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02.06.2020 - 06:000

America burning

Il tempo sembra essersi fermato, l’America brucia e le immagini dalle grandi città ricordano quelle delle sommosse del 1992

Il sangue gli macchia giacca, camicia e cravatta; al polso destro pendono le manette, lui è nero. Lo scorta un agente bianco. La foto risale al 25 agosto del 1959. Otto giorni prima, l’arrestato aveva registrato uno dei capolavori della storia del jazz, “Kind of blue”.

Miles Davis aveva avuto la sfrontatezza di non obbedire alle ingiunzioni del poliziotto, continuando a fumare una sigaretta davanti al Birdland, il locale jazz dove stava esibendosi: alcune manganellate sul capo, l’arresto per resistenza a pubblico ufficiale. “I’m not your negro” avrebbe commentato James Baldwin nel cui romanzo ‘Se la strada potesse parlare’ mette in scena il dolore e la sofferenza di un giovane afroamericano che pagherà con la prigione – per uno stupro non commesso – lo sgarbo nei confronti di un poliziotto. 

Il tempo sembra essersi fermato, l’America brucia e le immagini dalle grandi città ricordano quelle delle sommosse del 1992 a Los Angeles, scatenate dal brutale pestaggio di Rodney King, o quelle del 1968 scoppiate in 110 città dopo l’uccisione di Martin Luther King. L’anno precedente nella “lunga torrida estate” i disordini razziali si conclusero con 85 morti e oltre duemila feriti. La carneficina indusse il presidente della “great society” e dei diritti civili Lyndon Johnson a incaricare il governatore dell’Illinois Otto Kerner di indagare sulle cause dei disordini razziali. Le domande alle quali l'inchiesta doveva rispondere erano: “Cosa è successo, perché è successo, cosa si può fare per evitare che si ripetano proteste e violenze?”. 

L’incendio generato dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis ci riporta indietro di mezzo secolo. Eppure le risposte agli interrogativi posti dalla commissione Kerner sono evidenti: la lunga scia di violenze delle forze dell’ordine, le disuguaglianze, l’esclusione. E il sentimento profondo di ingiustizia e crudeltà sociale: neanche il disperato dolore della vittima “please, please, please... I’can’t breathe” ha smosso l’agente: il suo ginocchio ha continuato a schiacciare per otto minuti e 45 secondi il collo della sua vittima.

Certo, passi importanti sono stati compiuti nei decenni. Ma neppure i due mandati di Barack Obama hanno consentito all’America di entrare nell’orbita post-razziale: qualche progresso, iscritto nel ‘Fair sentencing act’ nella durissima legislazione penale che colpisce in modo sproporzionato le minoranze, l’obbligo delle videocamere nelle macchine della polizia, ma poco altro. Con Donald Trump il razzismo alimentato dalla polarizzazione ha ritrovato pieno vigore: le sue insensate accuse a Obama tacciato di criminale, i suoi tweet violenti quanto sconclusionati gettano olio sul fuoco.

Non è un caso che in uno dei suoi messaggi più incendiari (“quando cominciano i saccheggi, cominciano gli spari”) abbia ripreso alla lettera la minaccia rivolta dal governatore segregazionista dell’Alabama George Wallace nel 1963 ai manifestanti per i diritti civili. Con la disoccupazione alle stelle, la pandemia che ancora miete migliaia di vittime e decine di città sottoposte al coprifuoco l’America è in piena tempesta. E il suo comandante non fa che accelerarne la deriva. 

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