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Il cervello viene stimolato da forti emozioni!
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25.02.2017 - 16:210
Aggiornamento : 11.12.2017 - 18:18

La dopamina mette le ali, occhio!

di Alessandro Trivilini, ricercatore e osservatore scientifico

La giornata, in gran parte dedicata alle lezioni di informatica forense, inizia nel migliore dei modi e si prospetta ricca di eventi. Giusto il tempo di lasciare la borsa sulla scrivania che squilla il telefono. “Pronto?”. “Buongiorno, mi chiamo Sara e sono una giovane mamma di Bellinzona, mi scusi se la disturbo”. “Buongiorno, nessun problema, mi dica, in cosa posso esserle utile?”. “Senta, io ho un problema, mi ha dato il suo numero una mia cara amica che ha assistito di recente a una sua presentazione sulla prevenzione a internet” – spiega la donna. “Ah, mi fa piacere, mi dica”. “Mia figlia ha quattordici anni e frequenta le scuole medie. Ieri sera mi ha confessato che alcune sue amiche su Facebook insultano pesantemente senza motivo altri compagni, lei compresa. Epiteti di ogni genere che ora non le ripeto per non essere volgare. È spaventata e io non so cosa posso fare in questa situazione per tranquillizzarla. Anche io uso Facebook ma in questi casi non saprei proprio che fare. Lei mi potrebbe dare qualche consiglio?” – chiede la madre. “Capisco, lei non è il primo genitore che chiama per queste situazioni. Beh, prima di tutto le consiglierei di parlarne col docente di classe di sua figlia, per poi, se la situazione lo richiederà, rivolgersi alla polizia. Io non conosco i dettagli, ma casi di cyberbullismo e odio online tra gli adolescenti sono purtroppo crescenti, quindi è meglio non trascurare proprio nulla. Infine, per tranquillizzare sua figlia, proverei a spiegarle quali sono le dinamiche che spingono una persona a insultarne altre nei social network”. “Senta, sia gentile, io sono una giovane mamma ma non sono in grado di spiegare certe situazioni a mia figlia. Lei ne sa di certo più di me. Facciamo così, oggi è a casa da scuola, le andrebbe di parlare con lei? Anzi, metto il vivavoce così ascolto anch’io, che ne dice?” – ribatte Sara. “Va bene, volentieri, se può esserle utile, però ho solo 15 minuti perché poi ho lezione coi miei studenti. Come si chiama sua figlia?”. “Prisca, è qui al mio fianco, è in ascolto” – conclude Sara. “Buongiorno Prisca, mi senti?”. “Buongiorno” – risponde Prisca timidamente. “Benissimo. Io non conosco le ragioni per cui questi tuoi compagni di scuola ti insultano in questo modo in Facebook, ma ti posso dire che esiste un regolamento interno di Facebook che lo vieta. Tu lo hai letto vero?”. “Ehhmmm, no, non l’ho letto!”. “Non ti preoccupare, non avevo dubbi, scommetto che nemmeno tua mamma lo ha mai letto”. “Confermo!” – interviene Sara. “Come voi moltissime altre persone non lo hanno letto, anzi, nemmeno sanno che esiste! Si chiama ‘Dichiarazione dei diritti e delle responsabilità’. Vi viene indicato chiaramente che in Facebook non è permesso denigrare, intimidire o molestare altri utenti e non è possibile pubblicare contenuti che incitino all’odio. Tra l’altro, qui da noi rispetto ad altri Paesi certi atteggiamenti su social sono perseguiti dal Codice penale, come per esempio la diffamazione e la calunnia”. “Mi scusi Alessandro se la interrompo, ma la cosa mi interessa moltissimo, continui per favore” – interviene Sara. “Va bene. Ho poco tempo a disposizione ma cercherò di essere chiaro e sintetico. Ciò che vorrei spiegarvi sono le motivazioni tecniche, chiamiamole così, che portano una persona ad esprimere le proprie emozioni ricolme di odio all’interno dei social network. La risposta arriva dalle neuroscienze e si chiama dopamina”. “Scusi, che cosa?” – chiede Sara. “La dopamina. È un piccolo neurotrasmettitore che tutti noi abbiamo installato nel cervello dalla nascita, che viene attivato ogni volta che siamo di fronte a qualcosa che cattura il nostro interesse e le nostre emozioni. Un meccanismo biologico dell’essere umano molto conosciuto e sfruttato anche da chi ha costruito i social network più famosi, oppure nel campo del marketing. In parole semplici, strumenti come Facebook fondano il loro prestigio sulla consapevolezza che i neuroni dei loro miliardi di utenti devono continuamente essere stimolati, con nuovi contenuti ed emozioni, per evitare la noia, il disinteresse e la conseguente scarsa fuoriuscita di dopamina. Ecco perché la dipendenza verso queste straordinarie tecnologie è destinata ad aumentare nel tempo. Conoscono le nostre emozioni, i nostri interessi, i nostri gusti e di conseguenza possono derivare facilmente gli stimoli che il nostro cervello ha bisogno durante l’arco di tutta la giornata, per incoraggiarci a intraprendere una determinata azione, che in concreto si traduce in un commento, una condivisione o un’emozione colorata. Tutti input che se mal gestiti possono trasformarsi velocemente in esternazioni pubbliche ricche di odio e frustrazione, tipiche del cyber bullismo”. “Wow! Interessante, continui la prego” – dice Sara. “Questo è il motivo per cui i compagni di Prisca, come tante altre persone, adulte comprese, esprimono con tanta facilità i loro sentimenti di odio in Facebook. Tutto parte dalla dopamina che nei social network trova terreno fertile”. “Ma questo vale per tutti i contesti, non solo in Facebook, giusto?” – chiede Sara. “È corretto, vale per tutte le situazioni in cui il nostro cervello viene stimolato da forti emozioni. Il fatto che se ne parli spesso per Facebook è dovuto sostanzialmente a due motivi: il primo è che gli utenti ci passano molto tempo e il secondo è che lì vivono virtualmente moltissime persone, diciamo che l’audience è alto e la fame di protagonismo dei cyber bulli trova grande appagamento”. “Ora capisco, è una miscela esplosiva. Prisca è al mio fianco e la sta ascoltando in religioso silenzio, non mi sembra vero! In genere la sua attenzione dura pochi secondi. Scusi, ma una domanda mi sorge spontanea” – dice Sara. “Mi dica, sono tutto orecchie, ho ancora pochi minuti”. “Lei che è un ingegnere informatico non trova interessante l’idea di avere una specie di sensore nello smartphone capace di misurare il grado di dopamina nel nostro cervello ogni volta che ci colleghiamo in rete per dialogare con gli altri, per esempio con WhatsApp, Facebook, Twitter e SnapChat? Così avremmo uno strumento moderno e automatico per controllare le nostre cattive emozioni. Se poi a questo associassimo anche un’applicazione che ci impedisca di scrivere ciò che di brutto ci frulla per la testa, potremmo davvero ritenere il problema dell’odio online e del cyberbullismo risolto, non trova? – chiede Sara. “Non credo. Vedo comunque che se ne intende di applicazioni, ma quelle che ha citato le usa davvero tutte? Oppure sono quelle installate sullo smartphone di sua figlia?”. “Mamma ti prego, basta sbirciare nel mio telefono, come fai a sapere che uso SnapChat?” – interviene Prisca infastidita. “Figlia mia, me lo hai detto tu l’altro giorno, non ti ricordi, mi stavi spiegando che questa applicazione rispetto alle altre permette di cancellare i messaggi” – replica Sara. “Ah! È vero, non mi ricordavo!” – risponde Prisca ridendo. “Scusate” – interviene Alessandro con la cornetta in mano – “ho ancora pochi minuti e devo scappare a lezione e vorrei dirvi ancora due cosine, che magari possono esservi utili per capire meglio queste situazioni.” “Ha ragione Alessandro, ci scusi, le stiamo facendo perdere tempo prezioso” – risponde Sara. “Non si preoccupi. Le stavo dicendo che per molte persone trovarsi in Facebook in uno stato emotivo agitato, con la consapevolezza di avere di fronte un audience numeroso di potenziali ascoltatori, è come per altre la pulsazione irrefrenabile di andare a cena in un ristorante “all you can eat” a mangiare a basso costo tutto ciò che riescono a infilare in bocca. A prescindere dai contenuti multimediali che una persona desidera pubblicare in rete, quando le sue emozioni assumono un elevato stato di eccitamento il cervello se ne accorge e si adopera per trovare la gratificazione di cui ha bisogno, rendendola vulnerabile e capace di esprimere con impeto ciò che in altre circostanze non avrebbe mai scritto o esternato. Per questo la sua idea di inserire un sensore capace di misurare il livello di dopamina potrebbe essere interessante, ma quella di delegare a un’applicazione il blocco automatico dei nostri stati d’animo in situazioni emotivamente critiche non mi piace molto. Meglio stabilire delle buone regole di utilizzo piuttosto che lasciare decidere all’applicazione cosa è giusto o meno. Mi consenta una metafora prima di scappare a lezione: fino a quando non prendiamo la consapevolezza che la causa del colesterolo alto è la cattiva educazione alimentare, non potremo fermare nei social network gli impulsi emotivi rivolti all’odio online e al cyber bullismo”. “Sono pienamente d’accordo con lei” – replica Sara – “e mi scusi se le ho fatto perdere tempo, ma ieri sera sono andata a dormire davvero agitata da ciò che mi ha raccontato mia figlia e questa breve chiacchierata mi è stata di aiuto per inquadrare meglio il problema. La ringrazio molto”. “Nessun problema, è stato un piacere. Arrivederci”. “Arrivederci e buona giornata” – conclude Sara.

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