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05.05.2020 - 14:540

Il nemico cinese

Ciò che ora bisogna chiedersi non è soltanto se è vero quanto sostiene l’Amministrazione Trump – non lo è – ma a quale scopo ne sta facendo un ordigno

Sono bastati tre anni per trasformare la “grande chimica” tra Xi Jinping e Donald Trump (parole sue) in un reagente dal potenziale disastroso. Correva il 2017 e per il capo della Casa Bianca il presidente cinese era “un uomo davvero speciale”.

Oggi, complice, ma solo per necessità, il coronavirus, il capo cinese sarebbe al vertice di un disegno criminoso che ha trascinato mezzo mondo in una situazione poco meno che disperata. Questo il quadro fornito dall’apparato di propaganda della Casa Bianca, prima per voce dello stesso Trump, poi di Mike Pompeo, il quale ha sostenuto di disporre di prove “impressionanti” sull’origine nel laboratorio di Wuhan del Covid-19, a partire dalle quali ha accusato Pechino di avere tenuto nascosta la gravità dell’evento, con le conseguenze che ben conosciamo.

Ciò che ora bisogna chiedersi in proposito non è soltanto se è vero quanto sostiene l’Amministrazione Trump – non lo è – ma a quale scopo ne sta facendo un ordigno. Per ora la fondatezza dell’ipotesi della nascita in laboratorio del Covid-19 viene considerata dalla comunità scientifica internazionale alla stregua della tesi che assegna al 5G la colpa della pandemia: fantasiosa.

Al solito, il presidente statunitense l’ha offerta in pasto alla propria claque, avendo comunque l’accortezza di passare ad altro. Trump infatti non dispone di capacità strategiche, ma di un istinto ferino che gli fa fiutare la traccia lasciata da una potenziale preda o avversario in difficoltà, e che in questo caso ha puntato sul vantaggio che potrebbe derivargli dall’isolamento della Cina.

Un isolamento che comincia in effetti a inquietare Pechino, colpevole di una scellerata operazione di copertura del fallimento (...)

(...) nel riconoscere e contenere gravità e diffusione del virus. Il regime cinese ha sbagliato tutto, e neppure la “diplomazia delle mascherine” è bastata a riparare la sua immagine compromessa. In questo senso, secondo molti analisti, la Cina sconta il peccato di avere concesso a Xi una concentrazione di poteri assoluta, che non si conosceva dai tempi di Mao, dopo il quale era stato un organismo collettivo, il partito, a decidere.

Trump, insofferente di ogni confronto o elaborazione collettiva, non da oggi ha cavalcato questa “riduzione a uno” della politica di questo o quel Paese, contando sulla propria presunta superiorità negoziale. Così ha fatto con Xi, con Kim Jong-un, con Vladimir Putin, ai quali invidia senza nasconderlo il potere autocratico di cui dispongono. Ma in tutti e tre i casi si è scontrato con caratteri e forme di dominio che, seppur non in grado di opporglisi in un confronto diretto, riescono agevolmente a interdire la traduzione in atti delle sue millanterie.

Con Pechino, tuttavia, il confronto ha tutti gli elementi per trasformarsi in qualcosa di infinitamente superiore alla sua capacità di azzardo (anch’essa presunta, trattandosi di un bancarottiere plurimo), e alla posta che Trump si è dato: la rielezione alla Casa Bianca nel voto del prossimo novembre. In gioco c’è ben di più: il ruolo di potenza egemone dei prossimi decenni. La Cina, la cui corsa sarà rallentata ma non fermata dal coronavirus, non vi rinuncerà. E per Pechino un presidente impegnato soprattutto ad accreditarsi come uomo dei miracoli presso i propri (decrescenti) elettori, incurante dell’isolamento che ha prodotto attorno a sé, è sì un avversario dal quale guardarsi, ma anche un nemico che riuscirà a sconfiggersi da solo.

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