L'editoriale
11.11.2014 - 10:490

Quando suona la campanella

Ma a cosa serve la scuola? Ce lo chiediamo dopo aver letto che chi è più ricco ha maggiori possibilità di frequentare le scuole medie superiori. Lo rivela uno studio, anticipato dai domenicali, realizzato da Confederazione e Cantoni, secondo cui, negli ultimi due anni della scuola dell’obbligo, chi è figlio di un benestante può più facilmente accedere alle scuole superiori, perché può beneficiare di aiuti (pagati direttamente dai suoi), ossia di lezioni private. E all’origine di questa corsa, o rincorsa, alla costosa stampella c’è ovviamente la convinzione (giustissima) che, se il proprio pargolo riuscirà un domani ad avere perlomeno una maturità in tasca, avrà qualche difficoltà in meno ad affacciarsi sul duro mondo del lavoro e la sua giungla. Dietro questa constatazione c’è però un’ingiustizia a tutti evidente. Chi non può permettersi lezioni private, perché appartiene a una famiglia di condizioni economiche modeste, per farcela a scuola deve necessariamente essere capace e intelligente. Perché, se per disgrazia uno nasce da genitori con disponibilità limitate e in più non ce la fa a scuola (perché non ci arriva da solo), da un punto di vista professionale sarà condannato a rimanere al palo, proprio come i suoi. Altro che parità di opportunità!

Ecco perché è importante che la scuola abbia docenti in gamba. Capaci di insegnare e di realizzare anche quell’alto obiettivo che è di riuscire a offrire a tutti le medesime chance di successo quando si è ai box della vita. Molto in concreto significa che il docente deve essere il primo a saper trasmettere il suo sapere a tutta la classe. Ma, diciamocelo, non è sempre il caso. Ci sono docenti che di fatto obbligano, perché spiegano male, un certo numero di allievi ad affidarsi a docenti privati per cercare di stare perlomeno a galla. Simili situazioni spingono, sempre chi ha una certa disponibilità finanziaria, a provare prima con le lezioni private e poi, se proprio non va, con il trasferimento del pargolo in una scuola privata, che permette di seguire i figli col doposcuola portandoli il più possibile avanti.

Ma è questo che si vuole? Arrivare di fatto a minare la scuola pubblica dall’interno? Ebbene: sarebbe allora il caso, se lo studio dice qualcosa di vero anche per la scuola ticinese, che le direzioni scolastiche cercassero di capire chi sono quei docenti che non sanno fare, o non vogliono fare, il proprio lavoro e che per queste ragioni obbligano gli allievi a farsi spiegare da altri, pagandoli e al di fuori da scuola, quello che dovrebbero invece già facilmente apprendere fra le mura scolastiche. Come? Si potrebbe porre ai genitori (assicurando alle famiglie discrezione) una serie di domande sulla qualità dell’insegnamento ricevuto: «Come insegna il docente x? Per i test è sufficiente seguire le lezioni a scuola o sono necessarie lezioni private? Quando: regolarmente o saltuariamente?» A farlo, in primis, dovrebbero essere le direzioni e gli ispettorati. Se però non funziona, visto che i casi (seppur isolati) sono comunque noti là dove negli anni si trascinano di generazione in generazione e nelle classifiche sussurrate nei cortili scolastici, pensiamo potrebbero muoversi le associazioni dei genitori. Il campanello d’allarme è da prendere molto sul serio.

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