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05.06.2020 - 06:200

Gilet arancioni su sfondo nero

Il ritorno dell'estrema destra nelle piazze italiane

I gilet sono arancioni, le mascherine sono tricolori, ma è il nero inconfondibile dell’estrema destra a collegare le manifestazioni andate in scena nei giorni scorsi, e annunciate nei prossimi in Italia. Contro il governo, contro un fantomatico complotto mondiale ai danni del popolo, contro i vaccini, le onde elettromagnetiche, le tasse, le presunte sanatorie a favore dei “clandestini”. Per una non meglio definita “libertà”.

Era atteso, e dunque non sorprende, il ritorno della destra nelle piazze dopo il confinamento a cui l’avevano costretta i provvedimenti di contenimento del coronavirus. Il solo elemento apparentemente nuovo è la risorgenza del movimento informe (e decisamente opaco quanto ai mezzi di cui dispone) raccolto attorno ad Antonio Pappalardo, a suo tempo capobanda dei cosiddetti “forconi” e di altri descamisados. Nuovo solo in apparenza, si è detto, non soltanto per i precedenti che illustrano la figura macchiettistica ma non troppo dell’ex generale dei carabinieri (arrivato a suo tempo fino a occupare un ruolo da sottosegretario nel governo Ciampi), ma soprattutto perché i suoi temi e la sua pochezza sono stati assimilati (in un meccanismo di reciproca ispirazione) dalla destra che siede in parlamento e che in tempi e coalizioni diverse è già stata al governo.

Più che una novità, una contraddizione, dunque. Il che la dice lunga sulla natura della destra italiana di oggi, a dispetto dei patetici tentativi di Silvio Berlusconi di accreditarla come “moderata”. È una sua eredità il fatto che i Salvini, Meloni e Tajani, che oggi titillano le pulsioni insurrezionali delle piazze, abbiano avuto accesso a ruoli di governo quando ancora nel resto d’Europa ne venivano tenuti, dagli elettori, alla larga. 

Si capiscono bene la loro fretta di recuperare visibilità e le condizioni che favoriscono il loro ritorno sulla scena: passata (ma non del tutto, salvo che per il dottor Zangrillo) la fase più acuta dell’epidemia, il momento di fare i conti con il disastro sociale che ne è derivato non poteva essere evitato. Il precipitare di intere categorie sociali nella povertà, un tasso di disoccupazione mai visto in tempi recenti, il disorientamento di una collettività che non si è ripresa dallo shock della pandemia sono sotto gli occhi di tutti, e tentare di cavalcare a proprio vantaggio la sfiducia e la rabbia che ne discendono è un obiettivo persino scontato. Mentre per un governo che probabilmente troppo a lungo si è fatto scudo delle competenze di virologi e statistici questo è il tempo del denudamento, dell'esposizione impietosa delle lacune e delle contraddizioni che lo connotano. D’altro canto, l’azionista di maggioranza di questo esecutivo è lo stesso del precedente (così come lo è il titolare), cioè quel Movimento 5Stelle nel cui “pensiero” e nel cui personale politico originale allignano personaggi e slogan visti e ascoltati in piazza il 2 giugno. Fino all’anno scorso, Conte e Di Maio erano soddisfatti soci “in affari” di Salvini, così come Di Maio si era precipitato in Francia a omaggiare i gilet (gialli, in quel caso) transalpini.

A fare da fusibile in questo circuito ad altissima tensione si trova infine quel Pd che, incapace di proporsi come alternativa all’asse nazional-populista, ha finito per fare da stampella a una delle sue componenti. Un po’ per “salvare la patria”, un po’ per tornare al governo pur in mancanza di un mandato elettorale. Col presumibile esito di dover scontare la pena altrui. Alla quale si aggiungerebbe quella di un Paese volontaria preda degli appetiti di chi ne vuol fare un boccone.

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