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14.10.2020 - 06:000

Cinque Stelle e nient'altro

L'inevitabile crisi del movimento di Grillo insidia la tenuta del governo Conte

Non erano questo, non erano quello (non un partito, non professionisti della politica, non di destra né di sinistra, non altre cose) e a forza di non esserlo non sanno neppure loro che cosa sono diventati. Le lacerazioni intestine finite in pasto ai media in queste settimane lo confermano. Più che Cinque Stelle sembrano un firmamento di individualità che poco hanno in comune salvo l’essere stati miracolati dal fenomeno Grillo, che li ha proiettati su una scena politico-istituzionale a cui non erano preparati e della quale si professavano fieri antagonisti.

I risultati si vedono. E se non apparisse cinico, andrebbe aggiunto che a “miracolarli” è giunta una pandemia che ha fagocitato quasi per intero il discorso pubblico e il confronto politico, il cui tema esclusivo è tenere la testa fuori dall’ondata che tutto ha travolto.

Solo che talvolta la realtà ha la meglio sulle costruzioni fantastiche ispirate da Grillo e Casaleggio padre, la cui forza di attrazione era pur riuscita a portare il movimento a ottenere il 33% dei voti nelle legislative del 2018, e sembra un secolo fa. Una realtà prosaica, che ha rivelato anche a loro stessi che il bello del sentirsi insieme e forti quando si riempiono le piazze e i social non regge mai alla prova di capacità richiesta dal potere conquistato. Oltretutto, al confronto tra (semplifichiamo) le componenti movimentista e “governista”, conosciuto da tutti i movimenti di opposizione una volta conquistata la maggioranza, si aggiunge in questo caso la desolante pochezza dei personaggi che le raffigurano, se dobbiamo intendere in quel ruolo il perdigiorno guerrigliero da fumetti Alessandro Di Battista e Gigino Di Maio, democristianissimo a sua insaputa. Il secondo, pare, sfuggito al controllo del burattinaio ereditario Casaleggio.

E potremmo lasciarli a giocare ai soldatini, non fosse che (uno) qualche responsabilità dovrebbe pur assumersi chi ha convinto persone degnissime e competenti a unirsi al movimento, convincendo un terzo degli elettori; e (due) che anche da loro dipende la sopravvivenza di un governo a cui l’Italia ha affidato le residue possibilità di uscire viva dall’esperienza, non ancora conclusa, del coronavirus. Che ci sappiano fare, quanto a questo, lo ha dimostrato la disinvoltura con cui sono passati dall’alleanza con la destra radicale a quella con il Partito democratico, facendo perno su un Giuseppe Conte degno di Andreotti quanto a spregiudicatezza. Che sappiano che cosa fare è invece un altro discorso, e il sospetto è semmai che la manfrina serva a dissimulare la paura di vedere certificato dalle prossime elezioni il proprio fallimento.

Ecco: fallimento? Secondo alcuni studiosi, ai Cinque Stelle va almeno riconosciuto di avere riavvicinato alla politica cittadini che ormai se ne disinteressavano del tutto, e di avere contenuto un flusso di voti che sarebbe altrimenti finito alla destra estrema. Il che può essere vero, ma non regge del tutto alla verifica dei contenuti proposti ed è smentito poi dal fatto che quando si sono trovati insieme al governo, alla destra estrema hanno concesso tutto, divenendone subalterni.

C’è poi chi, come Pierangelo Corbetta (direttore di ricerca dell’Istituto Carlo Cattaneo, che i grillini se li è studiati per bene) ritiene che una funzione utile possa comunque essere rivestita dai resti del movimento, quella di un’opposizione severa e attenta in parlamento e nel Paese, analoga a quella svolta a suo tempo dai radicali, la cui visibilità ha sempre superato i risultati elettorali. Sarà, ma i radicali avevano almeno Pannella e Bonino.

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