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Una mamma orango con il suo piccolo in un centro di riabilitazione
#gaia #wwf
13.01.2018 - 05:000

L’uomo delle foreste

Gli oranghi abitano nelle foreste del Borneo e di Sumatra, territori dai quali prendono il nome: orango del Borneo che costituisce circa il 90% della popolazione e orango di Sumatra il restante 10%. Solo due mesi fa, infine, è stata scoperta una nuova specie di grande scimmia, l’orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis), che vive unicamente nelle foreste di montagna nel Nord dell’isola di Sumatra. Con non più di 800 individui, questa specie è la grande scimmia più minacciata di tutto il pianeta.
Per l’orango la foresta è di vitale importanza: trascorre la sua giornata passando da un albero all’altro e sempre tra i rami costruisce il giaciglio per la notte. La naturale attitudine a vivere la maggior parte del tempo sugli alberi sta all’origine del nome orang-utang che in malese significa “uomo delle foreste”. Per questa specie la foresta rappresenta un habitat irrinunciabile: è qui che si nutre, dorme e si riproduce, e solo il maschio scende occasionalmente a terra. Tra le scimmie antropomorfe gli oranghi sono quelle più tranquille. Inoltre, sono prudenti e previdenti. I maschi programmano il loro itinerario anche con un giorno di anticipo e lo comunicano ai loro simili con versi e ululati. Ciò indica che non si limitano a vivere alla giornata, ma che invece sono anche in grado di pensare al futuro e persino di comunicare i loro piani: una caratteristica che, per molto tempo, è stata attribuita solo all’uomo. A differenza dei bonobo o degli scimpanzé, gli oranghi maschi sono piuttosto solitari e nei loro territori vivono 3-4 femmine con i loro piccoli. Le femmine partoriscono un cucciolo ogni 6-9 anni, le nascite singole sono la regola. Tra le grandi scimmie antropomorfe, gli oranghi mostrano il tasso di riproduzione più basso e, anche per questa ragione, appartengono alle specie di scimmie più gravemente minacciate.
Gli esseri umani hanno degli antenati in comune con questo animale, antenati che vissero oltre 11 milioni di anni fa. Il patrimonio ereditario degli orango-tango ancora oggi è per il 96% uguale al nostro. Infatti, sono simili a noi in molte cose: hanno un grosso cervello che permette loro di studiare sentieri complicati, le loro mani hanno le unghie e tra il pollice e l’indice sono in grado di stringere gli oggetti. Non solo: hanno le impronte digitali! Dai rami ricavano degli attrezzi, che usano per grattarsi o per estrarre il miele dagli alberi. Quando piove usano le foglie come ombrelli!
I piccoli restano con la mamma per sette anni e solo una volta diventati indipendenti la femmina si riproduce nuovamente. La gravidanza dura nove mesi, proprio come per noi umani.

 

La storia di Pong

Ciao, mi chiamo Pongo e sono un piccolo di orango di tre anni. Non mi allontano mai dalla mia mamma. Sono ancora troppo piccolo. In passato, gran parte dell’isola era coperta dalla foresta tropicale. I miei antenati avevano quindi tanto spazio a disposizione e trovavano sempre cibo a sufficienza. Oggi noi rischiamo l’estinzione e siamo costretti a vivere nelle poche aree rimaste coperte ancora dalla foresta tropicale. Voi uomini sfruttate la foresta da centinaia di anni, usandone le piante e gli animali per nutrirvi, curarvi, farne gioielli o materiale da costruzione. In passato non c’erano problemi, ma da circa un centinaio di anni la foresta viene sfruttata indiscriminatamente. Gli uomini la disboscano per ottenerne legname, oppure la bruciano per fare spazio alle risaie o a enormi piantagioni di palme da olio. Pensate che ogni secondo sparisce una parte di foresta tropicale grande come un campo da calcio! E per noi orangotango lo spazio si riduce sempre più... E nonostante abbiamo degli antenati in comune, è proprio degli uomini che dobbiamo avere paura principalmente. Ieri mi sono spaventato tanto, perché ho sentito di nuovo le motoseghe nella foresta. E dove c’erano alberi alti 40 metri è diventato tutto spoglio. Mia mamma ha saputo che il legno viene trasformato sia in mobili che in carta e viene venduto all’estero, in Europa, America, Giappone, Cina e Taiwan. Come se non bastasse, un paio di settimane fa nella nostra foresta sono divampate le fiamme. Ho fatto appena in tempo a mettermi al sicuro sulla pancia della mia mamma. Il fuoco è stato appiccato per creare nuovi spazi e farne grandi piantagioni di palme da olio. Perciò non possiamo più costruire lì il nostro letto e quando affamati cerchiamo cibo nei campi, le nostre mamme vengono uccise. I cuccioli sono prelevati e destinati a essere venduti come graziosi animaletti domestici. Nella sola parte indonesiana del Borneo ci sono da 200 a 500 cuccioli che ogni anno sono portati via dalla madre e che vivono come animali domestici! Quando diventano troppo grandi e forti per i loro proprietari, vengono rinchiusi in gabbia, abbandonati o uccisi. Ci danno la caccia anche i bracconieri, che vogliono la nostra carne, anche se gli oranghi sono una specie protetta. Per tutti questi motivi ci sono sempre meno orangotanghi. I nostri parenti sull’isola di Sumatra rischiano l’estinzione. Attualmente non ne restano che 7’500 esemplari. Anche noi oranghi del Borneo siamo in grave pericolo. Fino a dieci anni fa eravamo 165’000, mentre oggi siamo rimasti in 55’000, questo perché il nostro spazio vitale viene distrutto sempre più.

Cosa fa il WWF

Il WWF si impegna a favore della creazione di zone protette che garantiscano la sopravvivenza degli oranghi, e di una gestione sostenibile come quella prevista, ad esempio, dalla dichiarazione «Heart of Borneo». Nel 2007 i tre Stati del Borneo, Indonesia, Malesia e Brunei, hanno sottoscritto questa iniziativa del WWF impegnandosi a proteggere una zona transfrontaliera ecologicamente intatta, grande quanto la Gran Bretagna, all’interno dell’isola. Il piano d’azione prevede anche lo sviluppo e la promozione dell’ecoturismo. L’iniziativa, sostenuta da WWF è di fondamentale importanza in quanto l’area designata per la protezione comprende circa un terzo del loro habitat ancora esistente.
Una vera e propria minaccia alla loro sopravvivenza sono le quantità di cibo spesso insufficienti che trovano in piccole zone boschive isolate. Per questo il WWF interviene nel piano di utilizzazione del territorio e sostiene i progetti che ambiscono a delimitare in modo chiaro l’habitat degli oranghi. Sono stati perciò elaborati specifici piani di tutela e gestione per le società che trattano legno e olio di palma, al fine di gestire le foreste in modo sostenibile.
Inoltre, per arginare il commercio illegale di oranghi, il WWF collabora con l’organizzazione partner TRAFFIC e WWF si occupa della formazione di poliziotti, guardie forestali, pubblici ministeri e giudici.

L’ABC dell’orango

Nome scientifico
Pongo pygmaeus
Pongo abelii
Pongo tapanuliensis

Status Vulnerabilità IUCN
P. abelii, CR – Critically Endangered
(rischio di estinzione alto)
P. pygmaeus, CR – Critically Endangered (pericolo critico)
P. tapanuliensis, CR –
Critically Endangered
(pericolo critico)

Caratteristiche fisiche
L’orango può essere alto tra 125 e 170 centimetri.
Il maschio può pesare fino a 118 kg, mentre la femmina tra i 30 e i 50 kg.
Il maschio adulto si distingue per le sue grandi dimensioni, la sacca golare e le guance enormi su entrambi i lati del viso, che servono ad attrarre le femmine e impaurire i rivali.
Il suo pelo è rossiccio e ha mani, braccia e gambe molto lunghe.

Curiosità
L’orango, nonostante il suo peso, è particolarmente abile nel muoversi tra gli alberi, sfruttando i rami flessibili, sui quali si dondola prima di afferrarne un altro. Questo è una sorta di sport: lo snag-riding.

Distribuzione geografica
Artide

Oranghi di Sumatra:
si stima che ci siano circa 14’613 individui distribuiti in un’area di 17’797 km2.

Oranghi del Borneo:
la popolazione più numerosa, si stima che ci siano circa 55’000 individui che abitano in un’area di 82’000 km2.

Oranghi di Tapanuli:
la popolazione più a rischio. Se ne contano appena 800 esemplari: è endemico della regione di Tapanuli nel Nord di Sumatra e vive esclusivamente in circa 1’100 km2 di foresta di montagna nell’area di Batang Toru.

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