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L'analisi
18.04.2020 - 06:300

Nello specchio dell'Italia

Gli scenari politici del paese europeo più colpito dall'epidemia potrebbero estendersi oltre i suoi confini

Prendiamo l’Italia. Il Paese europeo più colpito dall’epidemia di Covid-19 è quello per il quale si prevedono le più disastrose conseguenze economiche. Non è difficile immaginare come queste ultime si rifletteranno su un tessuto sociale già in sofferenza. Meno prevedibili sono gli scenari politici che ne deriveranno, pur se i segnali che si colgono sono inquietanti. Un quadro a cui tutti dovrebbero prestare attenzione, dato che l’Italia, almeno nell’ultimo secolo, è stata laboratorio di più fenomeni politici la cui portata è andata ben oltre i suoi confini, e altrettanto sovente è uno specchio in cui tutti prima o poi devono guardarsi.

A rendere più drammatico il caso italiano non è stata soltanto l’evidente impreparazione all’arrivo del virus (condivisa con il mondo intero, compresa la parte più avvezza a disprezzare i macaronì) ma soprattutto l’assenza di un ceto politico in grado d’indicare una credibile prospettiva di ricostituzione delle ragioni collettive necessarie a soccorrere un Paese nella sciagura. 

E benché si senta spesso parlare di ‘guerra’ per descrivere questi tempi, non è davvero il caso di parlare di rifondazione o di rinascita: quella fu l’esperienza dei costituenti all’indomani del ventennio fascista e della guerra che lo concluse. ‘Questi’, fortuna loro, non hanno dovuto passare per una simile prova; ma nemmeno, sfortuna e colpa degli italiani che vi si sono affidati, hanno cognizione storica di cosa fu quella prova, e sono del tutto impreparati a concepire un progetto di Paese fondato sul bene comune. Vengono da esperienze di frustrazione o di privilegio, il peggior viatico per chi svolga incarichi di responsabilità politica e istituzionale (nazionale e locale), tanto più in tempi estremi.

Un parlamento i cui membri, con poche stimabili eccezioni, agiscono da concorrenti di un talent show, e un’azione politica ridotta alla disputa di quote di visibilità sugli smartphone hanno prodotto un deserto sgangherato in cui il solo presidente del Consiglio, per necessità o per ambizione, si intesta decisioni che richiederebbero, al contrario, la più estesa e responsabile condivisione.

Si chiama débâcle della politica. Come interpretare diversamente l’insistito ricorso a ‘commissari’, ‘task force’, uomini e organismi (seppure informali e ‘consultivi’) a cui delegare di fatto ruoli che un governo dovrebbe naturalmente assumere su di sé e dei quali rispondere al legislativo?

Questa epidemia, come è ormai provato, non ci è caduta addosso per un caso sfortunato. E, d’accordo, questo è il senno del poi, ma con il senno del prima non si può non vedere che molti (compresa un’Unione europea non si sa se più cinica o cieca) ci stanno mettendo del loro. Per incapacità o per calcolo, appunto, ma è difficile distinguere. Né, abbiamo detto sopra, sappiamo dove condurrà, e già ora non c’è da ingannarsi sulle ‘lezioni’ che ne trarremo.

Se, di nuovo, l’Italia è una spia attendibile di un futuro prossimo, allora bisogna piuttosto ricordare l’avvertimento di Paolo Rumiz. ”Mi ero illuso che i fascisti fossero spariti”, ha scritto quella gran penna, e invece no: “Aspettano il momento”. Se il fascismo convinse (e bastonò) milioni di persone dopo il disastro della prima guerra mondiale, nella liquefazione di un precedente ordine politico ormai screditato, dopo il disastro del coronavirus, qualcosa che non vorrà chiamarsi fascismo ma ne avrà stessa natura potrà tornare a farlo. O forse no, ma è bene saperlo.

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