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29.01.2018 - 06:300

‘Noi vogliamo lavorare’

Tre storie di persone accolte nel progetto della Clinica Luganese Moncucco

Kiflom, 19 anni, eritreo, ha fatto stage come falegname, idraulico, elettricista, tutto pur di non stare a casa a girarsi i pollici. Oggi il giovane ha iniziato il pretirocinio alla Clinica Luganese, studierà per diventare aiuto infermiere. Ma prima deve imparare l’italiano. È al settimo cielo. «Da piccolo sognavo di fare il medico, sono fortunato ad avere questa chance», dice. Insegnare un lavoro ai rifugiati è la sfida, perché il rischio è trasformarli in pacchi depositati in appartamenti di periferia dove vivere in assistenza. La Svizzera che si sta dando una mossa per formare rifugiati e chi è ammesso provvisoriamente, soprattutto i più giovani, che verosimilmente resteranno qui a lungo. L’economia apre qualche porta: a Zurigo l’edilizia, a Friborgo l’agricoltura, in Ticino dall’autunno si proveranno più vie: ristorazione, settore ausiliario ospedaliero, logistica, agricoltura, meccanica di produzione.

Raccontiamo come la Clinica Luganese sta aiutando una ventina di rifugiati sull’arco di 4 anni a imparare un lavoro in vari ambiti: assistente di cura, addetto di ristorazione, di cucina o di economia domestica. «È un progetto partito nel 2016, ci siamo posti come obiettivo che il 60% finisca la formazione e l’80% trovi un lavoro. Faremo un bilancio nel 2020. Abbiamo investito 1,6 milioni di franchi, il 20% circa è coperto da fondi pubblici ed il 40% dalle due Fondazioni proprietarie della Clinica», dice Cristiano Canuti, caposervizio risorse umane alla Clinica Luganese. Il progetto – precisa – risponde all’appello di Papa Francesco di fronte all’ondata di migranti: ‘Costruite ponti e non muri’. Undici studenti sono in formazione: 5 in pretirocinio, 6 in apprendistato.

I partecipanti sono in Svizzera da alcuni anni, eppure molti rifugiati parlano male l’italiano. «Su una ventina di ragazzi, ne selezioniamo sei ogni anno. Alcuni sono davvero poco scolarizzati, soprattutto quelli provenienti dall’Africa Orientale (Somalia, Etiopia ed Eritrea) devono essere aiutati a capire l’importanza dello studio e si deve iniziare dalle basi. Il grosso problema è l’italiano e dobbiamo investire molte energie», spiega Silvia Bello Molteni. La incontriamo nello stabile amministrativo della Clinica dove alcuni giovani stanno facendo lezione coi volontari, un elemento decisivo per la riuscita del progetto. La responsabile del progetto IntegraTi, che ha strutturato il percorso formativo, ci spiega che durante il primo anno di pretirocinio, per tre giorni e mezzo alla settimana, i ragazzi seguono un percorso di stage nei vari settori della Clinica dove sono affiancati da personale loro dedicato ed assunto per questo progetto. Vengono aiutati, osservati e orientati verso una determinata formazione che potranno seguire, sempre in Clinica, come apprendisti, l’anno scolastico successivo. Un giorno e mezzo alla settimana viene organizzato un ciclo di lezioni di recupero scolastico dove si propongono soprattutto lezioni di italiano, matematica, civica, geografia e storia svizzera.

Importante è familiarizzare con le regole di studio e lavoro: «All’inizio è dura per molti. C’è chi chiede perché deve pulire se è già pulito. Chi non avvisa se è ammalato, chi fatica a rispettare gli orari o non fa i compiti». In una struttura con 700 impiegati, tra cui diversi stranieri che hanno sudato il posto, c’è forse qualche gelosia verso chi ha questa opportunità: «L’impatto è buono in Clinica, c’è forse qualche isolata resistenza ma, essendo gli ultimi arrivati, spieghiamo loro che devono adattarsi, anche questo è parte dell’integrazione e dell’imparare un lavoro».

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