso da pochi mesi, sotto la guida dell’ex pugile ‘pro’ Disarjot Gashi, oggi attivo come manager. Dal quale è stato invitato a riprendere un cammino iniziato circa 25 anni fa, al suo arrivo in Svizzera dalla natia Bosnia.

Ho iniziato da ragazzino, a boxare. Avevo 12 o 13 anni, ero appena giunto in Svizzera. Sono sempre stato patito di arti marziali e sport di combattimento. Giocavo anche a pallavolo, con la Federale Locarno, ma ho sempre preferito la boxe. Le prime esperienze le ho fatte al Boxe Club Ascona. Ho disputato un paio di incontri, poi però a causa dell’apprendistato mi sono fermato. Federico Beresini, ancora oggi un amico, mi aiutò a trovare un lavoro e mi riportò in palestra, sempre ad Ascona. Ero già un pugile dilettante, ho iniziato a lavorare con grande impegno. Ho vinto i Campionati svizzeri, quelli svizzero-orientali, ho partecipato a tornei internazionale (per due volte, nel 2007 e 2008, è stato anche medaglia d’argento al Torneo internazionale delle 12 nazioni a Vienna, ndr). Erano i tempi di Michele Barra. Federico con me ha sempre messo anima a cuore. Ascona, in quegli anni, era un club con grandi campioni, molto considerato in tutta la Svizzera. C’erano Ricardo Silva, Ruby Belge, Irfan Murseli, Giuseppe Caneto: una squadra di campioni. Era l’unico club in Ticino con una struttura completa. Nel 2008 decidemmo di passare al professionismo, anche perché in Svizzera, ormai, non c’erano praticamente più avversari. A inizio 2009 ho fatto il salto. Con Barra ho combattuto cinque incontri da ‘pro’, e li ho vinti tutti. In quel periodo ero nei primi 180 al mondo, un traguardo importante, in quanto gli avversari che avevo battuto erano tutti di livello. Quando purtroppo Michele è venuto a mancare, sono rimasto inattivo praticamente otto anni, pur continuando a lavorare sodo in palestra. Ho fatto anche l’allenatore, un po’ ad Ascona, un po’ a Riazzino. Gashi, diventato manager, mi ha chiesto se fossi disposto a tornare a combattere. Io quella voglia dentro di me l’ho sempre mantenuta. Da professionista, ai miei esordi, stavo andando benissimo. Sarebbe stato peccato non combattere mai per un titolo. È sempre stato il mio sogno. Mi si ripresenta finalmente questa opportunità. Da febbraio a oggi ho combattuto e vinto tre incontri. E adesso c’è finalmente il match per un titolo.

Come detto, l’appuntamento di sabato non è un punto d’arrivo, né il pieno coronamento di un sogno. È una tappa, perché il percorso, se tutto dovesse andare bene, proseguirà.

Se vinco questo incontro e ne esco bene, combatterò di nuovo l’8 dicembre, in Svizzera francese. Grazie a queste due sfide, potrei ritrovarmi nei primi 100 al mondo. Poi puntiamo a un titolo europeo. Il sogno finale è un combattimento con uno dei grandi nomi del pugilato, un incontro magari teletrasmesso da Eurosport davanti a 90’000 persone. Bisogna puntare in alto, no? Per arrivarci, però, serve una strategia precisa. Con il mio manager ci stiamo muovendo bene. La carriera di un pugile va costruita per gradi, a tutti i livelli. Qui in Ticino non ci sono le strutture per fare incontri di altissimo livello. Servirebbe l’aiuto di uno sponsor che mi permetta di andare via due o tre mesi ad allenarmi con avversari davvero forti, e allora sì che si cresce. Qui non puoi pensare di allenarti 9 ore al giorno e andare a combattere contro Joshua.

Il concetto di professionismo, nel pugilato, è relativo. Andri per la disciplina che pratica è ‘pro’ a tutti gli effetti, ma ha un lavoro e una vita che corre parallela alla palestra.

Lavoro otto o nove ore al giorno, come magazziniere e autista. Mi alleno due volte al giorno, a mezzogiorno, con sedute di pesi, e alla sera, con un lavoro più specifico sulla boxe. Non è affatto evidente, anche perché ho quasi 37 anni.

Il fattore età che incidenza ha? Il desiderio di andare oltre non si scontra con i limiti dell’anagrafe?

Nella mia categoria di peso un pugno può fare la differenza, non bisogna poi metterne tanti. Mi vedo più maturo, più calmo, anche sul ring. Aspetto, sono più prudente. Fisicamente mi sento più in forma di un giovane di vent’anni.
Ma in questo conta molto anche la testa.

Trovare sparring di pari categoria è impossibile, in Ticino.

Per questo motivo mi sento di dire grazie a Benoît Huber (vallesano, 7 volte campione svizzero, 4 vittorie all’attivo, ndr), che si è prestato un paio di volte, venendo da me. Altre volte sono andato io da lui. Mi alleno anche con ragazzi di categorie di peso inferiori, ma non è la stessa cosa, soprattutto perché devo trattenere i colpi. Va bene per l’agilità e la reattività, per fare l’occhio, e schivare i colpi rapidi, ma ho una corazza dura, non mi spostano. Quando invece affronti uno della tua categoria, sì che il colpo lo senti.

Appuntamento a Quartino

Sabato a Quartino (nella sala del Boxe Club Contone, all’interno della palestra Bfit) ‘Andri’ si gioca ‘La grande occasione’ – il titolo intercontinentale Wbf (cintura ‘minore’ ma detenuta in passato da campioni del calibro di Holyfield) – contro un avversario temibile, il 30enne bulgaro Ivan Emilov, che come lui si avvarrà di tutta la sua tecnica ed esperienza per agguantare la cintura. «Siccome questa cintura è vacante – spiega il locarnese – abbiamo potuto scegliere l’avversario. Ma non uno a caso. Deve avere un determinato punteggio. Ne abbiamo individuato uno credibile, di livello. Emilov è un picchiatore, gli incontri che ha vinto, li ha vinti per ko (4 vittorie e 3 sconfitte in carriera, ndr). Ha già un ranking tale che, in caso di mia vittoria, mi farebbe entrare nei Top-130 al mondo, scalando quasi cento posizioni. Lui sì che fa il professionista nel vero senso della parola. Fa solo pugilato. Si allena nella stessa palestra di Kubrat Pulev, l’ex pretendente alla corona mondiale che ha combattuto contro Wladimir Klitschko, e che ambisce a sfidare Anthony Joshua. È un avversario degno».

La serata (inizio alle 20) avrà Petric-Emilov quale attrazione principale, ma prevede anche 8 incontri fra atleti dilettanti e un secondo match tra professionisti, con diversi intermezzi di animazione.

‘Inseguite sempre i vostri sogni, non abbandonateli’

«Con il pugilato – spiega Petric – ho scoperto me stesso. Vi ho trovato umiltà, rispetto, tanto sacrificio. Il pubblico vede due che se le danno, ma in quel combattimento c’è grandissimo rispetto, per l’avversario e per sé stessi. Non è uno sport per tutti. Vi si trovano valori importanti, uno su tutti l’umiltà. Mi sento di consigliarlo a tutti, insegna la disciplina, ti mette di fronte ai tuoi limiti. Chi pratica questa disciplina sul serio, foss’anche solo restando a livello amatoriale, ha cuore, è rispettoso, umile. C’è un motivo se si chiama ‘nobile arte’. I pugili hanno dalla loro la calma e la sicurezza. Non hanno bisogno di dimostrare niente a nessuno. Io sono grande e grosso, ma è come se fossi invisibile. Non mi piace mettermi in mostra».

Concetti profondi, espressi da un uomo che quando era bambino è cresciuto in fretta. «Una piccola parte della guerra che ha infiammato l’ex Jugoslavia l’ho vissuta. Sono andato via dal mio paese una settimana prima che venisse raso al suolo, nel giorno in cui un aereo bombardò casa mia a Odzak (in Bosnia). Eravamo a cento metri, quando ha scaricato le bombe. Era un ragazzino di 11 anni. Sono esperienze che ti fanno crescere in fretta. Ho un vissuto diverso da quello dei ragazzini che poi ho trovato qui, che a quell’età giocano e scherzano, senza altri pensieri. Cresci diversamente, devi diventare un piccolo uomo anche se hai solo 11 anni».

Sabato quel ragazzino cresciuto in fretta e diventato un uomo di 37 anni che pratica il pugilato con la passione di sempre, corona un sogno. «Mi sento di esortare tutti a credere sempre ai sogni, ad andare fino in fondo per realizzarli. È come se avessi un peso, dentro. Ho avuto una bella carriera, l’avevo iniziata benissimo, e quando ero al massimo del mio splendore, ho dovuto interromperla. Poi, però, sono trascorsi alcuni anni, ed ecco che si presenta questa occasione. L’occasione che potrebbe farmi svoltare la carriera. Inseguite i vostri sogni, sempre».

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